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America Latina

Cileni e boliviani chiudono i conti col vecchio e il nuovo golpe

In Cile si vota per riformare la costituzione imposta da Pinochet, mentre in Bolivia trionfa il Mas di Morales

di

Maurizio Matteuzzi

Domenica prossima, 25 ottobre, in Cile si vota per il referendum costituzionale. Un anno dopo. Solo un anno fa, il 18 ottobre 2019, il Cile si risvegliava dal suo torpore. Non per via dei 30 pesos di aumento del biglietto della metro (quella fu la scintilla: 3,5 centesimi di euro) ma dei 30 anni successivi all’uscita di scena di Pinochet che hanno fatto del “paese modello” del neoliberismo una democrazia formale ma incompiuta, ineguale e iniqua.

 

Solo qualche giorno prima il presidente Sebastián Piñera, miliardario ex-pinochettista, era apparso in tv per dire che al contrario degli altri paesi della regione, «il Cile è un’oasi». Si ripresentò in tv per annunciare che “siamo in guerra”. Proclamò lo stato di eccezione e il coprifuoco, diede mano libera ai “carabineros” e ai militari che ne hanno fatte di tutti i colori: decine di morti, centinaia di manifestanti accecati dai pallini o asfissiati dai gas, migliaia di arresti indiscriminati, torture e stupri di donne. Ogni genere di barbarie, come ai bei tempi.


Ma la violenza indiscriminata non è bastata. Come non è bastata la pandemia che ha imperversato (mezzo milione di contagi e 13.635 morti finora) nonostante all’inizio Piñera abbia cercato di minimizzarla come Trump e Bolsonaro. Oltretutto non sempre i virus vengono per nuocere: anche in Cile il Covid-19 «ha arricchito i miliardari latino-americani» come ha segnalato di recente Oxfam: da marzo a luglio i super-ricchi hanno aumentato il loro patrimonio del 27% mentre il Pil crollava (-7,9% su base annuale), la povertà aumentava (+5,7% secondo la CE-PAL) e si allargava la forbice già scandalosa delle diseguaglianze (il Cile è il più diseguale fra i paesi Ocse; con il peggior indice Gini, 46%; con 543 famiglie che detengono il 10,1% della ricchezza totale; con il 26% del Pil in mano all’1%).


Né la violenza di Piñera né la pandemia del Covid hanno potuto vincere la guerra che ogni venerdì ha spinto decine, centinaia di migliaia di cileni a radunarsi nella Plaza Italia, nel cuore di Santiago, uno dei luoghi-simbolo delle lotte contro Pinochet, per rivendicare la fine del Cile pinochettista e l’avvento di un altro Cile. Anche domenica 18 ottobre, nell’anniversario dell’inizio della rivolta, è stato così: in decine di migliaia si sono ritrovati a Plaza Italia ormai ribattezzata Plaza Dignidad.


La strada è lunga ma il primo obiettivo è stato raggiunto ed è ormai a portata di mano: una nuova costituzione che cancelli l’obbrobrio della costituzione imposta da Pinochet nel 1980, mai abrogata in 40 anni (guarda caso) ma solo “ritoccata” dai governi di destra e di centro-sinistra.


Domenica 25 si vota per un referendum con due domande: volete o no una nuova costituzione? Volete che a redigerla sia una costituente formata da semplici cittadini eletti dal popolo o da un mix fra cittadini e parlamentari? La risposta alla prima domanda è scontata, alla seconda molto meno. Anche in Cile la rappresentanza è in crisi e i partiti politici, sinistra compresa, sono screditati per cui l’esito è incerto. Se l’estrema destra dirà ovviamente no, il rischio che l’establishment nel suo complesso si fagociti il referendum o la successiva assemblea costituente è reale.


La strada è lunga e accidentata ma il Cile, dopo 30 anni, si è risvegliato. Una nuova costituzione. Che parli di dignità e di salute, istruzione, pensioni, beni comuni, dei Mapuche e degli altri 9 popoli originari sempre bistrattati, delle donne in primissima linea di fuoco. Non più come ghiotte occasioni di privatizzazioni, opportunità di profitti, oggetti di mercato.

 

In Bolivia, il voto al Mas cancella il golpe

 

Domenica scorsa, 18 ottobre, in Bolivia, si è votato per il presidente della repubblica. Un anno dopo. Solo un anno fa, il 20 ottobre 2019, la Bolivia aveva votato per le stesse elezioni. E con gli stessi risultati. Allora Evo Morales e il Mas, Movimiento al Socialismo, avevano vinto col 47,8%, seguiti alla lontana da Carlos Mesa (centro-destra) col 36,61%. Domenica (con l’86% dei voti scrutinato) il creolo Luis Arce, ex ministro dell’economia, e l’indio David Choquehuanca, ex-ministro degli esteri, il ticket di Evo, al 54%, con Mesa al 29,5%.


Solo che allora, fra le accuse di frodi (poi smentite da quei comunisti del New York Times), era finita in golpe. Il 10 novembre Evo Morales era stato costretto a “dimettersi” e, fra accenni di guerra civile, a partire per l’esilio. Al suo posto l’auto-proclamata Jeanine Áñez, oscura senatrice di un mini-partito ultrà. Ed era subito scattata la demonizzazione di Evo e di tutto quello che in politica, economia, dignità era stato costruito nei suoi 14 anni di governo.


Questa volta tutto ok, fair play degli avversari, congratulazioni. Una dimostrazione di forza di Evo (che tornerà in Bolivia, «ma non subito») e del Mas, di dignità tenace delle masse indie, una boccata d’ossigeno per la sinistra latino-americana.


Ma... Qualcuno ricorda che chi fa un golpe è improbabile che accetti di lasciare il potere così facilmente; qualcuno trova strano che dopo aver cacciato Evo dalla finestra i golpisti gli permettano di rientrare dalla porta.
Si vedrà. Oggi si può solo festeggiare perché di solito è un golpe ad abbattere un governo eletto, questa volta invece è stato il voto ad abbattere il golpe.   

Pubblicato

Giovedì 22 Ottobre 2020

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