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Chi paga i costi del buon mercato

di

Veronica Galster
Ogni essere umano deve mangiare per vivere. Nonostante questo, poche persone si preoccupano di come venga prodotto quello che mangiano e in quali condizioni debba lavorare chi lo produce e/o lo raccoglie.

Non è solo un problema del "sud del mondo", anche in Europa le condizioni di lavoro nel settore agricolo sono difficili, in molti casi addirittura disastrose. Basti pensare alle donne marocchine che ogni anno vengono portate in Spagna a raccogliere fragole o agli immigrati che in Italia iniziano con la stagione dei pomodori e finiscono con quella degli agrumi. Condizioni che spesso vengono a galla o che creano dibattito solamente dopo gravi fatti di violenza, come nel caso di El Ejido (in Spagna) nel 2000 o, più recentemente, a Rosarno (in Calabria) dove nel gennaio di quest'anno si era scatenata una vera e propria "caccia al nero". In entrambi i casi (El Ejido e Rosarno) la situazione per i bracciani stranieri non è migliorata dopo il boom mediatico: continuano a lavorare in condizioni insostenibili e a subire aggressioni e discriminazioni. E i grandi distributori, pur sapendolo, continuano a comperare frutta e verdura prodotti in quelle condizioni.
I mercati agricoli subiscono le pressioni internazionali della liberalizzazione, i costi di trasporto delle merci sono diminuiti e i produttori locali faticano sempre più ad essere concorrenziali con l'enorme flusso di prodotti a basso prezzo provenienti da paesi dove i costi di produzione sono meno elevati. Di fronte a questa difficoltà, le grandi industrie delocalizzano, e l'agricoltura tende invece ad assumere manodopera straniera a basso costo, facendo una sorta di "delocalizzazione sul posto".
La Svizzera, pur non conoscendo situazioni così drammatiche come la Spagna o l'Italia, non è un'isola felice. Negli ultimi 15 anni molte aziende sono state costrette a chiudere: i redditi agricoli stagnano e le ore di lavoro aumentano, rendendo sempre meno attrattiva la professione e quindi il ricambio generazionale. Il ricorso a manodopera straniera diventa perciò necessario. Una manodopera straniera che diventa sempre più stagionale, conseguenza di una crescente razionalizzazione e industrializzazione della produzione. Inoltre, la Confederazione non prevede un quadro legale che regoli le condizioni di lavoro in questo settore, che non sottostà alla Legge sul lavoro. Questo crea delle differenze anche grandi tra un cantone e l'altro.
I sindacati Uniterre e l'autre syndicat, denunciano condizioni di lavoro pessime nell'agricoltura svizzera, ben al di sotto di altri settori economici (secondo l'autre syndicat, ad esempio, le condizioni di lavoro nell'edilizia sono due volte migliori che in quello agricolo). Questo rende il settore agricolo poco interessante per la popolazione svizzera, e favorisce lo sfruttamento di manodopera starniera a basso costo e l'impiego in nero, peggiorando ulteriormente le condizioni di lavoro.
Sempre secondo i due sindacati, per migliorare la situazione il lavoro agricolo dev'essere rivalorizzato e reso più attrattivo. Questo è possibile solamente se quanto prodotto può essere venduto ad un prezzo che permetta un salario adeguato al livello di vita svizzero. Tuttavia, secondo Philippe Sauvin, segretario sindacale di l'autre syndicat, questo non sarebbe sufficiente: «il mondo contadino deve riconoscere alla sua manodopera il ruolo indispensabile che essa gioca nella produzione agricola, migliorandone volontariamente le condizioni di lavoro. Questo sarà possibile solamente attraverso una politica di contratti tipo o di convenzioni collettive nazionali», spiega, concludendo che «il mondo agricolo non può continuare a cullarsi nell'illusione che ci sarà sempre una manodopera straniera, legale o illegale, proveniente da sempre più lontano e disposta a lasciarsi delocalizzare facilmente».

Pubblicato

Venerdì 22 Ottobre 2010

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