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Colombe ma non solo fra le fila dell’Ulivo

di

Loris Campetti
Chissà che, per una volta, la lezione della storia non sia stata davvero capita. Chissà che l’Ulivo non riesca, oggi, a fare tesoro degli errori del passato. Errori pesanti, che hanno eroso il consenso della base democratica nei confronti del centrosinistra italiano. Un centrosinistra che aveva pensato bene di mettersi l’elmetto per portare l’Italia nel novero dei paesi che contano, quelli di serie A. Così era avvenuto quando presidente del consiglio era Massimo D’Alema nel ’99, al tempo della “contingente necessità”, o meglio della «guerra umanitaria» – «una bestemmia», come dice uno dei leader del movimento pacifista, Gino Strada – contro la popolazione della Jugoslavia. Così era risuccesso lo scorso anno, Berlusconi regnante, quando l’Ulivo si accodò alla guerra americana “contro il terrorismo”, l’inizio della guerra infinita. Ma oggi che i gendarmi del mondo ritornano all’attacco con la “guerra preventiva”, con o senza il viatico delle Nazioni unite, per mettere finalmente a guardia dei pozzi petroliferi iracheni un rais amico di Bush, l’opposizione di centrosinistra sembrerebbe aver ritrovato una sua naturale collocazione, dalla parte della pace. Il condizionale è d’obbligo: mentre scriviamo il parlamento italiano sta discutendo l’invio di mille alpini in Afghanistan con il compito dichiarato di combattere, per stanare dalle grotte i militanti di Al Qaeda. Rispondere sì, o ni, alla richiesta del governo Berlusconi sarebbe la premessa a un futuro consenso alla nuova guerra di Bush, nel caso in cui venisse sostenuta dall’Onu. E mentre scriviamo, se è dato per certo o molto probabile il voto contrario dei Ds - oltre naturalmente a Rifondazione comunista, ai Verdi e al Pdci – più articolata appare la posizione della Margherita, con Francesco Rutelli che spinge per far passare nell’Ulivo una posizione meno netta. A differenza di quanto accadde nel ’99, questa volta la Cgil si è schierata compattamente dalla parte della pace e nella preparazione delle manifestazioni del 18 ottobre – giorno dello sciopero generale in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e dei diritti – il rifiuto della guerra avrà un posto d’onore. Perché il primo dei diritti è proprio il diritto a vivere in pace. Anzi, a vivere. In qualsiasi modo termini il braccio di ferro interno all’Ulivo, di cui il “popolo pacifista” italiano avrebbe volentieri fatto a meno, la mobilitazione “contro la guerra senza se e senza ma” è destinata a crescere. L’opinione comune questa volta è compattamente contraria a qualsivoglia nuova avventura bellica. Lo si è visto il 14 settembre a Roma, quando ottocento mila persone convocate dai “girotondini” si sono spellate le mani per applaudire il fondatore di Emergency, Gino Strada, che chiedeva un impegno forte della società civile a favore della pace. E dai prossimi giorni sventoleranno in migliaia di luoghi di lavoro e di vita stracci bianchi contro la guerra: l’appello è stato lanciato, nel corso di una partecipatissima assemblea, da Emergency e da Sergio Cofferati, alla sua prima iniziativa pubblica dopo il passaggio di testimone a Guglielmo Epifani alla guida della Cgil. Ogni iniziativa, ogni mobilitazione di queste settimane contro il governo Berlusconi si tramuta automaticamente in una manifestazione preventiva contro la guerra. È capitato anche sabato scorso, sempre a Roma, quando il tradizionale corteo di partito di Rifondazione comunista di fine settembre si è trasformato in una manifestazione per la pace, a cui hanno partecipato decine di migliaia di democratici, con l’adesione della sinistra Ds, di una parte dei Verdi, di settori significativi del movimento contro la globalizzazione neoliberista, dei Cobas. Il prossimo appuntamento pacifista porta la firma dei social forum: sabato 5 ottobre, in decine di città italiane piazze piene. Insieme ai giovani no-global manifesteranno le associazioni del volontariato, l’Arci, la Fiom, la Cgil, in molte realtà i partiti di sinistra, la Rete Lilliput, organizzazioni cattoliche e il sindacalismo di base. Sarà, questa, la prova generale per l’appuntamento pacifista continentale del 9 novembre a Firenze, al termine del social forum europeo in preparazione dell’appuntamento di gennaio a Porto Alegre. «Un altro mondo non è più solo possibile, è anche necessario per salvare il pianeta terra dal liberismo e dal suo braccio armato: la guerra permanente». A Firenze sfileranno decine, più probabilmente centinaia di migliaia di uomini e donne provenienti dall’est e dall’ovest europeo, con culture, ideologie, fedi diverse, ma una speranza e una pretesa comuni: buttare fuori la guerra dalla nostra storia. L’Italia torna così a essere un punto di riferimento per il movimento pacifista internazionale. L’impegno di una fetta importante della società civile al fianco delle popolazioni martoriate da guerre più o meno umanitarie non si è mai fermato in questi anni, a prescindere da quale schieramento fosse al governo del paese. Si sono moltiplicate iniziative e associazioni, contro il criminale embargo che ha ucciso più di un milione di iracheni, al fianco del popolo palestinese come delle vittime delle guerre jugoslave, della popolazione afgana sia quando era oppressa dalla tirannia dei talebani che quando era bombardata dagli “alleati”. Negli ultimi due anni, il movimento contro la guerra è cresciuto contestualmente alla sperimentazione di nuove forme di organizzazione e di pratica diretta della politica. Senza più deleghe ai partiti. La Cgil, grazie anche al ruolo importante della Fiom all’interno dei social forum, ha capito la lezione, e si è messa al servizio del movimento. E i Ds? O imparano anch’essi la lezione, oppure al maggior partito nato dal Pci non resterà che farsi da parte.

Pubblicato

Venerdì 4 Ottobre 2002

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