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Come guadagnare (col gioco degli altri)

di

Giuseppe Dunghi
Giuseppe Billanovich diceva: la cultura è una creatura morbida, essa fugge dalla violenza e dalle guerre e si rifugia presso le corti dei principi, nei palazzi borghesi, nella quiete dei conventi. Si potrebbe aggiungere: e nelle sale dei casinò. Il Casinò di Mendrisio distribuisce una parte degli utili agli abitanti del Mendrisiotto, nella misura di 25 franchi all’anno per persona. Un comune di mille abitanti riceve quindi 25 mila franchi. Generalmente questi soldi vengono impiegati per scopi culturali: abbellimento dei centri abitati, parchi gioco per bambini, luoghi d’incontro per gli anziani, biblioteche, restauro di edifici storici e di chiese. In Ticino si restaurano le chiese. Tornano a splendere gli stucchi e i marmi colorati, è un nuovo sfavillio di oro e argento e di santi in gloria, si lucidano reliquari, paliotti a tarsie policrome, balaustrate, acquasantiere. Siamo condannati a vivere in un eterno barocco, immersi in una perenne controriforma. Solo quei piccoli edifici accanto alle chiese in cui venivano raccolte le ossa dei defunti sfuggono alla furia restauratrice, perché il pensiero della morte disturberebbe l’allegro messaggio che accompagna i soldi distribuiti a pioggia: compra, divertiti, gioca, vinci. L’aspetto negativo dei casinò non consiste – come si vuol far credere – nel gioco patologico o nel prestito a usura o nel riciclaggio di denaro, e neppure nel pericolo di infiltrazione della criminalità. Quel mondo è stato un tema del romanzo decadente. Un genere letterario. Mattia Pascal, prima di eclissarsi dalla vita sociale cambiando il nome, aveva vinto una notevole somma al casinò di Montecarlo. Il problema non è il gioco, è il far giocare. Il fatto grave è che un intero cantone ha fatto la scelta di arricchirsi facendo giocare gli altri. Ed è grave che la sinistra di questo cantone abbia scelto di non opporsi a tale deriva, ma di accompagnarla. Non si tratta di un errore politico né di una leggerezza morale; è un disastro antropologico, una specie di barbarie nella mente. Nell’anno 430 i Vandali e gli Alani comandati da Genserico, dopo aver attraversato l’anno prima lo stretto di Gibilterra, dilagarono in Africa e strinsero d’assedio Ippona. Il vescovo Agostino – narra il suo biografo – «piangeva ogni giorno con fiotti di lacrime» per la sciagura che stava per abbattersi sulla sua città. Forse Agostino morente pensava a un’altra distruzione, quella di Roma, avvenuta vent’anni prima, nel 410, ad opera dei Visigoti guidati da Alarico, che aveva fatto scrivere a Girolamo: «La città che ha assoggettato il mondo è a sua volta assoggettata». Girolamo e Agostino, pur con il cuore lacerato, attribuivano a un disegno di Dio la distruzione di Roma. Quando capiterà una cosa simile alla nostra civiltà, uno storico, o un letterato, o un uomo di religione probabilmente non scriveranno più un De Civitate Dei. Di fronte agli edifici distrutti potrebbero fare una riflessione, forse banale: dentro ogni chiesa c’era un pezzetto di casinò; dentro ogni casinò c’era un pezzetto di partito socialista. P.S.: Se dovessi acquistare un prodotto, potendo scegliere, preferirei quello proposto da Giovanni Cansani con la sua faccia di socialista, piuttosto che quello offerto da una “lucky girl”!

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Venerdì 2 Luglio 2004

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