Chiara Orelli Vassere

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27.03.2013

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Recenti fatti di cronaca hanno di nuovo portato alla ribalta il tema della violenza domestica all’interno delle comunità migranti: un tema mediaticamente di impatto, e dunque cavalcato senza troppi scrupoli da chi è alla ricerca di titoli ad effetto, ma dietro al quale si celano realtà drammatiche.


La violenza domestica è un fenomeno non specifico delle comunità migranti: riguarda tutti, tutte le nazionalità e tutte le culture. Al di là della valutazione quantitativa di un’eventuale prevalenza della violenza domestica presso gli stranieri (intesi sia come autori sia come vittime della violenza: è evidentemente possibile che a commettere violenza a casa di una moglie di origine straniera sia un marito svizzero), è pure vero che i fattori di rischio per le donne (il genere più colpito da violenza domestica) senza passaporto svizzero sono maggiori che per le donne svizzere. Nell’alta incidenza della violenza domestica tra il gruppo di popolazione ‘stranieri’ incidono, in altri termini, più che la nazionalità in sé, un insieme di fattori di natura socioeconomica (reddito, disoccupazione o sottoccupazione, alloggio precario eccetera), culturale (rappresentazione tradizionale dei ruoli, stress da adattamento e da transizione determinata dalla migrazione stessa) o individuale (giovane età eccetera), cui si associa la spesso difficile integrazione nel contesto locale. Un ostacolo importante all’emersione della violenza domestica è poi determinato dalle norme giuridiche esistenti: per le vittime di violenza il rischio effettivo di dover lasciare la Svizzera al seguito di una separazione coniugale non favorisce certo l’emersione di un’ampia casistica.


In questo contesto, è evidente che possono essere efficaci molte misure di contrasto alla violenza domestica, dalla introduzione di un diritto di soggiorno indipendente per i coniugati stranieri, al migliore inserimento formativo, professionale e sociale dei migranti, soprattutto delle donne (è quanto SOS Ticino si impegna a fare ad esempio con il Servizio In-Lav e con progetti mirati a favore di mamme straniere con figli piccoli), all’adeguato accesso alle strutture sanitarie, alle consulenze specifiche, ai consultori presenti sul territorio. È soprattutto importante un’opera di informazione e di prevenzione. È questo il terreno sul quale SOS Ticino ha sperimentato negli anni 2009-2010, con esiti interessanti, un progetto ad hoc, avviato dalla nostra Antenna Mayday, e che si è avvalso della preziosa figura delle mediatrici interculturali, pure formate (con l’Agenzia Derman) da noi. Un progetto importante e necessario, che speriamo possa essere riproposto in un vicino futuro.

 

12.10.2012

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