Nella società contemporanea, in cui le crisi locali hanno sempre di più ripercussioni internazionali, risulta necessario riconoscere la reciproca dipendenza delle collettività tra di loro. In un mondo, come il nostro, nel quale qualsiasi informazione è potenzialmente fruibile da chiunque, mi sembra che l'esperienza della collaborazione debba diventare una sorta di costante. Essa permette, in modi diversi, di superare gli steccati ideologici e le barriere geografiche, senza negare tuttavia il valore del riferimento alle proprie origini culturali o alle proprie appartenenze religiose. Se, da un lato, viene meno l'omogeneità sociale (lo sperimentiamo anche nel nostro piccolo, in Ticino come in Svizzera), dall'altro, il meticciaggio spirituale in atto costituisce un'opportunità da non perdere per la crescita comune, oltre che individuale. In questa prospettiva, promossa in genere da tutte le grandi tradizioni religiose mondiali, l'apertura all'universale (ad esempio i diritti umani fondamentali) nasce dalla consapevolezza del particolare. Inteso come realtà locale, culturale, etnica e religiosa di cui si rivendica la differenza rispetto alle altre (è il caso, ovviamente in negativo, dell'Irlanda del Nord, dei Balcani o della Palestina), portato ad oltranza, il particolarismo diviene radice di conflitto e violenza. La chiusura identitaria conduce inesorabilmente al fanatismo e quello religioso, si sa, ne è la forma peggiore e spesso la più devastante.
Sul piano emotivo e spirituale, è dunque indispensabile sapere da dove si proviene (da quale famiglia o gruppo sociale), poiché consente di riconoscere la propria identità, a condizione di mantenere la necessaria apertura al diverso, non da ritenere minaccia, bensì dono. Al riguardo, ritengo che si prendano a sufficienza in considerazione le conseguenze della rottura del legame tra gli immigrati e le loro comunità civili e religiose d'origine, anche per le società d'accoglienza.
In uno spirito cooperativo di arricchimento vicendevole, va riconosciuto quanto l'identità individuale e collettiva abbia le sue fondamenta nello specifico di un ambito etnico, culturale e spirituale. Accettare questo dato di fatto come positivo, evita crisi di grave portata nelle singole persone e nelle comunità. Non si sottolinea mai abbastanza l'importanza di poter celebrare liberamente feste e riti religiosi, come elemento di equilibrio per chiunque.
La collaborazione nel campo religioso, sotto forma personale e istituzionale, a mio avviso, è indice di apertura interiore. Essa è il presupposto affinché le religioni e le credenze possano svolgere, anche nel nostro Cantone, un ruolo pacificante, nel rifiuto delle contrapposizioni ideologiche e dell'odio interconfessionale. Si apre così un orizzonte da cui tutti possiamo trarre vantaggio.

Pubblicato il 

01.05.09..

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