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Ci sono i salariati e ci sono i padroni

di

Giuseppe Dunghi

Nei giorni di forzata assenza dal lavoro molti hanno avuto la fortuna di poter fare passeggiate nei boschi. Carpini, olmi, aceri, frassini sono in piena vegetazione, li si può riconoscere osservandone i fiori, perché nel resto dell’anno non è facile per esempio distinguere un frassino da un orniello. Sul sentiero appaiono alcuni cervi, forse mamme con i piccoli, non fuggono, si limitano a sottrarsi alla vista inoltrandosi un po’ nel verde. Arriva una signora seguita dal suo cane libero di correre qua e là, si gode anche lui la passeggiata. «Signora, bisognerebbe che in questo tratto il cane stia al guinzaglio perché ci sono dei cervi nelle vicinanze», e lei, riconoscente, «Grazie, ma non c’è da preoccuparsi, non sono predatori!». Chi è la preda, chi è il predatore?

 

Capita anche fra gli umani. Un giorno gli abitanti di una piccola isola del Pacifico sperduta a sud-est del Giappone scorgono all’orizzonte tre navi che sembrano dirigersi verso la loro costa. È il 6 marzo 1521, le navi sono quelle di Magellano che dopo aver attraversato fortunosamente lo stretto in fondo all’America hanno vagato per tre mesi in quell’oceano. Stanno raggiungendo l’Oriente navigando sempre verso ovest. L’equipaggio è malridotto, le scorte di viveri finite, sono allo stremo. Ancora prima che vengano gettate le ancore, gli abitanti dell’isola su veloci canoe si staccano dalla riva e raggiungono le navi. Sono completamente nudi e disarmati, si arrampicano sulle fiancate e fra i marinai sorpresi afferrano tutto quanto è a portata di mano, ridono, è come un gioco, non hanno alcuna nozione della proprietà privata. Riescono persino a staccare la scialuppa della nave ammiraglia. Poi se ne vanno felici, con infilati nei capelli gli oggetti più luccicanti. Magellano non può tollerare questi furti al patrimonio del re. Il giorno seguente fa sbarcare 40 marinai armati per insegnare a quella gente che cosa significa il verbo rubare. Incendiano le capanne costringendoli a nascondersi feriti e terrorizzati fra gli alberi, arraffano quanto più possibile maiali, galline, frutta, con quel bottino ritornano alle navi e grazie alla nuova scorta di viveri possono riprendere la navigazione. 

 

Sulla carta di bordo Magellano segnò quel gruppo di isole con il nome di Islas de los Ladrones, naturalmente proprietà legale del re di Spagna. Come ha scritto Stefan Zweig, mentre il navigatore spagnolo li chiamava ladroni, il regno di Spagna si stava appropriando non solo dei loro beni, ma anche della loro terra, della loro vita e delle vite dei loro discendenti. Quel nome durò fino a quando nel 1668 i missionari gesuiti le ribattezzarono Islas Marianas in onore della regina Maria Anna d’Asburgo. Nel 1899 poi la Spagna le vendette alla Germania per 837.500 marchi-oro. Ci sono i colonizzati e ci sono i colonizzatori.

 

«Che cosa sono alcune centinaia di morti in confronto ai danni per l’economia?», «L’attesa è agli sgoccioli, la fase 2 è alle porte», «Le autorità si preparano ad allentare le restrizioni»: non sono frasi e titoli tanto per riempire le pagine. È la voce del padrone. Perché un conto è un artigiano o il proprietario di un locale che vive del suo lavoro e gli sono mancate le entrate, un altro conto sono le imprese che fanno utili con le imposte basse e una manodopera a buon mercato da far tornare al più presto al lavoro per generare profitti e dividendi. Non è vero che nei reparti di cure intense siamo tutti uguali. Ci sono i salariati e ci sono i padroni. C’è chi vive di lavoro e c’è chi vive degli utili estratti dal lavoro degli altri. 

Pubblicato

Venerdì 22 Maggio 2020

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