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Colpi di pistola metafora di un’Italia a pezzi

di

Loris Campetti

Luigi Preiti non ha perso il senno ma la speranza. L'uomo che per farla finita con una vita familiare e lavorativa distrutta si è presentato davanti a palazzo Chigi, ha tirato fuori la pistola e ha sparato contro i carabinieri di servizio ferendone due, avrebbe voluto colpire i politici, ma l'impresa era impossibile – i neonominati ministri erano riuniti dentro il palazzo per giurare fiducia – si è dovuto accontentare di due militari, trasformati in simbolo del nemico da abbattere per poi chiedere di essere ucciso, subito. Chi ha spedito mail per dire che Preiti avrebbe dovuto sparare ai politici non  ha perso la ragione, semmai la pazienza e la speranza.


L'Italia è ripiegata, incattivita dalla mancanza di ascolto da parte della politica. Gli italiani chiedono un cambiamento, lo fanno con il non voto, con il voto a Grillo, con lo schiaffo al Pdl di Berlusconi e al Pd di Bersani e si ritrovano governati dai bocciati. E si ritrovano ancora Napolitano presidente della Repubblica e, di conseguenza, un patto scellerato tra destra ed ex-sinistra unite dalla distanza dal paese reale. È la vittoria di Grillo che sognava l'inciucio per crescere ancora; e di Berlusconi, sconfitto ma resuscitato, ancora una volta, dall’ignavia e dal partito mai nato, il Pd.


Che c’entra il gesto di Preiti con tutto questo? Niente, chi accusa il M5S di essere il mandante è un avvoltoio. Eppure quei colpi di pistola sono una metafora dell'Italia uscita a pezzi dal supergoverno dei tecnici guidato da Monti e, anch’esso, voluto da Napolitano, che per ridurre lo spread ha affossato i più deboli facendo esplodere disoccupazione e precariato, impoverendo operai e pensionati, lasciando a casa o costringendo all'esilio i giovani. Il crescendo della crisi politica in una settimana è impressionante: il Pd, frantumato in correnti, brucia prima Franco Marini, ex segretario Cisl, contro cui si erano espressi chiaramente un pezzo del Pd, Sel e Grillo perché odorava di inciucio con Berlusconi; poi ha bruciato Romano Prodi perché escludeva un accordo con l’avversario di sempre; e ancora, rifiutava la nobile candidatura di Stefano Rodotà, da sempre di sinistra, già presidente del Pds, rispettato da tutti. Rodotà è la sinistra vincente, quella del referendum sull’acqua pubblica, bocciato per questo e perché a presentare la sua candidatura era stata la rete di Grillo.

 

Chi scrive era stato facile profeta, prevedendo che l'Italia non avrebbe meritato un presidente come Rodotà. Morale, si chiede a Napolitano il bis. Il bis è arrivato e con lui l'incarico più democristiano possibile, a Enrico Letta, nipote di Gianni Letta che è il consigliere di Berlusconi (Letta continua). I dc sono così, abituati a occupare tutte le postazioni. Letta (Enrico) ha liquidato le ultime reminiscenze di sinistra post-comunista dal suo (non)partito. Al Pdl vanno i ministeri più pesanti, a partire dall’interno affidato ad Alfano che è anche vicepresidente del Consiglio. “Non moriremo democristiani”, si cantò qualche decennio fa. Non è andata così, e per di più, i democristiani di oggi puzzano di berlusconismo. Fuori dal coro Sel e M5S e, da destra, Fratelli d’Italia. Astenuti i leghisti, per non disturbare l'obiettivo dell'amico Berlusconi: la guida di una superbicamerale per riformare regole e Costituzione.

Pubblicato

Giovedì 2 Maggio 2013

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