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Clandestini anche nell'arte

di

Maria Pirisi
Assumere degli stranieri illegali e farli partecipi di un progetto artistico. Perché l’integrazione passa anche attraverso il lavoro, la partecipazione alla vita attiva di un paese. Ci credono fermamente due artiste, Maria Walther e Patricia Jacomella ospiti della prossima mostra in programma al Museo cantonale d’arte di Lugano. Dal 16 maggio al 29 agosto infatti saranno esposti i “Cahiers d’artistes” di venti artisti selezionati da Pro Helvetia. Il lavoro di Maria Walther e Patricia Jacomella è dedicata alla comunità di equadoregni presente in Ticino. Si tratta di un lavoro non solo sugli equadoregni ma anche degli equadoregni in quanto realizzata con la loro stessa collaborazione. Le artiste hanno infatti assunto delle persone “illegali” con regolare contratto di lavoro e offrendo loro un salario adeguato. Patricia Jacomella, ticinese da vent’anni a Zugo e Maria Walther zurighese, da quarant’anni in Ticino, collaborano dal 1991 e hanno creato il gruppo “J&W Management Consulting” , un nome che può far pensare al mondo della speculazione finanziaria ma che in realtà non ha niente a che vedere con esso. «Proponiamo nuove forme di consulenza e d’investimento all’interno del mondo artistico senza speculazione», ci tengono a chiarire. «Siamo del parere che oggi l’arte, per potersi rendere visibile, – spiegano ad area Maria Walther e Patricia Jacomella – richieda risorse finanziarie. Noi cerchiamo di indicare, nella sfera artistica, vie che permettano di inglobare la solidarietà e vadano contro lo sfruttamento dei più deboli. Il denaro di per sé non è né buono né cattivo: dipende dall’uso che se ne fa. Fra le altre cose, noi cerchiamo di sfruttare la nostra posizione di privilegio per cercare di restituire ad oggetti, creati in contesti poveri e sottovalutati, il loro giusto valore. Pensiamo ad oggetti artigianali provenienti dal cosiddetto Terzo mondo che noi immettiamo nel mondo artistico come opere d’arte, dotandole di quel plus valore di solito annullato in un normale circuito commerciale. Il guadagno che ricaviamo da questo genere di mostre lo reinvestiamo in altre proposte». Un esempio? Lo scorso anno, sempre al Museo cantonale d’arte, le due artiste misero in vendita tutta una serie di oggetti forniti dal mercato equo-solidale permettendo al pubblico di acquistarli ad un valore superiore a quello che avrebbero avuto in un qualsiasi circuito commerciale. «L’artista oggi non può operare – affermano – non tenendo conto della realtà che lo circonda o ignorando i meccanismi di speculazione, di sfruttamento che affliggono intere popolazioni nel mondo». Anche l’artista dunque può contribuire a fare un discorso di denuncia e di rottura con una visione che mette l’interesse economico al centro di tutto. Maria e Patricia non hanno di certo «la pretesa di cambiare il mondo», ma di sicuro lanciano un messaggio di “rottura” con un modo d’intendere l’arte come avulsa da ogni impegno di carattere sociale. «Crediamo che sia fondamentale – spiegano – collaborare con chi è impegnato in un determinato campo con cui veniamo a contatto. È una nostra scelta di base quella di creare lavori o performance strettamente legati al posto in cui ci troviamo ad esporre o ad operare in un dato momento». Così è stato per il lavoro portato avanti con la comunità equadoregna presente in Ticino. Ciò che è fondamentale nel loro intervento non è tanto la serie di foto di soggetti quanto l’idea che sta a monte. Maria e Patricia da tempo seguivano le sorti di questa comunità che tanto ha fatto parlare di sé per le precarie condizioni in cui si ritrovano a vivere. Li hanno scelti come caso emblematico di una condizione che riguarda anche altri clandestini. «Leggevamo sui giornali – ricorda Patricia – di uomini, donne e neonati costretti a dormire in auto o all’addiaccio, li vedevamo in giro, suonare per i supermercati. Prima di intraprendere il nostro lavoro, un servizio fotografico, abbiamo preso contatto con il Movimento dei senza voce, ci siamo consultati con loro per capire dove e come muoverci. Non volevamo assolutamente, pur con tutte le nostre buone intenzioni, rischiare di fare qualcosa che potesse danneggiarli ulteriormente». Per circa due mesi le due artiste hanno girato per il Ticino con l’intento di fotografare gli equadoregni. «Abbiamo incontrato – racconta Maria – gli equadoregni e abbiamo spiegato loro che intendevamo assumerli e stipulare un regolare contratto di lavoro: loro avrebbero posato e noi li avremmo pagati per questo. Ci siamo dette: perché i modelli ricevono un’adeguato compenso e loro no? Chiaramente il nostro è un atto simbolico per ricordare come le cose possono essere viste da una prospettiva diversa». È questo il punto: anche gli artisti possono fare un atto di denuncia attraverso modi non consueti. In questo caso l’integrazione è passata attraverso l’arte. «Ogni volta suggeriamo strade possibili da percorrere – spiegano Maria e Patricia – improntate al rispetto, all’accoglienza e alla sensibilizzazione verso temi di solidarietà e di denuncia. Con quest’ultimo lavoro abbiamo voluto ricordare che bisogna tornare al valore dell’opera dell’uomo, delle sue prestazioni. Valorizzando l’atto del posare degli equadoregni e dandogli un valore di tipo pecuniario abbiamo ridato loro la dignità di persone attive in un circuito che produce, in questo caso, arte». E non pensiate che siano le foto in sé l’elemento che le due artiste intendono mettere in primo piano. Accanto ai ritratti, sono esposti infatti i regolari contratti di lavoro stipulati con le persone che hanno accettato di posare. Ed emblematico qui diventa il titolo. “100 : 100 = 100”. «Nella distribuzioni delle risorse della terra – concludono Maria e Patricia – e delle ricchezze i più poveri sono sempre defraudati. Quella divisione, simbolica, sta ad indicare come il risultato dovrebbe dare cento volte uno ma in realtà dà uno in quanto le altre 99 parti vengono occultate dagli speculatori, da coloro che sono lesti nel far sparire tra i loro interessi beni che dovrebbero essere suddivisi equamente in più parti. Sì, il nostro vuole essere un gesto di denuncia. Potevamo scegliere di mettere la monetina nel cappellino di un equadoregno che suona ma non sarebbe stata la stessa cosa. Loro, offrendo la loro immagine ai nostri obiettivi, hanno contribuito alla realizzazione del nostro lavoro ed era giusto riconoscere che la loro collaborazione, l’atto di posare, aveva una dignità pari a quella di una qualsiasi altra prestazione lavorativa».

Pubblicato

Venerdì 14 Maggio 2004

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