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Chisciotte e i perdenti indomiti

di

Maria Guidotti
Dice Erri De Luca che don Chisciotte della Mancha è un insonne, uno che non dorme mai. E come tutti quelli che non dormono mai, viene visitato in piena veglia da visioni e immagini. «Chisciotte viene investito dalla realtà che lo circonda e che gli sembra sempre più gigantesca e minacciosa di quello che è; fa mosse di purissimo eroismo perché agisce sempre in inferiorità numerica, contro nemici giganteschi, forze superiori e soverchianti. E a questo eroismo di base, egli aggiunge anche quello di battersi sapendo di andare incontro al ridicolo. È oggetto di scherno, Chisciotte, e questo è un supplemento di eroismo specialmente interessante per un meridionale come me che ha avuto il sentimento del ridicolo come pudore principale». Alla vigilia della tappa ticinese dello spettacolo “Chisciotte e gli invincibili” (Lugano, Teatro Cittadella, 14 dicembre, ore 20.30) Erri De Luca racconta. Racconta di sé, di questo passaggio – per lui, per l’operaio-scrittore nato a Napoli allo scoccare della metà del secolo Novecento – dalla parola scritta alla parola narrata e musicata, in ogni caso sudata, incisa, levata al silenzio. Racconta di come, un giorno, ha fatto la conoscenza di Gianmaria Testa, il cantautore torinese, e di Gabriele Mirabassi, il virtuoso del clarinetto, e insieme hanno tirato su – come si fa con una casa o un palazzo – questo spettacolo. «Il legame che ci ha mosso è quello dell’amicizia. Ci siamo incontrati attorno al tavolo della mia cucina, e Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi hanno accettato di fare questa cavalcata attraverso gli invincibili, accanto ai poeti che ci sono piaciuti e che ci sono sembrati appunto invincibili. A loro, alle loro poesie, abbiamo aggiunto un po’ di musica nostra. Ecco. Quello che abbiamo fatto è stato trasferire quel tavolo in altri luoghi, lo abbiamo portato in giro. Il legame è semplicemente questo: eravamo amici prima di cominciare; il progetto era – ed è – di diventare più amici ancora alla fine del giro: lo stiamo mantenendo.» Stava dicendo che lei, da meridionale, è colpito da quel supplemento di eroismo chisciottesco che è l’esposizione al ridicolo. Si sente un don Chisciotte? No, Chisciotte è inarrivabile, proprio per la sua doppia qualità di eroe: da una parte l’essere solo contro tutti, dall’altra l’essere solo contro il ridicolo. No, non mi sento don Chisciotte. Noi tre che facciamo parte di questa tavolata ci sentiamo piuttosto parenti del cavallo di Chisciotte, Ronzinante... Ma esiste una confraternita dei sognatori insonni? Esistono degli esempi: ognuno di noi, almeno per cinque minuti della propria vita è stato un sognatore insonne. A noi piacerebbe ottenere un effetto, alla fine dello spettacolo: quello di sturare qualche arteria pigra, di quelle arterie che si sono nel tempo trattenute, che hanno bloccato la circolazione sanguigna di ciascuno di noi. Sarebbe un bel risultato. A chi vi rivolgete, a chi volete sturare queste arterie? Alla gente che sta al pianoterra, per usare un suo termine, oppure a chi occupa i “piani superiori”? No, è tutta gente di pianoterra quella a cui ci rivolgiamo. Quelli che si incontrano sulla strada, perché Chisciotte incontra le persone e le avventure sul cammino, sulla superficie del suolo, non in alto. Cioè non le interessa – o non vi interessa – dialogare con gli altri, con quelli che stanno su? Credo che alla politica non interessi questa comunicazione; si è chiusa in se stessa, svolge il suo compito amministrativo senza impicciarsi di quello che succede al suolo. Il pianoterra invece brulica di incontri e di persone che se la cavano, che si arrangiano e che si scambiano affettuosità, amicizia, e soccorsi che altrove sono impensabili. Chisciotte è anche una negazione del silenzio. Il vostro spettacolo è anche una risposta al rumore che c’è intorno a noi? C’è da dire questo: Chisciotte non è uno pacifico. È invece un cavaliere molto irritabile, sempre pronto a intervenire. La differenza tra noi e lui, è che lui non si sente mai spettatore, è sempre coinvolto in prima persona in quello che gli succede intorno. La maggior parte delle nostre azioni, per contro, sono agite da spettatori, dalla parte di chi sta a guardare e rimane inerte di fronte alle circostanze. Chisciotte battagliero, lottatore indomito. Il parallelo con la sua biografia è forse scontato, ma anche lei negli anni Settanta non è rimasto a guardare, non è stato “disertore”. Cosa le rimane di quegli anni e di quella lotta? Mi rimane la traccia; la traccia che quella generazione – e non i suoi singoli membri – ha lasciato. È stata una generazione di insubordinati e di insorti che hanno dato vita, in Italia, alla più consistente sinistra rivoluzionaria d’Occidente degli anni Settanta. E dunque sì, quella generazione mi ha cambiato i connotati, mi ha fatto diventare uno di loro, ma non l’avevo suscitata io: me la sono trovata intorno e l’ho seguita fino alla fine. Chisciotte aveva da lottare (anche) contro i Mulini a Vento. A cosa fa corrispondere, oggi, quei Mulini a Vento? Il peggiore dei Mulini a Vento è senza dubbio la libera circolazione della parola guerra. Come se fosse una voce di bilancio, una voce di esportazione del nostro prodotto all’estero. La nostra irritazione, il nostro obiettivo chisciottesco è far ridiventare maledetta la parola guerra. C’è una struttura della società chisciottesca, di questi invincibili? Gli invincibili esistono. E non sono quelli che vincono sempre ma coloro che non si lasciano mai sbaragliare, né abbattere, né scardinare da nessuna sconfitta. E sono sempre pronti a risorgere e a presentarsi, di nuovo. Sono gli ultimi di un’ipotetica scala? Sono gli ultimi della scala ma sempre i primi quando bisogna impugnare le ragioni della civiltà, del diritto e della dignità. Viene in mente il contadino Michele del romanzo “Fontamara”. Viene in mente quando spiega la struttura della società contadina e dice: “in capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Poi i principi, poi le guardie, poi i cani. Poi più nulla, poi ancora nulla. Poi vengono i cafoni, e si può dire che è finita”. La scala è questa…? Lì finisce la scala. Ma lì comincia anche la Storia.

Pubblicato

Venerdì 9 Dicembre 2005

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