Quando il dolore diventa insopportabile, chi non ha mai pensato al suicidio come estrema forma di autoterapia per contrastare la tensione divenuta ingestibile? È difficile confessarlo eppure, di fronte alla disperazione, il pensiero di togliersi la vita può trovare posto nella mente di quasi ogni umano come radicale rimedio contro il dolore. D’altra parte, il dolore (fisico e psichico) non può essere assente dalla personalità. La sua importanza potrà anche essere accantonata come una qualità secondaria o come qualcosa di "non giusto" che prima o poi si deve riuscire a fare scomparire ma, nondimeno, l’incapacità di affrontare il dolore è disastrosa in qualunque situazione, tranne che in quella in cui è certo un disastro ancora maggiore, e cioè la stessa morte. Non a torto, qualcuno ritiene che una delle più grandi rivoluzioni in campo medico sono stati la scoperta e il perfezionamento dell’anestesia. La gente del nostro tempo si è perfettamente adeguata alla scoperta e ai suoi sviluppi e ogni minimo dolore viene sedato nel modo più rapido e meno impegnativo (con farmacologie e socioculture di vario genere). L’importante è non sentire il dolore, ma fuggirlo. A ben considerare, il suicidio è un’anestesia senza risveglio: una scelta catastrofica per sopprimere un dolore divenuto insostenibile. Fare qualcosa per affrontare il drammatico problema può solo consistere nel cercare soluzioni che accrescano la capacità di fare fronte al dolore senza negarlo. Occorre quindi insistere sulla necessità di predisporre le condizioni — in particolare per la popolazione più giovane e recettiva — per una coerente organizzazione di adeguati "schemi affettivi personali" grazie ai quali radicare e rinforzare la capacità di metabolizzare adeguatamente il dolore senza venirne sopraffatti. Lo "schema affettivo personale" (paragonabile per comodità a un "chip" di computer che funge da semiconduttore) è uno "schema morale" che ogni individuo forma e organizza nella sua mente fin dalla nascita per svolgere il compito essenziale di mediare tra i "desideri inappagati" e i "limiti del reale". Per favorire l’accesso alla "regole affettive" indispensabili per la vita, il "chip affettivo" non deve essere (troppo) difettoso e soprattutto occorre che si mantenga opportunamente "pulito". E l’ igiene affettiva non può avvenire nell’abbandono e casualmente. È quindi possibile aiutare i giovani inclini al suicidio ad affrontare il dolore e prevenire il gesto definitivo, sostenendoli nella ricostruzione e nell’igiene del loro "chip affettivo personale". Per questo occorre una non ambigua assunzione di responsabilità da parte delle famiglie e della scuola dell’obbligo affinché lo sviluppo del pensiero affettivo venga preso seriamente in considerazione per tradursi in pratiche educative concrete in grado di orientare effettivamente i sentimenti dei giovani verso la vitalizzazione anziché verso la mortificazione di sé.

Pubblicato il 

08.06.01

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