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"Clima molto più duro oggi"

di

Gianfranco Helbling
Silvano De Pietro
Stanno giungendo alla stretta finale le trattative fra Svizzera e Unione europea (Ue) sui nuovi accordi bilaterali, i cosiddetti Bilaterali II (cfr. articolo in basso). E nell’ambito di questa trattativa si discute pure di come estendere ai nuovi Paesi membri dell’Ue, che dal 1° maggio porteranno gli Stati dell’Unione da 15 a 25, l’accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto con i Bilaterali I, quelli conclusi dopo la bocciatura popolare dello Spazio economico europeo. Nell’ambito delle attuali trattative con l’Ue il tema della libera circolazione delle persone appare come un tema minore, spesso ignorato, proprio perché di fatto l’accordo c’è già e si tratta “solo” di estenderlo. E qui sta il problema: perché l’estensione va verso Est, verso Paesi cioè, come la Polonia, con un’ampia disponibilità di manodopera a bassissimo costo. Fondamentale è dunque che, assieme all’apertura verso Est delle frontiere, la Svizzera elabori delle adeguate misure d’accompagnamento che evitino il rischio del dumping salariale e sociale, cioè la pressione verso il basso su salari e condizioni contrattuali dovuta all’arrivo della nuova manodopera. Per elaborare queste misure fiancheggiatrici il Dipartimento federale dell’economia ha avviato una trattativa, sotto l’egida del Seco, fra padronato e sindacati. Per la parte sindacale partecipa alle trattative anche Vasco Pedrina, presidente del Sei, con cui facciamo il punto della situazione. Vasco Pedrina, che giudizio dà della trattativa fra Svizzera e Unione europea (Ue) nel dossier sulla libera circolazione delle persone? La trattativa dovrebbe concludersi entro la fine di aprile, perché altrimenti, dopo l’allargamento a Est dell’Ue, l’accordo dovrebbe essere ratificato non da 15, ma da 25 Stati. Rimangono però ancora delle divergenze. Ad esempio su quando debba iniziare il periodo transitorio di sette anni prima della piena effettività dell’accordo di libera circolazione: l’Ue vuole che cominci a metà del 2004, la Svizzera solo al momento della ratifica, quindi non prima di metà 2005. Altro esempio è quello degli indipendenti. La Commissione dell’Ue vuole per loro la libera circolazione da subito. Il problema è che sul mercato del lavoro europeo ci sono tanti pseudo-indipendenti (ad esempio nell’artigianato o nell’informatica) che di fatto sono operai dipendenti, ma che vendono il loro lavoro a tariffe stracciate. E a che punto è la trattativa interna, fra sindacati svizzeri e padronato, per l’elaborazione di misure d’accompagnamento che attenuino l’impatto dell’allargamento a Est della libera circolazione delle persone? L’obiettivo è di concludere la trattativa interna in parallelo con quella fra Svizzera e Ue, in modo da presentare a governo e parlamento un pacchetto coerente e completo. La partita è ancora aperta: rimane una riunione, e ci sono punti sui quali le parti sono molto lontane. Su quali punti le posizioni sindacali appaiono inconciliabili con quelle del padronato? Un primo punto è quello delle competenze delle commissioni tripartite, incaricate di sorvegliare l’applicazione delle misure d’accompagnamento. Noi vogliamo che le commissioni tripartite possano chiedere a titolo preventivo al Consiglio federale di dichiarare di obbligatorietà generale un contratto collettivo di lavoro o di fissare dei minimi salariali per un ramo economico. Questo significa che le Commissioni tripartite (composte da Stato, padronato e sindacato) devono poter intervenire già quando ci sono segnali che in un determinato settore vi può essere del dumping salariale. Le posizioni sono molto distanti anche per quel che concerne le condizioni necessarie perché un contratto collettivo (Ccl) possa essere dichiarato di obbligatorietà generale, cioè valido per tutto un settore professionale. Oggi i criteri svizzeri (numero minimo di imprese e lavoratori aderenti al Ccl) sono i più proibitivi in Europa. Noi chiediamo che questi criteri saltino del tutto quando è dato un interesse pubblico predominante, e questo potrebbe essere il caso ad esempio nell’agricoltura o nel trasporto stradale privato (basti pensare al rischio di incidenti per autisti sovraffaticati). Infine sui controlli la trattativa si sta rivelando più difficile del previsto. Nel quadro delle misure d’accompagnamento ai Bilaterali I si era trovata una formula evasiva e non impegnativa. Ora noi chiediamo che ogni 25 mila lavoratori ci sia un ispettore, i cui costi siano assunti al cinquanta per cento dai Cantoni. Anche il padronato è concorde sul fatto che le misure di controllo vanno rafforzate. Il disaccordo permane sulla concretizzazione di questo principio. Ci sono invece altre rivendicazioni sindacali sulle quali l’accordo con il padronato appare possibile? Innanzitutto abbiamo chiesto che siano introdotti i contratti di lavoro scritti, presupposto minimo per un controllo efficace. Inoltre chiediamo una miglior protezione dal licenziamento per lavoratori che dovessero denunciare casi di dumping. Infine abbiamo una serie di richieste concernenti i lavoratori distaccati, quelli che vengono in Svizzera a lavorare perché impiegati da una ditta estera che opera temporaneamente da noi in quanto per esempio s’è aggiudicata un appalto. Sulla base dell’esperienza fatta in particolare con i cantieri della Ntfa, abbiamo chiesto che ci sia una responsabilità solidale dell’impresa principale nei confronti delle sue subappaltatrici, che queste imprese siano tenute a versare i premi per i fondi paritetici e chiediamo che i lavoratori distaccati al momento di entrare in Svizzera siano tenuti ad indicare per quale funzione e con che stipendio arrivano. Su questi punti abbiamo trovato una certa disponibilità nella controparte. Cosa accadrà se, come appare probabile, su uno o più punti non si dovesse trovare un accordo? Sui punti sui quali non c’è disponibilità da parte del padronato sarà molto difficile trovare un accordo. Il padronato non vorrà cedere e delegherà la decisione al Consiglio federale. E questo perché confida di ottenere di più da un governo e da un parlamento di destra che non in una trattativa diretta. Che ruolo ha il consigliere federale Joseph Deiss? Con Deiss abbiamo avuto molte difficoltà in partenza, molte di più che con Couchepin. È già stato difficile per noi convincerlo ad imporre questa trattativa. Noi partiamo dal presupposto che porterà in governo le soluzioni concordate fra le parti. Sui punti in cui permangono divergenze invece ci sarà un gioco politico per avere le necessarie maggioranze in Consiglio federale, il cui ruolo sarà decisivo: noi contiamo sui due socialisti, su Couchepin e su Deiss, cercando in più di ammorbidire la posizione di Merz. Avete notato un cambiamento di clima nelle trattative dopo l’elezione di Blocher e Merz in Consiglio federale? L’abbiamo notato già con le elezioni di ottobre. Oggi il clima è molto più duro di quello che avevamo trovato in occasione delle trattative sui Bilaterali I e sulle prime misure di accompagnamento. In quell’occasione il padronato si era ricordato della batosta sullo Spazio economico europeo e aveva capito che, se sul See ci fosse stato un accordo con i sindacati, si sarebbero trovati nelle urne quei 20 o 30 mila voti che alla fine sono mancati. Ora di questo il padronato sembra essersi dimenticato perché spera di avere dietro di sé l’Udc. Il problema è che ci sarà certamente un referendum di destra, e non è chiaro fino a che punto si potrà contare sull’Udc. Noi diciamo che possiamo convincere la nostra base solo se c’è un accordo per noi accettabile. Mentre se l’accordo non ci soddisfa non avremo problemi a convincere la base a respingere i Bilaterali, perché le paure sono grosse e diffuse. «Suppongo che nessun paese in Europa voglia essere rifugio di evasori fiscali». Questa frase dal sapore pedagogico è simile a quelle usate per stimolare un ragazzo svogliato ad impegnarsi a scuola («Spero che tu non voglia restare ignorante» o «farti superare dagli altri» e così via). Nel caso specifico, ad ammonire la Svizzera come un maestro richiama uno scolaro è stato il ministro delle finanze della Germania, Hans Eichel, subito dopo essersi incontrato il 9 marzo scorso con i suoi colleghi dell’Unione europea. Con il francese Francis Mer e l’irlandese Charlie McCreevy (attuale presidente del Consiglio europeo dei ministri delle finanze), Eichel ha ribadito un concetto chiaro: la Svizzera deve firmare immediatamente il già raggiunto accordo sulla tassazione del risparmio. Motivo di tale richiamo è che, in caso contrario, l’intesa dei 15 membri dell’Ue (che da maggio saranno 25) sullo scambio d’informazioni tra le autorità fiscali europee non potrà entrare in vigore alla data prevista del 1° gennaio 2005. In realtà questi paesi (in particolare Lussemburgo e Austria, che conoscono il segreto bancario) hanno accettato di collaborare alla segnalazione reciproca di depositi bancari ed investimenti finanziari a patto che i piccoli stati terzi, come Svizzera, Monaco, Andorra, Liechtenstein e San Marino, facciano altrettanto, o almeno introducano un’eurotassa sugli interessi maturati dai capitali dei non residenti. Se la Svizzera non firma, non lo faranno neppure gli altri paesi terzi per ragioni di concorrenza tra piazze finanziarie, impedendo così che anche l’intesa tra i 25 possa venire applicata. E questo spiega le pressioni sul nostro paese. Il Consiglio federale ritiene infatti che la tassazione del risparmio dei cittadini dell’Ue sia una concessione importante, da non potersi fare senza che l’Ue ceda a sua volta qualcosa. E tale contropartita dovrebbe intervenire a proposito dei trattati di Schengen e Dublino. Il primo riguarda il controllo delle frontiere dell’Ue, la collaborazione nella lotta alla criminalità e lo scambio d’informazioni tra le autorità giudiziarie e di polizia dei paesi firmatari. Il secondo concerne le regole di accettazione e di rinvio dei profughi che giungono in Europa e fanno domanda d’asilo politico. La Svizzera ha da tempo manifestato interesse a sottoscrivere questi due trattati, per potere, in piena intesa con gli altri paesi europei, attuare la lotta alla criminalità e gestire il flusso dei richiedenti l’asilo, nonché per attenuare i controlli alle frontiere e permettere agli svizzeri di non sentirsi considerati troppo “extracomunitari”, quali in effetti sono. Ora, i negoziati per aderire a questi due accordi si sono arenati, perché quello di Schengen prevede anche un obbligo di assistenza amministrativa per quanto riguarda i conti bancari di chi è sospettato di reati. Com’è noto, il segreto bancario svizzero non esiste nel caso di indagini penali, ma viene fatto valere se c’è semplice evasione fiscale (che in Svizzera non è reato ma infrazione amministrativa). Per evitare che il segreto bancario, salvato nell’intesa sulla tassazione del risparmio, venga aggirato con l’obbligo di assistenza previsto da Schengen, la Svizzera chiede che si alleghi a questo trattato un protocollo che chiarisca in quali casi precisi scatta tale obbligo di assistenza. Finora, però, l’Unione europea da quest’orecchio mostra di non sentirci; e solo Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo sembrano disposti a prendere in esame la richiesta elvetica. Sta di fatto che se non si trova l’intesa sull’adesione svizzera ai trattati di Schengen e Dublino, anche i cosiddetti accordi “bilaterali II” restano bloccati . E questo non piace per nulla all’Ue. Infatti, mentre i Bilaterali I entrati in vigore il 1° giugno 2002 (libera circolazione delle persone, trasporto aereo, trasporti terrestri, agricoltura, ostacoli tecnici al commercio, appalti pubblici, ricerca) erano stati sollecitati dalla Svizzera, i Bilaterali II sono stati voluti, invece, soprattutto dall’Ue. Negoziati e conclusi rapidamente, ma ancora non firmati, concernono nove ambiti: libera circolazione dei servizi, pensioni, prodotti agricoli trasformati, ambiente, statistica, istruzione e gioventù, mass media, tassazione dei redditi da risparmio, lotta contro la frode (contrabbando). A questi Bilaterali II si aggiunge la cooperazione nei settori della giustizia, della polizia, dell’asilo e della migrazione: cooperazione chiesta dalla Svizzera e che si realizza con l’adesione ai trattati di Schengen e Dublino, appunto. Si capisce che in una situazione così tesa, diverse recenti iniziative della Germania hanno sollevato in Svizzera un allarme che a prima vista può anche apparire giustificato. Tali iniziative sono: l’improvvisa introduzione, che penalizza fortemente la Svizzera, di dazi doganali applicati con zelante rigore dalla Germania sulle merci riesportate nell’Ue; l’intensificazione dei controlli tedeschi al confine con conseguente blocco del traffico transfrontaliero a Basilea; le misure unilaterali di riduzione dei sorvoli aerei da e per Kloten sulla Germania meridionale; l’imposizione tedesca alle banche extracomunitarie (quindi anche a quelle svizzere) di chiedere un’autorizzazione per contattare clienti in Germania. Pressioni reali? O ipersensibilità svizzera? La stampa confederata ha soffiato sul fuoco, parlando apertamente di rapporti con l’Ue e con la Germania «ai limiti della sopportazione» (Sonntagszeitung del 14 marzo). Il ministro degli esteri tedesco, Joschka Fischer, s’è precipitato a Berna per assicurare alle nostre autorità che non c’è nessuna pressione, nessun disegno preordinato. Ma i problemi ci sono e rimangono: da quelli attuali summenzionati, a quelli futuri come il rischio di “dumping” salariale (a causa dall’estensione della libera circolazione delle persone ai nuovi 10 membri dell’Ue) sul quale si sta trattando tra padronato, sindacato e governo (cfr. articolo sopra). Se questo negoziato dovesse fallire, ci sarebbe un referendum contro i Bilaterali II e tutto si complicherebbe ancora di più. Forse hanno ragione quei cantoni (una dozzina) che chiedono al Consiglio federale di rivedere questa follia della “via bilaterale” all’Europa. L’adesione all’Ue risolverebbe immediatamente tutti i problemi.

Pubblicato

Venerdì 2 Aprile 2004

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