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Che lavoro fai?

di

Mauro Marconi
La prima volta che mi posero questa domanda avevo quindici anni. In realtà mi chiesero cosa fai di mestiere, perché dalle mie parti usa così. Sul volto del mio interlocutore vidi più disprezzo che sorpresa, quando gli risposi che continuavo gli studi. Già, perché al paese non capitava spesso che un ragazzo potesse farlo, ed in quel periodo ero comunque l’unico. Giorgio e Stefano avevano iniziato l’apprendistato di muratore, Marco imparava l’idraulico e mio fratello l’elettricista. Mi abituai in fretta alle reazioni dei miei compaesani ed imparai a metterla sul ridere: da grandi, dicevo, metteremo su ditta: muratori, idraulico ed elettricista l’abbiamo ed io terrò la contabilità. Son passati quasi venti anni da quel giorno, che cadeva proprio di questi tempi, all’inizio di un nuovo anno scolastico. Giorgio, Stefano, Marco, mio fratello, io e gli altri abbiamo terminato la nostra formazione, ci siamo persi di vista, ci siamo ritrovati per poi perderci nuovamente. E le scuole che abbiamo fatto noi, non sono più, neanche loro, quelle di allora. Il mondo della formazione è cambiato molto rapidamente negli ultimi anni per adeguarsi ed assecondare le esigenze del mercato del lavoro (sempre indicate come qualcosa di esterno, di indipendente e quindi non influenzabile; non mi stancherò mai di ripetere che queste esigenze non costituiscono un dato oggettivo se non nelle teste di chi le propaganda – ma questo è tutt’altro discorso). Questi cambiamenti investono anche il mondo dell’apprendistato: numerose professioni hanno rivisto e ridefinito i propri percorsi formativi, nuove professioni sono apparse, ed altre sono scomparse. Le presunte esigenze del mercato del lavoro non sono esclusivamente legate allo sviluppo della tecnologia, in particolare quella informatica. Quando si esige che un proprio dipendente sappia comunicare, lavorare in gruppo, essere flessibile, ecc., la tecnologia c’entra poco. Così, i nuovi apprendisti dovranno imparare non solo a fare un mestiere ma anche ad essere un “buon” lavoratore. E se per essere un buon lavoratore si deve essere flessibile, allora è necessario imparare anche una lingua straniera – giacché la globalizzazione non conosce confini… È quanto ci si appresta a pretendere nelle Scuole Professionali Artigianali ed Industriali del Ticino. Mi si obietterà che imparare di più permette di avere più possibilità di trovare e/o avere un buon lavoro. Sicuramente, ma aumentare le esigenze a livello formativo significa anche rendere più difficile l’ottenimento di una certificazione delle proprie competenze, e quindi ostacolare l’accesso al mondo del lavoro stesso. Significa probabilmente condannare al precariato ed alla povertà, già all’inizio della propria vita professionale, un numero crescente di lavoratori. Non è roba da poco.

Pubblicato

Venerdì 6 Settembre 2002

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