Come se la guerra fosse un gioco

Sono contro ogni conflitto e fosse per me, smilitarizzerei il pianeta. Ma se ai venti di guerra si risponde invece con l’aumento delle spese militari, è da giornalista che mi ritrovo a sbattere la testa contro il muro. C’era una volta la propaganda bellica. Anzi, c’è ancora. Con la differenza che oggi è più efficace, grazie alla presenza pervasiva dei media nelle nostre vite. I soliti cinici hanno commentato: premio Nobel per la medicina a Vladimir Putin, ha sconfitto il Covid in 48 ore! Perché ci avrete fatto caso, lo scommetto. In un battibaleno, la pandemia è scomparsa dai giornali, rimpiazzata dall’Ucraina. Con alcune curiose analogie. La cacofonia di presunti esperti, i titoli strillati e l’ossessione per un’unica vicenda umana ricordano purtroppo da vicino i misfatti del giornalismo pandemico.


Sono abbastanza vecchia per ricordare il falso sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Falso a favore di telecamera, naturalmente. C’era voluta Wikileaks per svelare il dietro le quinte di guerre di cui ci era stata mostrata solo una versione – quella della propaganda.

 

E oggi, come siamo messi? Male. La maggior parte dei media ha richiamato i corrispondenti dalle zone di guerra. Ma a cosa serve un giornalista in loco, se lo dobbiamo riportare al calduccio di casa sua quando i giochi si fanno seri? D’altronde, i protagonisti oggi fanno campagna via social media e videomessaggi registrati. E ancora una volta tocchiamo con mano la crisi del giornalismo.

 

Cronisti e opinionisti, da improvvisati epidemiologi delle malattie infettive si sono trasformati in improvvisati esperti di no-fly zone. Indi, con le dovute eccezioni, regna il pensiero unico e tutto è semplificato, come se una guerra fosse un gioco. In effetti nei primi giorni del conflitto alcuni telegiornali a corto di immagini hanno usato sequenze di videogiochi per illustrare i servizi sull’Ucraina. Era solo l’inizio. Una caterva di falsi sta travolgendo le redazioni, che notoriamente si copiano a vicenda e dunque, fine pena mai.

 

Un caso triste è stata la “strage del teatro di Mariupol”: in migliaia sotto le macerie. Dopo un paio di giorni ci hanno fatto sapere che c’è stato un bimbo lievemente ferito, ma nessun morto. Fra i fake che sarebbero esilaranti, se non fosse che guerra vuol dire morte: gli astronauti russi salgono a bordo della stazione spaziale internazionale indossando i colori dell’Ucraina, mentre il pane in Russia si compra a rate. La portavoce di Zelensky ha twittato una foto di esausti “pompieri ucraini”. Ma erano australiani, ritratti nel 2019.

 

Il colpaccio però l’ha fatto La Stampa. Ha sbattuto in prima pagina una gigantesca foto, con sobrio titolo: “La Carneficina”. Un anziano piange fra le macerie, di spalla il pezzo “Così Kiev affronta l’assalto finale”. Ma era Donetsk, capitale della repubblica separatista del Donbass bombardata dagli ucraini. Il fotografo si è infuriato, pioggia di esposti all’Ordine dei giornalisti. Il direttore Massimo Giannini che fa, si scusa? No. Pubblica un tweet di insulti.

 

Sono tempi bizzarri, ne converrete. Bandiere ucraine ovunque, sventolate da gente che non si indigna per Palestina, Yemen, Kurdistan. Guerre di serie B, evidentemente. D’altronde, i film distopici ci fanno un baffo. Altro che Truman Show, ormai Orwell sembra un ingenuo.

 

Spiega La Repubblica che i discorsi di Zelensky li scrive lo sceneggiatore della serie TV che gli ha aperto le porte della presidenza. Una banda di mattacchioni sembrerebbe aver preso il controllo delle stanze dei bottoni. Come spiegare altrimenti la crociata contro Dostoevskij e Yuri Gagarin?

Pubblicato il

23.03.2022 15:34
Serena Tinari