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Chiediamoci se la Svizzera è ancora un paese civile

di

Tatiana Lurati Grassi

Sempre più spesso mi trovo a pormi questa domanda, di fronte a notizie quotidiane di persone in difficoltà, che rischiano la vita per cercare condizioni di vita dignitose e un futuro migliore, ma dall’altra con le nostre regole e le nostre leggi invece che semplificargli la vita, costringiamo queste persone a trovare stratagemmi per sviare. È notizia degli inizi di questa settimana che il ragazzo del Camerun di 22 anni, che lo scorso 18 marzo è rimasto folgorato sul tetto di un treno a Chiasso, non rischia più la vita. Alcune riflessioni e alcune domande le ha pure poste nel suo scritto Diego Parrondo nel recente numero di area.


SOS Ticino, attraverso i suoi servizi sente quotidianamente storie di viaggi improponibili, al limite delle condizioni umane. Si cerca pure di contribuire al dibattito, portando all’attenzione dell’opinione pubblica argomenti, situazioni complicate e spunti di riflessione. È il caso della recente Conferenza nazionale, organizzata lo scorso 20 marzo 2017 a Berna legata al tema “Tratta degli esseri umani nell’ambito dell’asilo”.
L’obiettivo della conferenza è stato di rafforzare le conoscenze degli attori impegnati nell’ambito dell’asilo, promovendo lo scambio di buone pratiche a livello nazionale e internazionale e la messa in rete dei professionisti attivi sul terreno. La conferenza nazionale si è tenuta durante la visita in Svizzera del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tratta degli esseri umani.


I dati presentati durante la giornata mostrano come il fenomeno sia in costante crescita e come soprattutto i richiedenti l’asilo siano l’anello più debole della catena, sono la fascia più vulnerabile: la loro povertà, la mancanza di prospettive certe, la poca conoscenza del territorio in cui si trovano e il desiderio di un futuro più roseo sono le esche che consentono agli sfruttatori di attirarli nella loro rete. Per queste persone è molto difficile rendersi conto se sono vittime di tratta, a queste si aggiungono regole complicate al loro arrivo in Svizzera che non facilitano la loro permanenza forse temporanea nel Paese. Rosario Mastrosimone, giurista del SOS, si è chiesto se i principi della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione della vittima di tratta, entrata in vigore in Svizzera nel 2013, sono applicati/applicabili nella procedura d’asilo: «La Convenzione (...) prevede tutta una serie di misure, fra le quali una sul periodo di riflessione/ristabilimento: nel momento in cui c’è il sospetto che una persona possa essere vittima di tratta e quest’ultima non ha un valido permesso di soggiorno in Svizzera si deve bloccare qualsiasi misura di allontanamento e nell’arco di questo periodo di almeno trenta giorni bisogna assicurare a questa persone una serie di diritti (assistenza materiale, alloggio, cure mediche). D’altra parte, vi è la procedura d’asilo che è molto precisa: c’è la registrazione della domanda d’asilo, la prima audizione della persona che è abbastanza breve. L’articolo 14 prevede il principio di esclusività, ovvero quel principio per cui se una persona chiede asilo non può chiedere nessun altro permesso. Dunque con questo intreccio di norme e procedure risulta molto difficile in questi 30 giorni concedere un periodo di riflessione per capire se ci si trova di fronte a una potenziale vittima della tratta di esseri umani”.
A livello di incroci di leggi, ci si è accorti che negli ingranaggi vi è qualcosa che non permette una chiara applicazione della Convenzione. Occorre, ora, porvi rimedio quanto prima.

Pubblicato

Giovedì 30 Marzo 2017

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