La storia e i racconti mitologici o leggendari, intesi come fonte di buoni esempi di comportamento, sono irrimediabilmente passati di moda. La concezione della storia come maestra di vita era parte integrante (e anche un po’ retorica) dell’insegnamento impartito ai nostri nonni. Le nostre narici di uomini e donne del XXI secolo tendono a turarsi in presenza di racconti che riteniamo un po’ ammuffiti. Ma è proprio tutto da buttare via? Gli avvenimenti recenti mi hanno convinto a ripescare e a riproporvi un esempio di sublime dedizione per la causa pubblica. Certo ammantato di leggenda, certo molto lontano nel tempo e altrettanto lontano per mentalità, ma forse non inutile in tempi in cui interesse personale, attaccamento al potere e dissoluzione del senso civico sembrano dominare la politica. Lucio Quinzio Cincinnato è certamente esistito, ma gli avvenimenti legati alla sua storia sono così intrisi di leggenda che è impossibile ricostruire la realtà dei fatti e forse non è neppure così importante. È il 458 a.C. e Roma è in pericolo. La tribù degli Equi si avvicina minacciosa da est e assedia l’esercito sul monte Algido. Un’altra tribù, quella dei Volsci avanza altrettanto temibile da sud. Le difese sono pericolanti e lo sconforto serpeggia tra i difensori. Il Senato decide di ricorrere agli estremi rimedi e nomina un dittatore. Il prescelto è Cincinnato, già console nel 460 a. C., ma ritiratosi in un campicello al di là del Tevere dove conduce un vita frugale coltivando i suoi terreni. Il senato invia una delegazione al prescelto per convincerlo ad accettare la carica e guidare i romani alla riscossa. Gli ambasciatori trovano Cincinnato mentre è al lavoro nei campi, sudato e infangato, coperto umilmente della sola tunica da lavoro. Ritenendo le sue vesti dimesse poco degne della solenne ufficialità del momento gli chiedono di indossare la toga per ascoltare, per il bene suo e dello Stato, la comunicazione del Senato. Cincinnato manda velocemente la moglie a prelevare la toga, si ripulisce le mani dal fango e la indossa. Viene allora proclamato dittatore e invitato a recarsi con estrema urgenza a Roma perché la situazione è grave. Il nuovo comandante supremo dell’esercito accetta la carica con riluttanza, perché è costretto ad abbandonare il lavoro della terra. Se il conflitto dovesse prolungarsi ed egli tardasse a tornare la sua famiglia sarebbe condannata alla fame e agli stenti. Detto fatto. Cincinnato agisce in fretta e con decisione. Recluta ogni uomo in grado di tenere in mano un’arma e affronta gli Equi. In sedici giorni sbaraglia il nemico e festeggia il trionfo. Risolta la crisi Cincinnato rinuncia immediatamente agli onori della carica e si ritira di nuovo a coltivare il suo campicello.

Pubblicato il 

07.04.06

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