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Immigrazione & dintorni

Cinquant’anni in Svizzera per dirsi fortunati

di

Dino Nardi

Ricongiungermi, a ventisette anni di età, con i genitori emigrati in Svizzera nel 1948 e viverci da cinquant’anni – come il sottoscritto – significa averne viste di tutti i colori, come si suol dire, su come una buona parte della popolazione locale ha convissuto con l’immigrazione (e viceversa, ovviamente) e reagito ogni qualvolta il Consiglio federale e il Parlamento della Confederazione intendevano aprirsi all’Europa e al mondo: dall’iniziativa antistranieri di James Schwarzenbach a quelle lanciate e sostenute da Valentin Oehen e infine quelle dell’Udc degli ultimi lustri.

 

Tutte iniziative referendarie che, indipendentemente dal loro esito, hanno comunque condizionato negativamente non solo l’ingresso in Svizzera di molti emigrati (soprattutto italiani) ma anche la permanenza nella Confederazione di tantissimi immigrati di prima generazione. In definitiva tutte quelle iniziative referendarie stanno a dimostrare che una parte della popolazione elvetica era (ed è?) ossessionata dal mondo esterno che circonda la Confederazione e spiega anche perché molti svizzeri amano avere nel giardino di casa un pennone sul quale sventola la bandiera rossocrociata che, ogni mattina, quando si svegliano ricorda loro di essere in Svizzera e quindi di poter affrontare la giornata tranquillamente e felicemente!


In questo clima, iniziato quando ancora nella Confederazione il termine “straniero” era praticamente sinonimo di “italiano”, si sono poi trovate coinvolte tutte le altre etnie di stranieri che, quando si è interrotta l’immigrazione di massa dalla Penisola, hanno iniziato ad arrivare in Svizzera: dagli spagnoli ai turchi, dagli ex jugoslavi agli albanesi, dai portoghesi ai magrebini e infine alle persone di colore di varia nazionalità.

 

Così che, nell’immaginario collettivo degli elvetici, gli italiani – i “Tschinkali” di una volta – in linea con il proverbio “chiodo schiaccia chiodo” sono diventati via via sempre meno stranieri. Anche perché molti italiani, nel frattempo, si sono naturalizzati soprattutto tra le seconde e terze generazioni facendo dimenticare ai più anziani i tempi in cui, se un italiano in Svizzera si naturalizzava, veniva subito definito “un venduto” ed esposto al pubblico ludibrio dalla sua comunità.


Eh sì, altri tempi quelli in cui ci si doveva vergognare a “farsi svizzeri”!  Basti pensare che oggi abbiamo moltissimi doppi cittadini italo-svizzeri in posizioni preminenti a livello confederale nelle organizzazioni sindacali locali (per esempio Vania Alleva in Unia, Giorgio Tuti nel Sev e Giorgio Pardini in syndicom) e anche nelle istituzioni con Ignazio Cassis a capo del Dipartimento federale degli affari esteri. Senza dimenticare i parlamentari a livello cantonale e nazionale, ma anche i doppi cittadini che rivestono incarichi di rilievo, se non apicali, nei media, nelle strutture sanitarie, nelle università locali e nel mondo del lavoro in generale. E dopo tanti anni trascorsi in Svizzera (magari parlandone male) molti emigrati italiani, come il sottoscritto, hanno cominciato ad apprezzare questo Paese e a sentirsi a casa propria anche senza essersi mai naturalizzati. Un apprezzamento per questo Paese che li porta a ringraziare la sorte per averli fatti emigrare in Svizzera e non in altre Nazioni così che gran parte degli emigrati di prima generazione hanno infine deciso di restarvi per sempre rinunciando al sogno del rimpatrio coltivato per molti decenni.

Pubblicato

Giovedì 19 Novembre 2020

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