< Ritorna

Stampa

Vendita

Chi lavora non conta niente

La maggioranza liberal-leghista estende orari e limiti di superficie nella vendita, dove la precarietà già dilaga. Unia e Ocst lanciano il referendum

di

Francesco Bonsaver

È risuonata particolarmente forte la voce del padronato nell’aula del Gran Consiglio la scorsa settimana. Tema all’ordine del giorno, le modifiche alla nuova legge sulle aperture dei negozi, entrata in vigore appena 21 mesi fa. Tre le modifiche proposte dal presidente del partito liberale, Alessandro Speziali, sostenute a spada tratta dal gruppo leghista in Gran Consiglio e dall’ala destra del partito d’ispirazione cristiana. Un fronte unico nel farsi portavoce delle richieste padronali di categoria. La grande distribuzione (Disti) e Federcommercio hanno accolto soddisfatte l’estensione degli orari, delle superfici e dei giorni di apertura.

«Sento un tanfo nauseabondo di campagna elettorale» ha rimarcato Paolo Locatelli, segretario del sindacato Ocst nella conferenza stampa in cui i sindacati hanno annunciato il referendum abrogativo delle modifiche. Il sindacalista ha aggiunto come la modifica di legge sia stata «buttata lì in quattro paginette, senza alcun seria motivazione della necessità di modificare una legge appena entrata in vigore». Tanto più, ha sottolineato Locatelli, che non c’è stato nemmeno il tempo di valutare la legge nei suoi mesi di breve vita pesantemente condizionata dalla pandemia.

 

«Sorprende la superficialità con cui dei deputati eletti in rappresentanza del popolo trattino una questione tanto importante che condiziona la vita di ottomila persone attive nel ramo della vendita» ha concluso il sindacalista Ocst, ricordando come i relatori di maggioranza abbiano azzardato la cifra di una ventina di posti creati grazie alle aperture prolungate «senza nemmeno presentare lo straccio di prova di una copertina dello studio». A riprova di una gestione poco seria, vi è la notizia che il Gran Consiglio dovrà nuovamente votare sul tema. Non sulle modifiche ormai approvate, ma sulla data d’entrata in vigore di queste ultime, “dimenticata” nella stesura del decreto legge a cui hanno dovuto provvedere con un rapporto aggiuntivo.

 

Seppur non ancora in vigore, le modifiche sono state salutate più che positivamente dall’associazione della Grande distribuzione (Disti) e Federcommercio, giudicate già in fase di consultazione «un punto di partenza nella giusta direzione». Se per “giusta direzione” s’intenda la liberalizzazione totale delle aperture come sospettano i contrari, non è possibile appurarlo. Nella legge attualmente in vigore, la grande distribuzione si vedeva penalizzata dal limite di superficie di 200 metri quadri che consente un’apertura sette giorni su sette dalle sei alle 22.30, undici mesi all’anno nei commerci in due terzi delle località del Cantone, definite turistiche da decreto governativo. Una delle tre modifiche approvate prevede il raddoppio del limite a 400 metri quadrati. La classica tattica del salame, l’hanno definita i sindacati, che fettina dopo fettina porterà all’abolizione del vincolo di superficie.


Di certo ora, se non siamo alla porta spalancata alla liberalizzazione totale della grande distribuzione, poco ci manca. Avere indicazioni confermate dai diretti interessati è impossibile, ma fortunatamente internet non perdona. È il caso di un dépliant della Denner (gruppo Migros) di tre anni fa destinato ad affittuari di spazi in Ticino, dove s’informa di essere alla ricerca di superfici di vendita che vanno dai 150 metri quadrati (nelle sedi Express e Partner) ai 400-500 metri quadrati delle filiali Denner vere e proprie. Nel cantone sono circa una quarantina e il fatturato nazionale dello scorso anno del solo gruppo Denner è stato di 3,8 miliardi di franchi.


La Migros (fatturato quasi 29 miliardi di franchi) invece potrebbe rientrare nei parametri aprendo tutti i giorni dell’anno delle proprie filiali di quartiere o di paese grazie al raddoppio di superficie votato dal parlamento ticinese. La filiale Migros di Paradiso ad esempio, riammodernata lo scorso anno, ha annunciato di vantare ora 440 metri quadrati di superficie di vendita. Alla filiale del gigante arancione di Melano, i metri quadrati sono 450. Poche decine di metri facilmente isolabili la domenica con un semplice nastro rosso. Altre filiali (quelle indicate da una sola M, per intendersi) potrebbero rientrare tra le appetibili all'apertura sette giorni su sette.

 

Lo stesso dicasi per il gruppo Coop (31.9 miliardi di fatturato nel 2021), dove circa una decina di filiali potrebbero rientrare nei parametri dei 400 metri quadrati di superficie. Non dovrebbe esser particolarmente complicato per la grande distribuzione mettere a frutto l’esperienza accumulata durante la pandemia, quando fu costretta a separare temporaneamente dei reparti nelle fasi iniziali della diffusione della malattia. Al momento, ad esser certamente esclusi dal raddoppio di superficie paiono unicamente i grandi centri commerciali, tipo quelli sul Pian Scairolo a Grancia.


Senza dubbio alcuno invece, andranno a impattare la vita dei dipendenti della grande e piccola distribuzione, le altre due modifiche di legge. La prima concede una domenica aggiuntiva alle tre già autorizzate di aperture generalizzate, che si somma ai cinque festivi già previsti, per un totale di nove giorni festivi di lavoro supplementari nella vendita. Altra modifica sostanziale riguarda l’allungamento degli orari normali che porta i commerci a essere aperti 70,5 ore in una normale settimana.


«Uno schiaffo alle lavoratrici e ai lavoratori della vendita», ha sintetizzato Chiara Landi, responsabile Unia Ticino del terziario. Accettando le modifiche senza tener conto delle condizioni di lavoro già precarie nella vendita, la maggioranza dei parlamentari ha dimostrato «di non avere nessun rispetto per venditrici e venditori che in questi anni di pandemia hanno lavorato in condizioni di pericolo e di forte stress», ha rimarcato la sindacalista. «La maggioranza del Gran Consiglio − ha aggiunto la sindacalista − si è piegata al volere padronale, della grande distribuzione in particolare, ignorando volutamente il grido d’allarme delle reali condizioni d’impiego nel ramo».

 

Leggi anche=> La presa di posizione di Unia alla commissione dell'economia

 

L’ulteriore estensione degli orari di apertura, non creerà nessun posto di lavoro, ma frazionerà ancor di più il tempo di lavoro dei dipendenti già assunti, ha chiarito Landi. Tutto ciò in un contesto lavorativo come quello della vendita già oggi caratterizzato «da contratti su chiamata dove vengono garantite da zero a otto ore la settimana, a venti quando va bene, da bassi stipendi e da sconfinamenti nel lavoro gratuito».


Le modifiche imposte dalla maggioranza parlamentare liberal-leghista (e un contributo di Ppd) alla legge vendita, hanno partorito un piccolo miracolo. Unia e Ocst, in passato divisi sui vantaggi per i dipendenti del Ccl barattato in cambio dell’estensione degli orari di apertura, oggi sono uniti nel chiedere l’abolizione delle modifiche lanciando insieme il referendum (qui se volete scaricarlo).  

Pubblicato

Giovedì 27 Ottobre 2022

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 65.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 18 Novembre 2022