Cercano il filo che potrebbe dipanare la matassa dell’inchiesta aperta nei confronti di Carlos Menem. E lo cercano evidentemente in Svizzera, dove l’ex presidente argentino avrebbe occultato i denari della corruzione. Per i magistrati di Buenos Aires tutte le strade portano a Ginevra, più precisamente negli uffici della procura, il punto in cui sono già approdate una mezza dozzina di commissioni rogatorie provenienti dalla capitale argentina: tutte contengono richieste di informazioni su conti bancari appartenenti a familiari ed ex collaboratori di Carlos Menem. I magistrati indagano su uno dei più sanguinosi attentati della storia dell’Argentina, l’esplosione alla sede dell’Amia (Asociación mutual israelita argentina) a Buenos Aires, che ha provocato, il 18 luglio 1994, la morte di 85 persone. All’epoca, con l’ausilio della Cia e dei servizi segreti israeliani, la polizia argentina si lancia sulla pista del terrorismo iraniano. Ma il presidente in carica Carlos Menem, interviene e scagiona pubblicamente Teheran. Cosa spinge il capo dello Stato argentino a deviare l’inchiesta? Timori per la sicurezza interna? Paura di rappresaglie terroristiche? Due anni più tardi, nel 1996, un ex direttore del Vevak – il nucleo dei servizi segreti iraniani – Abolghasem Mesbahi rivela: Carlos Menem ha intascato una ricompensa di 10 milioni di dollari in cambio della garanzia che le indagini sarebbero state insabbiate. Secondo l’ex spia la maxi-tangente è stata accreditata presso un conto acceso in Svizzera e i denari sono stati personalmente versati dal figlio dell’ayatollah Khomeiny. Le dichiarazioni del “pentito” iraniano, arrestato e interrogato dalla polizia tedesca, riaprono allora il fascicolo sull’attentato anti-semita di Buenos Aires. Partono così le ricerche negli istituti creditizi elvetici, dove sono rapidamente identificati due depositi appartenenti all’ “entourage” di Carlos Menem. Il primo è intestato alla moglie e alla figlia dell’ex presidente, presso l’Ubs di Ginevra, e contiene circa 650 mila dollari. Sul secondo libretto, acceso alla filiale zurighese della Banca del Gottardo, e detenuto dall’ex segretario particolare di Menem, Ramon Hernandez, figura un ammontare di oltre 6 milioni di dollari. Su questi depositi, rispondendo alle commissioni rogatorie argentine, la procura di Ginevra ha aperto un fascicolo. È trascorso circa un anno e la giudice Christine Junod, responsabile delle indagini, non ha ancora emesso alcuna notifica in merito alle richieste della magistratura di Buenos Aires. I giudici argentini giudicano l’attesa “preoccupante” e sospettano che il magistrato ginevrino potrebbe risolversi, a questo punto, ad archiviare il caso: «Se non ho preso alcuna decisione riguardo ad una eventuale archiviazione significa che gli elementi per procedere in tal senso non sono ancora in mio possesso», ribatte però Christine Junod, rispondendo alle nostre domande. Dal canto suo la giudice avverte che non ha mai fatto intendere che le indagini sarebbero state rapide né tantomeno semplici. Secondo fonti giudiziarie l’inchiesta potrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Con quale esito? Il magistrato non si è stranamente avvalso della proposta del testimone iraniano di recarsi a Ginevra per identificare de visu la banca dalla quale sarebbe partita la maxi-tangente di 10 milioni di dollari destinata a Carlos Menem. «L’istituto si trova a 200 metri dall’Hôtel du Rhône», ha rivelato l’ex spia alla polizia svizzera. Ma le ricerche degli investigatori ginevrini non hanno sortito alcun risultato. Secondo il testimone, inoltre, il conto appartiene (o è appartenuto) ai servizi segreti degli Ayatollah e avrebbe contenuto un fondo di circa 200 milioni di dollari, usati per finanziare il terrorismo iraniano durante quindici anni. Ignorando le sollecitazioni dei giudici argentini che premono perché Abolghasem Mesbahi sia accolto a Ginevra, la giudice Junod ha, invece, preferito interrogarlo in Germania, dove l’ex spia vive sotto protezione della polizia tedesca. «Non sono certo i magistrati argentini a dettarmi la procedura da seguire. Forse ho elementi che non mi permettono di far venire il testimone a Ginevra», risponde la giudice, respingendo le critiche che le rimproverano una condotta “molle” delle indagini. Alcuni osservano che la scoperta di un conto-piattaforma che avrebbe finanziato, da Ginevra, gli attentati terroristi di matrice iraniana provocherebbe uno scandalo devastante per l’immagine del paese. La Svizzera dovrebbe allora spiegare agli organismi internazionali che lottano contro il terrorismo, primo fra tutti l’Onu, e alle istanze anti-riciclaggio, perché non è riuscita a svelare l’esistenza di un deposito così scottante, allorché il paese ha promesso il massimo impegno nella ricerca dei fondi occulti del terrorismo, vantandosi di detenere strumenti giuridici e legali efficaci e moderni, «tra i migliori al mondo».

Pubblicato il 

31.10.03

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