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Come nasce il falso rifugiato

di

Stefano Guerra
Nel libro Asylpolitik gegen Flüchtlinge (trad.: La politica d’asilo contro i rifugiati), vent’anni fa il professor Walter Kaelin scriveva dei malintesi nella procedura di esame delle domande d’asilo: «c’è un grande rischio di malintesi quando persone di culture differenti entrano in contatto, se le due persone non sono pienamente coscienti dell’alterità del loro interlocutore o non conoscono bene la sua visione del mondo né la sua maniera di affrontare dei problemi». Qualche mese fa, dopo aver sfogliato i verbali delle audizioni di un centinaio di richiedenti d’asilo provenienti dai paesi dell’Africa occidentale, un giovane laureato in scienze politiche all’Università di Losanna, Gaétan Nanchen, è giunto a una conclusione più netta: i funzionari preposti all’esame dei dossiers dei richiedenti (quelli dell’Ufficio federale delle migrazioni-Ufm e la Commissione svizzera di ricorso in materia di asilo-Cra) adottano metodi e formulano domande impregnati di “etnocentrismo”. Che è quella tendenza a giudicare la storia, la cultura e le persone di gruppi umani diversi secondo i valori propri del nostro gruppo sociale, tenuto come ideale centro e punto di riferimento. Un etnocentrismo che nel caso dei richiedenti dell’Africa occidentale – respinti in modo pressoché sistematico – provoca una sorta di abitudine al rifiuto, di regola empirica e non scritta secondo cui siccome molti di loro non hanno motivi validi d’asilo, allora tutti non hanno motivi validi d’asilo. In altre parole: i metodi d’esame dei dossiers permettono sì di reperire i bugiardi, ma al contempo normalizzano il pregiudizio secondo cui tutti i richiedenti dell’Africa occidentale sarebbero dei contaballe. Anche chi veramente abbisogna di protezione viene così tagliato fuori. «In certe decisioni (...), il partito preso è tale che le ingiustizie sono flagranti. Tutte le prove possibili non basteranno a far cadere i pregiudizi», scrive Gaétan Nanchen nello studio realizzato per conto del Centre social protestant (Csp) di Ginevra e pubblicato in agosto dall’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (Osar). (1) Paesi come Costa d’Avorio, Guinea, Guinea-Bissau, Sierra Leone, Liberia e Nigeria conoscono chi più chi meno una realtà fatta di guerre civili, violenza, dittature e persecuzioni di vario genere. Basta leggere i rapporti di Amnesty International per rendersene conto. Eppure i richiedenti l’asilo provenienti da quei paesi sono praticamente certi in partenza di vedersi sbarrata la porta dell’asilo una volta entrati in Svizzera: pochissimi sono quelli accettati quale rifugiati, pochissimi ottengono l’asilo, pochissimi si vedono accordata un’ammissione provvisoria. Le statistiche dell’Ufm parlano chiaro. Dicono che la differenza tra i tassi di decisioni positive che li riguardano e il tasso medio di accettazione è enorme: solo uno su 200 ottiene l’asilo e 3 su 100 l’ammissione provvisoria, contro un tasso medio d’accettazione per l’insieme dei paesi dell’8 per cento (28 per cento per l’ammissione provvisoria). È proprio questo divario tra situazioni che non possono mancare di generare veri perseguitati e il rifiuto sistematico delle loro domande d’asilo a colpire Gaétan Nanchen che si chiede: ma allora tutti i richiedenti l’asilo provenienti dall’Africa occidentale sarebbero dei bugiardi? «Un certo numero senza alcun dubbio (...). È probabile che un numero importante di richiedenti entri nella filiera dell’asilo per fuggire da condizioni di vita disperate», riconosce il giovane ricercatore. Ma se le bugie c’entrano in certi casi, non bastano comunque a spiegare un tasso d’accettazione vicino allo zero. In causa sono soprattutto le modalità di esame dei dossiers: la scelta degli “esperti” incaricati di riconoscere la lingua e di individuare la nazionalità dei richiedenti; i test linguistici e di analisi ossea; il ruolo degli interpreti; le domande che mirano a ricostruire la sequenza lineare, cronologica di fatti raccontati da persone con una concezione del tempo radicalmente differente dalla nostra; quelle riguardanti lo spazio, percepito in tutt’altro modo dai richiedenti africani; l’uso di concetti e di parole ortograficamente uguali ma ai quali in Africa e in Europa viene dato un senso differente; l’uso del concetto di “esperienza generale della vita” in funzione del quale vengono dedotti – e appiattiti su quelli occidentali – i comportamenti e le reazioni di persone appartenenti a culture diverse; il tutto permeato da una scarsa conoscenza della realtà socio-politica dei paesi d’origine dei richiedenti africani. Si tratta di meccanismi ancora poco conosciuti (come spiega nell’articolo sotto Yves Brütsch del Centre social protestant di Ginevra) ma dagli effetti certi, comprovati dalle statistiche ufficiali: il rifiuto sistematico delle domande d’asilo dei richiedenti dell’Africa occidentale. Un rifiuto che diventa abitudine, normalità, pagato a caro prezzo da chi ha bisogno di protezione contro persecuzioni, violenze e guerre civili. 1)“L’Afrique et l’asile: analyses des méthodes des autorités suisses en matière d’asile au regard des demandes des requérants ouest africains” (www.osar.ch/2005/10/06/analyseafrikadecision200508). Gaétan Nanchen, è corretto affermare che i richiedenti l’asilo provenienti dai paesi dell’Africa occidentale sono vittime di discriminazione da parte delle autorità svizzere preposte all’esame delle domande d’asilo? Non parlo di discriminazione, ma potrebbe anche essere giustificato utilizzare questo termine. Lo studio si limita ad offrire degli elementi che suscitano interrogativi e che perlomeno permettono di dubitare che queste persone siano discriminate. Come vengono “fabbricati” questi falsi richiedenti? I funzionari incaricati delle audizioni, dell’esame delle loro domande d’asilo, cercano il minimo errore, la minima lacuna nel racconto dei richiedenti: imprecisioni riguardanti i tempi e la durata, i luoghi, le parole e i concetti. Se, mettiamo, non sanno dire quanto è durato il loro viaggio, oppure quanto distano due località, i funzionari concluderanno subito che non è possibile essere tanto imprecisi e che i candidati all’asilo stanno raccontando cose non vere. L’Ufm parla di un’“esperienza generale della vita” che ogni essere umano condivide: pertanto tutti devono sapere ad esempio che un viaggio è durato tot ore, e che tra un villaggio e l’altro vi sono tot chilometri. Il problema è che le nozioni di tempo e spazio usate nella procedura d’asilo sono assolutamente “normali” per noi, ma non per un richiedente l’asilo proveniente dall’Africa occidentale che verrà così rapidamente messo fuori gioco. Nel loro caso, l’etnocentrismo insito nella procedura d’asilo è particolarmente penalizzante. Cosa l’ha colpita maggiormente sfogliando i verbali delle audizioni? Molte cose mi hanno colpito. Se dovessi sceglierne una, citerei il caso di due richiedenti l’asilo evasi da una prigione nei loro paesi rispettivi. Il primo era andato a vedere i suoi familiari prima di lasciare il paese: l’Ufm gli ha risposto che il suo racconto non è logico, che è impossibile che una persona appena evasa passi da casa in quanto deve sapere che la polizia è proprio là che sarebbe subito andata a cercarlo. Al secondo richiedente, che non era passato a trovare i familiari prima di lasciare il paese, la Cra [la Commissione svizzera di ricorso in materia di asilo, ndr] ha risposto che non è normale partire senza salutare i parenti. I richiedenti si ritrovano così spesso in una situazione in cui, qualsiasi cosa dicano, non vengono creduti. Questo mi ha colpito maggiormente, oltre che l’estrema severità con cui vengono trattati i richiedenti l’asilo dell’Africa occidentale. Ho consultato i dossiers di diversi richiedenti l’asilo dell’ex Yugoslavia, e mi sono reso conto che i funzionari incaricati delle audizioni sono molto meno severi, molto meno propensi a cercare dei cavilli sulle date, sulle distanze, ecc. Come se lo spiega? Perché l’Africa fa paura. Sono persone che non hanno il nostro stesso colore della pelle. È soprattutto questo, credo. Oltre al fatto che adesso il numero di richiedenti africani pare in aumento e che tra di loro ve ne sono molti che arrivano in Svizzera senza motivi validi d’asilo. Attraverso il rifiuto massiccio e ripetuto delle loro domande d’asilo si crea un’abitudine che alimenta una sorta di “regola del rifiuto”: siccome numerosi africani dell’Ovest non hanno motivi validi d’asilo, allora tutti gli africani dell’Ovest non hanno motivi validi d’asilo. A chi si preoccupa della corretta applicazione del diritto d’asilo in Svizzera le conclusioni della ricerca di Gaétan Nanchen (vedi sopra) appaiono «inquietanti». Perché aiuta se non a smascherare perlomeno a intravedere i sottili meccanismi burocratici che alimentano il (o si nutrono del) discorso sui “falsi rifugiati”. A dirlo è Yves Brütsch, responsabile del servizio rifugiati al Centre social protestant (Csp) di Ginevra che ha commissionato lo studio sui cittadini di paesi dell’Africa occidentale che depositano una domanda d’asilo in Svizzera. Le osservazioni di Gaétan Nanchen sono state confortate da una recente indagine realizzata dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione (vedi “Per saperne di più”), nelle cui conclusioni Yves Brütsch trova una conferma: «a torto fino ad oggi gli africani dell’Ovest sono stati diabolizzati, considerati a priori come delle persone che non hanno validi motivi per depositare una domanda d’asilo da noi. Nell’approccio dell’Ufficio federale delle migrazioni – che le rifiuta in modo sistematico – c’è un reale problema». Yves Brütsch, è possibile generalizzare all’insieme dei richiedenti l’asilo gli elementi emersi nella ricerca di Gaétan Nanchen? Lo studio che abbiamo commissionato è un primo passo, offre spunti di riflessione interessanti e ci lascia con un grande punto interrogativo circa la qualità del processo decisionale in materia d’asilo. Ma siamo solo agli inizi. Per cui non ho una risposta a questa domanda. Non una risposta, però almeno dei dubbi sì. Certo. Ma per confermarli bisognerebbe che altri studi, più approfonditi e interdisciplinari, seguano il lavoro di Gaétan Nanchen. Al momento attuale queste ricerche non esistono. L’esperienza personale mi dice comunque che i problemi non si verificano solamente nel caso dei richiedenti dell’Africa occidentale. Spesso siamo confrontati con decisioni argomentate in modo alquanto strano. Esse riguardano un po’ tutti i richiedenti. Così come riguardano tutti i richiedenti i metodi d’esame per definire la loro identità, età, provenienza e la verosimiglianza dei loro racconti. Va detto però che nel caso dei richiedenti africani constatiamo un orientamento particolarmente negativo che spinge a un rifiuto quasi sistematico delle loro domande. Come fare per continuare ad individuare i richiedenti bugiardi che abusano dell’asilo senza che anche chi ha veramente bisogno di protezione ci vada di mezzo? Esistono sicuramente dei margini di miglioramento per quel che riguarda il processo decisionale e l’analisi dei motivi d’asilo. Bisognerebbe innanzi tutto uscire da una logica di rifiuto a priori che orienta l’analisi verso una direzione negativa, prendendo coscienza dei limiti di queste procedure d’esame affinché non si vada a finire in una dinamica di rifiuto sistematico che nel caso dei richiedenti africani è manifesta. Sapere se sono le persone oppure è il sistema a produrre delle decisioni negative, è difficile da dire. Sul piano metodologico, della formazione delle persone incaricate delle audizioni, c’è sicuramente da fare, da correggere. Ma ciò non potrà sopprimere la difficoltà di fondo della procedura d’asilo, procedura nella quale la veridicità delle motivazioni del richiedente non può essere verificata nel paese d’origine ma deve forzatamente essere dedotta dal racconto del candidato nel paese dove ha depositato la domanda.

Pubblicato

Venerdì 11 Novembre 2005

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