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Closed Shop

di

Giuseppe Dunghi

Closed shop non è il cartello che molti di noi vorrebbero vedere finalmente appeso la domenica alle porte del Fox Town. È una chiusura di altro genere: l’assunzione bloccata. Si tratta della principale rivendicazione del movimento sindacale inglese a partire circa dal 1850: il principio per cui in una ditta dovevano essere assunti solo i lavoratori aderenti al sindacato, sindacato che in quegli anni incominciava a strappare i primi salari decenti. Un mezzo dunque per impedire al padrone di esercitare a danno dei lavoratori – mettendoli in concorrenza l’uno con l’altro – la sua libertà di assumere.


Oggi, quando un manager che ha partecipato a un corso di aggiornamento all’estero riunisce i dipendenti e incomincia a parlare di just in time, human resource management, labour saving, flexsecurity, tutti si preoccupano per il proprio futuro perché queste espressioni significano licenziamenti in arrivo. Ma in passato da oltre Manica ci sono giunte parole diverse, le parole calde della solidarietà operaia: friendly society (società di mutuo soccorso), craft society (società di mestiere), trade union (associazione di mestiere), Amalgamated Society of Engineers (Società amalgamata dei metalmeccanici). I loro obiettivi erano l’aiuto reciproco in caso di malattia o disoccupazione, la lotta al crumiraggio, il controllo dell’apprendistato, la riduzione dell’orario di lavoro, il salario minimo.


Alcune di quelle rivendicazioni (la lotta alla concorrenza sleale e la preferenza ai cittadini svizzeri nei posti di lavoro) sono presenti nel referendum promosso dall’Udc su cui si voterà in questo fine settimana. Rivendicazioni che fanno parte della cultura operaia e perciò in qualche modo condivisibili. Ma in realtà sono un’esca appetitosa posta all’interno di una trappola consistente nel seguente sillogismo: siamo contro i lavoratori che si offrono per meno; i lavoratori che si offrono per meno sono stranieri; dunque siamo contro gli stranieri. Lo stesso procedimento logico messo in atto negli anni ’30 del secolo scorso in Germania: gli spartachisti avevano insegnato ai tedeschi, giustamente, a lottare per una diversa ripartizione della ricchezza; ai nazionalsocialisti bastò personalizzare il concetto, contro i ricchi, e aggiungere un aggettivo, i ricchi ebrei, poi togliere il sostantivo e sostantivare l’aggettivo, gli ebrei, ed ecco i campi di sterminio. Ideali, passione, storia, cultura di sinistra utilizzati per un progetto di destra: è questo ciò che distingue il fascismo dalle tradizionali politiche conservatrici. E il no delle forze democratiche di questo paese all’iniziativa Udc appare inadeguato a difendere i lavoratori dall’attacco delle politiche liberiste, è sostanzialmente un sostegno allo statu quo, un’accettazione della concorrenza come imperativo morale, un remare verso sinistra su una barchetta dentro la piscina di una nave che fa rotta verso destra.


Nel 1863 – l’anno precedente alla fondazione della prima Internazionale dei lavoratori – al segretario generale del Consiglio dei Sindacati di Londra, il calzolaio George Odger, si presentò un problema: la concorrenza degli operai del continente, pagati poco e non ancora organizzati in sindacati, nei confronti degli operai inglesi. Ma invece di invocare il ritorno al protezionismo e la limitazione della manodopera immigrata, Odger propose agli operai di Londra di aiutare i lavoratori stranieri a organizzarsi per ottenere l’aumento dei propri salari. Forse bisognerebbe ripartire da qui.

 

Pubblicato

Mercoledì 5 Febbraio 2014

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