< Ritorna

Stampa

 

Come in fabbrica, ma con il sorriso

di

Francesco Bonsaver
La venditrice è un lavoro estenuante. Otto ore in piedi in un ambiente illuminato da luce artificiale, sempre col sorriso anche quando la vita non ti sorride, è impegnativo oltre che logorante. Se aggiungete lo stress d'ansia da cifra d'affari imposta dall'azienda, il lavoro domenicale e nei festivi che impedisce una vita sociale normale, il tutto condito dal ricatto del licenziamento facile, si comprende facilmente il disagio che si vive. Il racconto di una di loro, venditrice al Fox Town di Mendrisio.

«I centri commerciali, al pari dei call center, sono le nuove fabbriche di oggi. Se negli anni 70 gli operai delle fabbriche sono riusciti con le loro lotte a conquistarsi dei diritti e oggi sono meglio tutelati, nei centri commerciali siamo ancora all'epoca del Far west». Esordisce così Eva*, oggi dipendente di un negozio al Fox Town di Mendrisio ma che nel passato ha ricoperto anche il ruolo di store manager (responsabile di negozio) dove gestiva alcune dipendenti. Non è una situazione infrequente nel centro: se un negozio chiude, capita che una gerente, pur di restare all'interno del centro, accetti di lavorare come venditrice in un altro negozio. «Questo lavoro lo si fa solo per la motivazione economica. È l'unica ragione che ti spinge ad andare avanti». E non è un caso che siano in stragrande maggioranza frontaliere, con lo stipendio basso per vivere in Svizzera che diventa decente superata la dogana se paragonato alle paghe italiane.
«Le commesse sono costantemente sotto pressione. Le aziende impongono, la store manager esegue e impone, le commesse subiscono. E non devono pensare. Quando ero agli inizi, un giorno domandai quanto fosse stato l'incasso della giornata. «Questo non ti riguarda». Non devi pensare, solo eseguire. La formazione, la qualifica, l'esperienza non è gradita. Anzi, può diventare un fattore penalizzante perché significa che costi troppo. Meglio prendere una ragazza senza esperienza per darle il minimo previsto. Tanto ti sarà ancora riconoscente malgrado la sfrutti fino all'osso».
Fateci caso quando girate nelle boutiques della città della volpe e in altri centri commerciali. Sono rare le commesse oltre la quarantina. In poche sopravvivono. Non è solo una questione di "immagine": è anche una questione di prezzo del lavoro. Prosegue la nostra interlocutrice: «In alcuni negozi, la ragazza può solo assistere il cliente e riporre la merce sugli scaffali. Non può incassare o allestire il negozio. Non le viene insegnato la filiera del lavoro di venditrice in modo da acquisire anche conoscenze e soddisfazioni professionali. Il lavoro viene parcellizzato, diventa ripetitivo, da catena di montaggio. È frustrante».

Tutti i giorni, dalle 11 alle 19
Veniamo ai ritmi di lavoro. Il Fox Town apre alle 11 e chiude alle 19, tutti i giorni della settimana. Le lavoratrici si sobbarcano un tempo di trasferta non indifferente; un'ora e mezzo nei casi migliori. Si aggiunge poi l'affannosa ricerca del posteggio, non garantito a chi lavora, perché la precedenza va ai clienti. Altro tempo che si aggiunge all'orario di lavoro. «Rientri alla sera giusto in tempo per vedere tuo figlio andare a letto» racconta Eva.
Nell'orario continuato di 8 ore è prevista una mezz'ora di pausa pranzo pagata. Al Fox Town, come in molti altri centri commerciali, non esistono spazi comuni destinati ai dipendenti per mangiare o semplicemente fare pausa. Il ricordo va alle prime rivendicazioni degli operai delle fabbriche: il diritto alla mensa. Nel 2010, le dipendenti del Fox Town mangiano la "schiscetta" portata da casa in un piccolo localino che funge da magazzino merci. L'unica concessione alla modernità sta nel microonde. Ovviamente pagato a proprie spese.
C'è poi il lavoro su chiamata, mascherato con contratti dove ti garantiscono 16 ore settimanali: «A volte lavori delle giornate di fila, mentre in altri periodi ti lasciano a casa. Per legge sono solo obbligati a garantirti le 16 ore settimanali di media nell'arco di un anno. Poi fanno quello che vogliono». Naturalmente, diventa un ulteriore strumento di ricatto. Se sei flessibile fino a spezzarti, ti faranno lavorare più delle 16 ore contrattuali, insufficienti a sopravvivere economicamente. «Per la venditrice è difficile, se non impossibile, ribellarsi. - spiega Eva - Non c'è nessuna tutela al licenziamento e in azienda hanno la risposta pronta "se non ti va bene, ho la scrivania piena di curriculum". Con la crisi del lavoro che c'è in Italia, la montagna di curriculum è cresciuta a dismisura». E c'è chi ne approfitta.
In alcuni negozi l'azienda integra nel salario un bonus sulle cifra d'affari. «È devastante. Spesso si traduce in una guerra tra colleghe, sempre in competizione l'una contro l'altra. Non sono poche le colleghe vittime di stress da ansia, che si manifesta con frequenti attacchi da panico e la depressione». Ci sono poi le punizioni per le commesse: lavorare sempre al sabato o la domenica, ferie imposte in periodi dell'anno in cui i figli vanno a scuola, orari spezzettati e altre formule subdole. «Alla fine, una o molla o cede fisicamente. E non sono casi rari, purtroppo» racconta amareggiata Eva.  

Le domeniche rubate
«Da contratto dovremmo avere un massimo di due domeniche al mese. Una regola che pochi, per non dire nessuno, rispetta. A fine anno c'è un controllo e chi ha superato il limite delle domeniche, riceve una segnalazione. Ciò non significa una sanzione. Semplicemente, l'anno dopo verificheranno che non hai nuovamente superato il limite o almeno che non hai esagerato. Intanto due anni sono passati e le venditrici sono state derubate delle domeniche» Ci vorrebbero dei controlli settimanali e sanzioni dissuasive, ma l'opposizione padronale è forte. «Lavorare la domenica, soprattutto dopo aver fatto il sabato, vuol dire negare la possibilità di vedere tuo marito, tuo figlio, i tuoi amici. Vuol dire non avere una vita sociale e familiare, a volte anche per settimane consecutive».
Eva ha le idee chiare sulle aperture domenicali: «Non sono contraria per principio. Capisco le esigenze delle aziende e al Fox Town la domenica c'è una forte affluenza. Se da un lato però c'è il guadagno dell'azienda, dall'altro c'è un prezzo da pagare per chi lavora. Alla domenica riceviamo il 50 per cento in più. È un prezzo che non compensa il sacrificio. Se lavori sia il sabato che la domenica, sei privato degli affetti familiari e sociali. Sarei quindi favorevole al lavoro domenicale a tre condizioni: una reale libertà di scelta tra il sabato e la domenica (si salva almeno un giorno da dedicare ai tuoi cari), un indennizzo del 100 per cento per le ore domenicali, e un limite massimo di domeniche e sabati in cui lavorare. E per garantire il rispetto delle regole, un controllo costante con sanzioni dissuasive e immediate a chi sgarra».

Alla sera ti senti ubriaca
Dopo due anni di battaglie delle lavoratrici sostenute da Unia, la temperatura (in particolare quella estiva) è stata migliorata all'interno del Fox Town tramite un nuovo impianto di aerazione. Ma secondo molte lavoratrici non siamo ancora alla situazione ottimale. «Purtroppo mancano studi scientifici che dimostrino se ci siano delle correlazioni tra l'insorgere di alcune malattie e l'ambiente di lavoro di un centro commerciale. Ma ci sono troppe coincidenze per non avere dei dubbi. Molte colleghe accusano le stesse malattie. Nel nostro centro commerciale l'aria d'estate viene solo rinfrescata di qualche grado. Questo fa sì che l'umidità è molto bassa, con conseguenze sulla salute» spiega la nostra interlocutrice.
Non solo l'aria rappresenta un possibile rischio alla salute. Come molti centri commerciali, anche nella città della volpe l'unica luce è quella artificiale. «Per valorizzare meglio la merce, nei negozi si utilizza la luce fredda, al neon» dice Eva. Il bisogno di luce naturale è riconosciuto dai medici e anche dal Segretariato di stato dell'economia. Ma delle modifiche introdotte recentemente dal Seco alla sua applicazione ne hanno vanificato il senso e il controllo (si veda area del 9 ottobre 2009, "Derubati per anni delle pause"). Quel che è certo è che molte commesse e colleghi uomini provano una sensazione di stordimento finita la giornata lavorativa. «Mi sento come ubriaca quando esco dal centro commerciale».
Il viaggio nel mondo delle venditrici termina qui. Sono molte le cose non raccontate per mancanza di spazio. Simbolicamente, spegniamo le luci del centro commerciale con una promessa. Torneremo a riaccenderle.

* nome di fantasia. La sua identità è nota alla redazione

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2010

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 20 Gennaio 2022

Torna su

Editore

Sindacato Unia

Direzione

Claudio Carrer

Redazione

Francesco Bonsaver

Raffaella Brignoni

Federico Franchini

Veronica Galster

Mattia Lento

Indirizzo
Redazione area
Via Canonica 3
CP 5561
CH-6901 Lugano
Contatto
info@areaonline.ch
Inserzioni pubblicitarie

Tariffe pubblicitarie

T. +4191 912 33 80
info@areaonline.ch

Abbonamenti

T. +4191 912 33 80
Formulario online

INFO

Impressum

Privacy Policy

Cookies Policy

 

© Copyright 2019