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Chi non sa far stupir...

di

Michele De Lauretis
Ci sono delle espressioni gergali tanto poco raffinate quanto invece calzanti.
Quando il 25 agosto ho letto l'editoriale su Popolo e Libertà del presidente Ppd mi son detto: l'ha pisaa fö.
Pretendere dal nuovo responsabile della Divisione delle contribuzioni Gabriele Gendotti di «evadere adeguatamente tutti i quesiti posti da alcuni clamorosi e scandalosi casi fiscali» entro sei mesi è francamente pretendere troppo. Innanzitutto poiché i casi maggiormente rilevanti sono finiti in mano alla magistratura. Le principali risposte si attendono dai giudici e non dai politici. Magistratura la quale pare stia lavorando bene come dimostra il primo comunicato sul caso dell'Hockey Club Lugano (e attendiamo ora quello sullo sciagurato e verosimilmente illegale mandato a Giuseppe Stinca).
In secondo luogo poiché per i casi diciamo minori la pubblicità è esclusa vigendo il segreto fiscale.
In terzo luogo infine poiché ultimatum del genere (sei mesi per chiudere il pentolone del fiscogate) appaiono francamente irrealistici.
Ma a stupire non è stata l'uscita populista e acchiappaconsensialbar del presidente Ppd quanto invece la mancanza di analisi serie e corrette sui principali mass media. Al contrario, è stato un rincorrersi di apprezzamenti, dal Mattino al Caffè alla Regione e via dicendo. Bravo Bacchetta, tu sì che non hai peli sulla lingua! Gli altri invece che fanno? Nicchiano…
Presa la rincorsa il presidente Ppd è andato avanti e sul Caffè di domenica 10 settembre ha cambiato argomento: «Merlini e il suo partito devono dire chiaramente se intendono ridare il fisco a Marina Masoni» ha intimato.
E due!
Anche qui va detto col signor di La Palice (cosa che, nuovamente, nessun commentatore ha fatto) che la ripartizione dei dipartimenti, all'indomani dell'elezione di un nuovo governo, è appannaggio esclusivo dei cinque eletti. E che il partito non ci possa fare granché il presidente del Ppd dovrebbe pur saperlo, vista la dolorosa e sfortunata esperienza fatta con Alex Pedrazzini nell'ormai lontano 1995, quando il "monello" preferì rifugiarsi nell'angolino delle Istituzioni per dare al fortunato Borradori nientemeno che il dipartimento del Territorio. L'impressione di chi scrive è purtroppo datata, ma di quelle date a lunga scadenza per cui tiene ancora (sono le medesime considerazioni che svolsi una ventina d'anni fa su Politica nuova): la spettacolarizzazione ha infettato anche il giornalismo politico. Pur non essendo vittima della febbre terzana in circolazione, ho apprezzato questa frase di Tiziano Terzani (La fine è il mio inizio, Longanesi 2006): «Qual è la tendenza? Fare spettacolo. Non certo andare in profondità. Fare una sceneggiata: un bigolino con la foto, una storia sbalorditiva. Basta, chiuso non se ne parla più. Questo è un grande svilimento della missione giornalistica». Su Politica Nuova rievocavo il secentesco Marino: «è del poeta il fin la maraviglia; chi non sa far stupir vada alla striglia».
Il virus si è diffuso.

Pubblicato

Venerdì 15 Settembre 2006

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