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Affari nostri

Cinque semplici domande da porre al medico

di

Serena Tinari

Lo chiamano l’effetto del camice bianco. È quella sottile inquietudine, mista a riverenza, che ci prende quando abbiamo di fronte professionisti che indossino il classico abito del mestiere medico. Dicono numerose ricerche che qualcosa di strambo avviene in quel momento nel nostro cervello.

 

Irrilevante quanto siamo vecchi, giovani, plurilaureati o abili nei lavori manuali. All’improvviso ci trasformiamo in mammole, facciamo fatica a contestare, domande critiche difficile che ce ne vengano in mente, e tendiamo a dire di sì a qualunque proposta. L’effetto si amplifica se abbiamo sintomi o siamo davvero preoccupati per la nostra salute.

 

L’esempio più luminoso riguarda la misurazione della pressione: se la fa un medico, o un’infermiera, in genere è più alta. Un buon professionista vi metterà in guardia, chiedendovi di rimisurarla a casa da soli, o almeno facendo più di una prova. Cotanti scherzetti del nostro cervello sono fra i fattori che hanno determinato la cosiddetta “Eminence-Based Medicine”, la medicina che si basa sull’eminenza, dove a valere non è tanto la competenza o la bravura, quanto il titolo.

 

Negli ultimi decenni il pensiero critico di scienziati e medici si è fatto strada e oggi parliamo di Evidence-Based Medicine, la medicina fondata sulle prove. Resta il problema però di cosa ci capita quando andiamo dal dottore. Inevitabilmente ci ritroviamo a uscire dal suo studio e all’improvviso ci vengono in mente le domande che avremmo potuto e dovuto porre. Magari ci ha spedito a fare esami, o ci ha messo in mano la prescrizione per un farmaco, e non siamo convinti che gli uni e l’altro facciano al caso nostro.

 

Di fatto oggi la medicina è affetta da talmente tanti problemi, dalla sovradiagnosi al sovratrattamento, passando per fenomeni strani che appartengono alla sfera delle influenze e del denaro, che è diventato ancora più complicato far valere i propri diritti di paziente. Le associazioni per i consumatori e le consumatrici ci lavorano da sempre, consapevoli che la posta in gioco è alta. Ed ora hanno messo a punto una scheda geniale da tenere nel portafogli, con le cinque domande che sempre dobbiamo porre al medico. Eccole:
• Ci sono alternative più semplici e sicure?
• Quali sono i benefici e i rischi?
• Con quali probabilità possono verificarsi?
• Che cosa succede se non faccio nulla?
• Che cosa posso già fare io per la mia salute?


Sembrerà ridicolo, che ci serva un pizzino per tenere a mente quesiti tanto semplici. Eppure, alzi la mano chi mai nella vita si è ritrovato nella strana situazione di sentirsi un bimbo di cinque anni davanti al Dottore e ancora peggio al Professore. Un effetto che affligge anche chi pratica il giornalismo. Tendiamo a mettere sul piedistallo l’esperto, tanto che i ricercatori hanno da anni trovato una parola per dirlo: Key Opinion Leader, il leader d’opinione. Esperto in un certo settore della medicina, collabora allo stesso tempo con l’industria farmaceutica e con le autorità di salute pubblica, siede nei direttivi di tante organizzazioni e viene inevitabilmente intervistato di continuo dai giornalisti. Quelli televisivi preferiscono che indossi il camice bianco.

Pubblicato

Giovedì 7 Novembre 2019

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