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Cliniche private, indietro tutta

di

Maria Pirisi
Per i 1'500 operatori che operano nei 12 Istituti ospedalieri privati del Ticino c’è il rischio di un salto nel buio. A fine anno scade il loro Contratto collettivo di lavoro (Ccl), «già oggi uno dei meno attrattivi del settore sanitario», ricorda il sindacato Vpod che, insieme all’Ocst, mercoledì 20 ottobre ha indetto un’assemblea generale del personale delle cliniche private sull’allarmante situazione a cui rischia di andare incontro. I segnali infatti raccolti dai sindacati alla riunione, avvenuta il 14 ottobre scorso, con i datori di lavoro degli istituti ospedalieri privati sono inequivocabili: la bozza del nuovo contratto che i dirigenti vorrebbero introdurre porterebbe a peggioramenti delle condizioni lavorative e salariali per gli operatori di questo settore. Peggioramenti (vedasi box) che minano i diritti acquisiti a fatica e in tempi lunghi, dicono in sostanza i sindacati. «Gravi e inaccettabili» hanno definito i sindacati Vpod e Ocst le richieste avanzate dal padronato. E il livello di preoccupazione è alto tra i dipendenti, tanto che all’ultima assemblea sono accorsi in quasi 300. «È chiaro che il pericolo di un peggioramento – afferma Raoul Ghisletta della Vpod – delle condizioni salariali e lavorative si fa sempre più concreto in un momento come questo in cui le cliniche hanno oggettivi problemi di finanziamento. Il fatto è che si va a penalizzare chi si trova in una situazione già svantaggiata rispetto a quella degli altri operatori dell’Eoc.» Dal canto suo Mimi Lepori-Bonetti, presidente dell’Associazione cliniche private Ticino (Acpt) ribadisce che per ciò che concerne l’esito delle trattative «molto dipende dai sindacati. Noi abbiamo fatto delle richieste puntuali che possano garantire una maggiore flessibilità ad ogni struttura del settore privato cosicché possa consolidare e rafforzare le proprie attività e la propria presenza nel contesto sanitario ticinese.» Per il personale (vedasi articolo sotto) e i sindacati, invece, le cliniche private stanno tirando troppo la corda. «Ciò che allarma di più – spiega Ghisletta – è che diventa sempre più palese che le cliniche private aspirino ad eliminare la mediazione del sindacato e contrattare direttamente le condizioni salariali e lavorative individualmente.» E con le contrattazioni individuali si affaccia anche lo spettro della meritocrazia, in base alla quale vantaggi e concessioni al singolo operatore rischiano di dipendere dall’ “indice di gradimento” che quest’ultimo avrà presso il suo datore di lavoro. Ma per la presidente dell’Acpt, una maggiore flessibilità nella contrattazione è un male necessario. «L’applicazione della nuova scala salariale – sostiene Lepori-Bonetti – ci ha provocato un aumento del costo reale degli stipendi molto alto. Oggi che la situazione si è fatta critica, modificare la scala salariale in favore del personale diventa impossibile. Perciò, o i sindacati capiscono la nostra situazione e si apre il dialogo o anche noi ci vedremo costretti a fare un gioco forte. Ma io sono positiva e sono sicura che si potrà arrivare ad una mediazione, una concordanza. E sia ben chiaro: noi non vogliamo rompere il Ccl ma vorremmo far capire al personale e ai sindacati che la situazione si è fatta difficile e che arriva un momento in cui, piuttosto che l’esigere ad oltranza, diventa prioritario garantire il posto di lavoro a tutti e 1'500 operatori del settore delle cliniche private.» E il punto sta proprio in quell’ “esigere” che per i sindacati in realtà non è chiedere “un qualcosa in più” ma una difesa di ciò che a fatica si è conquistato. «Sappiamo – conclude Ghisletta – che stanno organizzando, clinica per clinica, incontri fra le commissioni interne e gli operatori per convincere il personale che non cambierà nulla quando in realtà non sarà così. Noi abbiamo invitato tutti i dipendenti a non cedere a queste pressioni e a tenere duro. Con i datori di lavoro delle cliniche ci ritroveremo il prossimo 10 novembre e speriamo che per quella data gli spiragli di dialogo, che nel frattempo si sono aperti, conducano a risultati positivi.» «Stiamo col fiato sospeso e l’idea che le nostre condizioni lavorative possano peggiorare toglie serenità. Anche se nell’ultima assemblea del personale, i sindacati (vedasi articolo principale, ndr) ci hanno incoraggiato a resistere perché ci sono ancora degli spazi di manovra. Noi siamo fiduciosi e ci rafforza l’idea che siamo uniti e pronti a lottare per difendere i nostri diritti.» Ci dice Tania*, infermiera oncologica presso una clinica privata del Cantone. «La preoccupazione è comunque palpabile fra colleghi – prosegue Tania –. C’è voluto tanto per ottenere dei miglioramenti nel nostro Ccl e ora ci prospettano un ritorno al passato. Le pretese dei dirigenti sono sempre più alte quando già affrontiamo un carico di lavoro pesante e a condizioni meno vantaggiose di quelle dei colleghi assunti presso l’Eoc. Ci prospettano – tra le cose – tagli salariali, di sussidi per i figli e al contempo ci richiedono maggiore flessibilità. Come se non fossimo già abbastanza flessibili: lavoriamo a turni, di notte e nelle festività, in caso di malattia di un collega, anche a lungo corso, ci copriamo a vicenda e senza sostituzioni. Ci chiedono cose poi che sembrano bazzecole ma che in realtà non lo sono, come il non voler conteggiare più come straordinari i primi 15 minuti finito il proprio turno. Noi non svolgiamo un lavoro a tavolino o in una catena di montaggio per cui scaduta l’ora possiamo mollare tutto e timbrare il cartellino. Succede spesso, per non dire quasi sempre, che dobbiamo intrattenerci oltre il nostro orario lavorativo perché stiamo curando un paziente: quei 15 minuti accumulati in giorni e mesi, diventano ore e ore di lavoro non retribuito.» Condivide in pieno le considerazioni di Tania, Lucio* un altro operatore sanitario impiegato in una clinica privata del Cantone: «Vorrebbero imporre un’inversione di tendenza davvero insostenibile. I datori di lavoro si dimenticano che già due anni fa, al rinnovo del Ccl, noi da parte nostra abbiamo “calato le braghe” accettando condizioni meno vantaggiose di quelle ottenute dai colleghi dell’Eoc. Non si tratta di franco in più o franco in meno: qui siamo di fronte ad una mancanza di cultura della contrattazione e della socialità, ad una mancanza di rispetto nei confronti del nostro lavoro.» Ed ora il personale non è più disposto a tornare indietro. «Ci amareggia constatare – dice ancora Tania – che ad ogni rinnovo di contratto chi deve sempre fare retromarcia è il personale. C’è sempre qualcosa a cui dobbiamo rinunciare, mai che una volta la direzione riconosca i nostri sforzi offrendoci qualcosa in più. Ed ora stanno davvero tirando la corda. Ci sono punti della loro proposta di contratto davvero indecenti basti pensare al fatto che in caso di malattia ci ridurrebbero il salario all’80 per cento e già dal primo giorno di assenza. Senza pensare alla scala salariale che va a farsi benedire: questo favorirà assunzioni a basso costo e una concorrenza sleale.» «All’ultima assemblea del personale (vedasi articolo principale, ndr) – interviene Lucio – abbiamo ribadito che rifiutiamo l’idea di una contrattazione individuale e che vogliamo un contratto collettivo che ci tuteli. Senza un Ccl saremmo esposti a qualsiasi arbitrio ed in questo senso ci sono già segnali preoccupanti: penso al caso di una collega che aveva prenotato le vacanze e alla quale è stato chiesto di rinunciarvi per supplire alla mancanza di personale. “O accetti o quella è la porta”, le è stato detto. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se non venisse rinnovato il Ccl.» Insomma, il livello di vigilanza tra gli operatori resta comunque alta. «Continuiamo comunque ad essere fiduciosi – conclude Tania – e speriamo che i nostri dirigenti ritornino sui loro passi. Noi questa volta non siamo più disposti a cedere e siamo pronti – nel caso le trattative tra cliniche e sindacati dovessero fallire – a mobilitarci seriamente.» *I nomi sono fittizi ma la vera identità degli intervistati è nota alla redazione. Ecco alcune delle richieste avanzate dalla dirigenza degli Istituti ospedalieri privati del Ticino: • In caso di malattia e infortunio, remunerazione ridotta all’80 per cento del salario già dal 1° giorno di assenza; sempre in caso di malattia verrebbe corrisposto il salario per periodi limitati in accordo con la Scala bernese . Così, per esempio, un operatore sanitario colpito da una malattia a lungo decorso riceverebbe lo stipendio solo per i primi due mesi. • Soppressione della classificazione degli stipendi con conseguente eliminazione dei minimi salariali e della carriera salariale. Il salario viene stabilito in modo individuale e quindi tra datore di lavoro e dipendente. • Congedo maternità ridotto da 16 a 14 settimane pagate all’80 per cento (finora: congedo di 10 settimane pagate al 100 per cento più 6 settimane pagate all’80 per cento); • Carovita: spetterà alla clinica se concedere o meno un adeguamento per il carovita. • Saltano l’indennità di famiglia e gli assegni per i figli agli studi (fra i 20 e i 25 anni). • Le indennità per lavoro festivo e quelle per il lavoro notturno al di fuori della fascia oraria 23.00-6.00 rischiano di essere abrogate. • In forse il premio fedeltà dopo tot anni di servizio. • Nessuna indennità di partenza per chi non ha il Secondo pilastro. • Straordinari: non conteggiati i primi 15 minuti successivi all’orario di lavoro. • In forse l’aumento dell’orario di lavoro settimanale (al momento di 40 ore).

Pubblicato

Venerdì 29 Ottobre 2004

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