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Chi deve controllare cosa

di

Francesco Bonsaver

L’esposizione dei fatti alla Pharmintraco lascia aperti numerosi interrogativi. Com’è possibile che per un lungo periodo, almeno quattro anni, delle persone abbiano manipolato sostanze estremamente tossiche sotto una cappa non omologata, mettendo a repentaglio la propria salute? Esiste un’autorità incaricata di sorvegliare l’idoneità dell’attrezzatura nello specifico caso? Nel caso positivo, quale intervento è stato svolto durante quei quattro anni in cui la cappa e l’aerazione non sarebbero state idonee? La legislazione elvetica risulta nel confronto internazionale molto debole sui controlli della sicurezza e il monitoraggio dello stato di salute dei dipendenti a stretto contatto con sostanze chimiche tossiche. Direttive precise esistono solo per gli infermieri che manipolano questi farmaci, mentre poco o nulla è previsto per chi li produce. È normale nel paese dove sono presenti le più importanti aziende farmaceutiche del mondo?

Sebbene abbiamo bussato a numerose porte, molte di queste domande restano senza risposta. L’ispettore dei medicamenti, alle dipendenze dell’Ufficio del farmacista cantonale, è incaricato dei controlli alle aziende farmaceutiche ticinesi per il rilascio dell’autorizzazione a produrre dei farmaci. L’ispettore ha declinato l’invito a rispondere alle nostre domande adducendo «numerosi impegni in agenda». Ad area risulta che il precedente ispettore dei medicamenti, ora in pensione, abbia più volte visitato la fabbrica nel corso dei quattro anni in cui era in funzione la cappa non idonea.


Cinque minuti al telefono non ci sono invece stati negati dall’Ufficio cantonale dell’ispettorato del lavoro e dai responsabili dello specifico settore della Suva, da cui sono emerse alcune spiegazioni importanti. La prima è la conferma che delle cappe inadatte alla manipolazione di sostanze ad alta tossicità possano essere impiegate per anni senza che nessuno se ne accorga o intervenga. La responsabilità legale è unicamente del datore di lavoro nel caso risultino successivamente dei problemi alla salute o all’ambiente.


S’interverrebbe quindi solo dopo aver constatato il danno e non in funzione preventiva per evitare che qualcuno s’intossichi. Nel caso specifico, l’accumulazione di sostanze citotossiche, è difficile dimostrare scientificamente il nesso tra malattia e professione. Bisogna sottoporsi tempestivamente a delle analisi accurate, altrimenti il tasso di concentrazione di tossicità accumulata nel corpo non è più reperibile. Una missione impossibile per il singolo lavoratore. Insomma, il rischio d’impunità è notevole, oltre alle evidenti difficoltà di vedersi riconosciuti dei risarcimenti per danni alla salute da malattia professionale. Si potrebbe obiettare che spetta ai lavoratori opporsi alla messa in pericolo della loro salute. Facile a dirsi, meno quando ci si trova coinvolti, soprattutto in questi tempi difficili.


In Svizzera è praticamente nulla la tutela del lavoratore che denuncia il datore di lavoro (i cosiddetti whistleblower). Lo scorso anno il Consiglio federale ha incaricato il Dipartimento di giustizia e polizia di redigere un messaggio per una specifica revisione parziale del Codice delle obbligazioni. Il nuovo messaggio però appare già debole prima di essere emanato. Il dipendente prima deve segnalare al suo datore di lavoro le irregolarità. Se quest’ultimo non fa nulla, può rivolgersi alle autorità competenti. Se anche queste non intervengono, il lavoratore può rendere pubbliche le irregolarità.  


Un percorso lungo e a ostacoli, di cui già il primo è difficilmente sormontabile. «Se non ti va bene, la porta è quella. Fuori c’è la fila» è la risposta classica. Provare per credere.
E il premio per l’onesto e coraggioso dipendente che riesce a dimostrare le irregolarità al termine del tortuoso percorso, sono sei mesi di stipendio per licenziamento abusivo. È l’indennità massima. Una magra consolazione di cui la società svizzera ha ben poco di cui vantarsi.

Pubblicato

Giovedì 23 Maggio 2013

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