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Ciba e Alstom, ancora tagli

di

Silvano De Pietro
“Fit for growth” (in forma per la crescita) era il motto a cui si sono ispirati i precedenti piani di ristrutturazione della Ciba Specialità Chimiche. Il dimagrimento in effetti c’è stato: nel 2001 Ciba ha tagliato 690 posti di lavoro. Ma dal 2000 al 2003 la cifra d’affari è scesa da 7,9 a 6,6 miliardi di franchi. La settimana scorsa, però, la società chimica basilese ha annunciato un utile netto nei primi nove mesi del 2004 in aumento dell’11 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e di contare quest’anno su un fatturato superiore a quello del 2003. A questo punto, si potrebbe pensare: bene, vuol dire che la cura dimagrante è servita e che adesso la Ciba è “fit for growth”. Niente di più sbagliato. Insieme ai risultati positivi, la direzione della multinazionale chimica di Basilea ha infatti presentato il piano “Shape” (condizione fisica) per dire che la ristrutturazione continua: altri 950 posti di lavoro (compresi i 200 preannunciati un anno fa) da eliminare entro il 2006, con l’obiettivo di risparmiare a partire dal 2007 circa 90 milioni di franchi all’anno. Così, senza guardare in faccia nessuno, senza più alcun legame con il territorio su cui opera, con somma indifferenza per il destino delle persone colpite, la Ciba Specialità Chimiche ha deciso di “ottimizzare”, come dicono i manager, le attività di produzione di coloranti destinati all’industria tessile, e di integrare completamente la società finlandese Raisio Chemicals (prodotti chimici per l’industria della carta) acquistata in marzo. Di conseguenza, tra 250 e 300 posti di lavoro saranno soppressi a Basilea, 400 in Gran Bretagna, ed il resto negli Stati Uniti e in diversi altri paesi. Sul totale di 950 posti di lavoro (i dirigenti parlano ipocritamente di “posizioni”) da eliminare, 450 riguardano in parti uguali la Ciba, la Raisio nella fabbricazione di prodotti per il trattamento dell’acqua e della carta. Altri 400 toccano il settore dei coloranti per tessuti. Secondo il presidente del gruppo, Armin Meyer, i licenziamenti saranno tra 50 e 70 a Basilea e «meno di un quarto» del totale delle soppressioni. Il resto verrà cancellato mediante la fluttuazione naturale, i trasferimenti, i pensionamenti ordinari e quelli anticipati. La Ciba Specialità Chimiche è uno “spin off” della Novartis. Il gigante farmaceutico ha cioè separato le attività chimico-farmaceutiche da quelle di chimica esclusivamente industriale, lasciando quest’ultime ad una società sussidiaria, che poi è un intero gruppo multinazionale: la Ciba Specialità Chimiche, appunto. Alla fine del 2003 la Ciba occupava 18.650 persone. In Svizzera i dipendenti sono 4 mila, di cui 3.300 nella regione di Basilea. Il suo capo supremo, Armin Meyer, è un elettromeccanico: particolare, questo, che fa riflettere sul grado di preparazione e di competenza dei manager svizzeri. Ad un giornalista che gli ha chiesto come mai il fatturato negli ultimi anni è sceso invece di aumentare, come lui aveva promesso, Meyer ha risposto dando la colpa alla svalutazione del dollaro. Ed in merito al perché trasferisce in Cina parte della produzione di Basilea, Meyer ha sostenuto che «non possiamo più trasportare in Cina coloranti che qui costano un paio di franchi al chilo, mentre potremmo essere della partita con i bassi costi di produzione di laggiù». Per i prodotti di alta qualità bastano invece una o due fabbriche, vicine alla ricerca in Europa o negli Usa, che «sono concorrenziali e non saranno trasferite in Cina». Ma l’accusa principale rivolta a Meyer è quella formulata da Mathias Bonert, responsabile del sindacato Unia a Basilea per l’industria chimica. «Invece di una strategia, Meyer ha attuato soltanto ristrutturazioni e tagli», ha detto Bonert. Meyer ha replicato: «Non avevo scelta, poiché non abbiamo raggiunto il 6 per cento di crescita. O continuiamo a tagliare, o ci ritroveremo all’improvviso davanti ad un gigantesco bisogno di ristrutturazione». La conclusione di Bonert: «Temiamo a buona ragione che non ci si fermerà qui, e che le condizioni per un eventuale piano sociale verranno massicciamente peggiorate». «Molto sconcertato». Così si è dichiarato in un comunicato il sindacato Unia a proposito della politica dell’informazione di Alstom Svizzera. La filiale del colosso industriale francese ha infatti annunciato il 5 novembre che i posti di lavoro che sopprimerà nei prossimi 18 mesi nelle sue sedi di Baden e di Birr, contrariamente a quanto anticipato in ottobre, non saranno 650 ma 550, su un totale di 4.500 posti di lavoro in Svizzera; ed i tagli dell’organico saranno di 180 posti nell’ambito dell’impiantistica e di 370 in quello della componentistica. Dei cento posti che invece verranno risparmiati, 20 sono nel settore delle centrali ed 80 in quello delle turbine. Buona notizia, dunque, visto che cento posti di lavoro vengono risparmiati. Certamente. Ma gli interessi dei lavoratori non ricevono maggiore tutela, e le loro condizioni non migliorano, soltanto perché viene ridotto il numero dei posti di lavoro da sopprimere. Alstom Svizzera ha comunicato di aver preso la decisione dopo aver consultato i rappresentanti del personale, cioè le commissioni aziendali. Ed aggiunge di aver concordato con i partner sociali che le misure verranno applicate da gennaio prossimo, e che l’attuale piano sociale viene prolungato fino alla fine del 2006. «Ma i partner sociali non sono le commissioni del personale, bensì i sindacati e le federazioni, tra cui il sindacato Unia-Flmo. E noi non siamo stati inclusi in questa consultazione: una procedura che non incontra la nostra comprensione», scrive il sindacato Unia in un comunicato firmato da Beda Moor, membro della direzione della Flmo (competente fino a fine anno), e da André Daguet, membro della direzione di Unia (competente da gennaio 2005). Il sindacato Unia-Flmo denuncia quindi la scorrettezza di Alstom, che solo consultando le commissioni del personale ha unilateralmente considerato concluso ogni negoziato con i partner sociali a proposito della soppressione di posti di lavoro e del piano sociale. «Il sindacato Unia-Flmo» – continua il comunicato – «è inoltre deluso che la direzione di Alstom non abbia discusso approfonditamente le proposte sul futuro delle officine Alstom». Si tratta di proposte formulate dagli stessi dipendenti, per discutere le quali «il tempo ci sarebbe stato: bastava prolungare la procedura di consultazione». In particolare, il sindacato critica che «il maturo progetto-pilota relativo all’orario di lavoro ridotto ed al perfezionamento professionale a quanto pare non verrà attuato. Con esso si potrebbero salvare numerosi posti di lavoro ed evitare la dispersione del “know-how” [l’insieme di conoscenze ed abilità tecnologiche, ndr]». Le sole consolazioni rimangono, sempre secondo il comunicato Unia-Flmo, che il piano sociale sia stato prolungato di due anni e che l’Alstom si sia dichiarata pronta a negoziare sul pensionamento anticipato. Alstom è un colosso industriale francese, dalle dimensioni mondiali e dalle spiccate capacità di ricerca e di progettazione in campi a tecnologia avanzata. In particolare, è specializzato nella pianificazione, nella produzione e nella manutenzione di sistemi ad alta tecnologia per le infrastrutture dell’energia e dei trasporti. In altre parole, costruisce centrali elettriche, treni, navi. Suo è il celeberrimo Tgv, il treno ad alta velocità francese. La sede centrale è a Parigi. Per Alstom lavorano nel mondo circa 112 mila persone in 70 paesi. Alstom Svizzera occupa invece più di 5 mila persone (in 4.500 posti di lavoro) negli stabilimenti ed officine di Baden, Birr, Dättwil, Turgi, Oberentfelden, Neuhausen e Losanna. I campi d’attività sono quelli delle tecnologie relative alla produzione, al trasferimento ed alla distribuzione di energia (progettazione, costruzione ed installazione di centrali elettriche “chiavi in mano”), come pure al settore dei trasporti (materiale rotabile e sistemi di sicurezza ferroviari) ed ai relativi servizi di manutenzione. Complessivamente, nel nostro paese Alstom realizza un fatturato superiore ai cinque miliardi di franchi, e costituisce una delle maggiori imprese industriali della Svizzera.

Pubblicato

Venerdì 12 Novembre 2004

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