Dal 24 al 29 gennaio si sono svolti a Caracas (Venezuela) il VI Forum sociale mondiale (Fsm) e il II Forum sociale delle Americhe. Circa 80 mila partecipanti (in rappresentanza di 2’500 organizzazioni) sono stati attori di questo dinamico incontro che passerà il testimone agli inizi del 2007 al Kenia, scelta come sede per il VII Forum mondiale unito. All’appuntamento venezuelano è stato siglato l’accordo sull’“autonomia assoluta” del Forum sociale mondiale, sebbene esso sia stato ancora una volta scenario di alcune differenze riguardo agli impegni politici da assolvere in futuro. «Sono convinto che il processo del Forum sociale in atto da sei anni abbia acquisito un maggior slancio a Caracas da dove esce rafforzato», analizza a mo’ di bilancio finale Julio Fermín, uno degli uomini chiave del Comitato nazionale di organizzazione del Forum. Nonostante alcuni problemi organizzativi e funzionali, «la maggior parte delle principali tematiche, che sono alla base dei movimenti sociali e delle future agende, sono state dibattute e confrontate a fondo.» A catalizzare l’attenzione dei partecipanti, aggiunge Fermín, «sono stati temi quali la lotta contro la militarizzazione; le campagne contro l’Alca (Accordo di libero commercio delle Americhe); la riforma agraria; il rafforzamento della Alianza Social Hemisférica (Alleanza sociale emisferica); il ruolo delle donne nella società attuale». Caracas mantiene la promessa In uno spettro così ampio di tematiche, la questione del rapporto fra i movimenti sociali latinoamericani con le forze di sinistra e i governi progressisti, è stata al centro dell’attenzione. «Lo speravamo, data la particolare situazione politica che oggi vive il continente [latinoamericano, ndr]», afferma Fermín. E l’interessante è che questo spazio-Forum abbia aperto la strada a questa riflessione. «Non bisogna dimenticare che molte volte c’è stata un’implicita autocensura dei movimenti rispetto a tale dibattito... Una consuetudine ribaltata a Caracas. Si tratta di una problematica complessa perché esige una forte autocritica da parte degli attori sociali così come un profondo esercizio di autonomia», sottolinea il portavoce della VI edizione. Pietra miliare latinoamericana «La pretesa di dare vita ad un Fsm policentrico, decentralizzato e che si svolgesse in contemporanea in tre posti del mondo non è così semplice da realizzare e lo abbiamo constatato già durante il processo di preparazione», ricorda Fermín. Una pretesa diventata realtà a Caracas, rivelatasi uno splendido raduno continentale – con migliaia di colombiani, brasiliani, nordamericani presenti –, senza però riuscire ad essere un grande appuntamento mondiale. Senza dubbio, a livello emisferico ciò «significa un salto di qualità», fa notare Osvaldo León, responsabile dell’Agenzia latinoamericana dell’informazione (Alai) dell’Ecuador, uno degli organizzatori del primo appuntamento continentale realizzato quasi due anni fa in questo paese sudamericano. È stato fatto un passo determinante, spiega León, per coloro che hanno posto le basi alle campagne future, come quella che si oppone all’Alca o alla privatizzazione dell’acqua. E qui il giornalista equadoregno rivendica anche l’importanza della «diversità di questo incontro» e la convinzione che le risposte non risiedono nelle teorie preconfezionate ma vanno costruite con un cammino comune. Scarsa la partecipazione locale Parlando delle mancanze del Fsm, Fermín rileva con dispiacere «la scarsa presenza degli stessi venezuelani», poiché l’incontro sarebbe stato «di grande importanza per la nostra gente e visto che qui accusiamo la sindrome dell’ombelico, ossia pensiamo di possedere il processo rivoluzionario più importante del mondo». Motivo in più per cui l’appuntamento e l’apertura «verso l’esterno» – che al momento si esplica con Cuba e tiepidamente con il Brasile – «sarebbe stato occasione magnifica di arricchimento». Valorizzazione con cui concorda Eric Toussaint, storico belga e membro del Consiglio internazionale dell’Fsm, che constata «una presenza minore di quella che avremmo potuto prevedere. C’è stata molta più partecipazione nei settori popolari, per esempio, nel Foro di Mumbai (India, 2004) che qui quest’anno». Nell’analisi del militante belga emerge ben chiara un’altra critica verso Caracas: «Non è riuscita nel processo di preselezione», sottolinea. Insomma, gli organizzatori hanno peccato di troppa generosità con l’intento di garantire uno spazio a tutti coloro che avevano qualcosa da proporre. Sebbene non metta in discussione il concetto stesso di “policentrismo” che ha primeggiato in questa edizione del Fsm, Toussaint ritiene che «sia stato fatto un passo indietro nell’ambito organizzativo rispetto al Forum di Porto Alegre». Tutte queste vicissitudini e impressioni verranno analizzate dal Consiglio internazionale del Fsm che potrebbe riunirsi in aprile o a Karachi, luogo dell’evento decentralizzato, oppure a Nairobi, come esercizio preparatorio dell’edizione del prossimo anno. Chávez, il polemista L’incontro del presidente Hugo Chávez con i movimenti sociali, la sera del 27 gennaio, a cui hanno partecipato quasi 15 mila persone, è stato fonte di polemiche. In un lungo discorso sulla realtà latinoamericana, il dirigente venezuelano ha spronato, «sebbene nel pieno rispetto dell’autonomia del Fsm», a che questo si traduca in proposte concrete, in un piano d’azione «unico» che si opponga al rischio di cadere nel «turismo politico» o nel «folclorismo». Chávez, analizzando l’attuale situazione del continente latinoamericano e quella mondiale, ha posto l’accento sullo «scarso tempo politico rimastoci» per evitare la distruzione del pianeta, seriamente minacciato da un illogico sistema economico imperante. Secondo Frank Bracho, intellettuale libertario venezuelano, l’intervento di Chávez «è stato un’ingerenza del presidente in un processo e uno spazio ricco qual è il Fsm». Un concetto condiviso in parte da Plinio de Arruda, dirigente storico della sinistra brasiliana, attualmente allontanato dal Partito dei lavoratori per contrasti con il programma del governo di Lula. Meno critico, Osvaldo León ha rivendicato il riconoscimento di Chávez all’effettiva autonomia del Forum sociale e dei movimenti sociali rispetto ai governi. Dal canto suo Toussaint si è detto «deluso a livello politico» dal discorso presidenziale: «nei suoi discorsi passati ha sempre parlato dei popoli e delle sue mobilitazioni di pressione sui governi come fattori chiave della storia», mentre al Fsm, non «ha speso una sola parola su questo concetto». In definitiva all’appuntamento venezuelano non è mancato il dibattito creativo. E sebbene saltasse fuori solo a momenti, vi era comunque una certa tensione – già emersa a Porto Alegre – rivelatasi un elemento intrinseco della dinamica del Forum in questa fase. Tensione profilatasi fra coloro che vedono il Fsm come uno spazio di riflessione, di dibattito e di incontri e coloro che insistono sulla necessità di trasformare il Fsm in uno spazio propositivo concreto, con piani d’azione e priorità accordate, firmate ed eseguite. Due (o più) sinistre a confronto Fra gli assi tematici del Foro sociale mondiale di Caracas, il rapporto fra i movimenti popolari, i partiti della sinistra e i governi progressisti ha catalizzato la maggior parte delle attività. Il tutto in un dibattito essenziale che, sebbene abbia quale tratto distintivo l’America latina, la trascende per lanciare segnali ad altri paesi. È così che il Fsm di Caracas si è trasformato in un vero laboratorio di idee, di idee concrete che analizzano il complesso rapporto fra Lula e il movimento sociale brasiliano, la esultante complementarietà fra Hugo Chávez e le organizzazioni bolivariane, la prossimità di alcuni gruppi “piqueteros” e di base con Kirchner in Argentina, le tensioni nella sinistra uruguaiana e cilena a fronte dei governi progressisti… E la sfida futura del movimento popolare boliviano di fronte alla conquista di uno di loro, Evo Morales, della presidenza della repubblica. Senza nascondere le tensioni politiche fra il movimento zapatista e il candidato di centro-sinistra López Obrador, che ha forti possibilità di conquistare le elezioni del luglio prossimo in Messico. La sinistra “sfiduciata” Secondo Rafael Agacino, analista cileno e membro del Collettivo dei lavoratori, un punto essenziale consiste nel differenziare «sinistra fiduciosa, tradizionale e storica da quella sfiduciata o nuova sinistra». Tutt’e due, con percezioni diverse dei nuovi soggetti sociali. Percezioni che, nel caso del Cile non sono altro che una conseguenza di 32 anni di «controrivoluzione neoliberista radicale», che non ha trasformato solo il paese ma anche la soggettività, il modo di pensare della gente. Mentre la «sinistra fiduciosa» – in cui si rispecchia la nuova presidente Bachelet – pensa che è possibile «recuperare l’istituzionalità e lo Stato» che esistevano prima dell’offensiva neoliberista, quella “sfiduciata” «pone le sue basi nelle organizzazioni sociali – giovani, lavoratori indipendenti, donne, disoccupati ecc. – che reclamano una chiara indipendenza nei confronti dello Stato pur non voltandogli le spalle». Da queste due visioni sorgono due strategie ben determinate: la prima, che tende a «dirigere il processo»; la seconda, la nuova, che «più che di conduzione parla di costruzione collettiva». Questa analisi entusiasma Ricardo Gebrim del Movimento dei lavoratori senza terra (Mst) del Brasile, paese dove è evidente lo scoraggiamento e la sfiducia di un’importante parte dei movimenti popolari verso il governo Lula. Se si dovesse fare un bilancio sull’aumento del livello di coscienza della gente e della crescita dell’organizzazione autonoma delle masse rispetto alla partecipazione politica elettorale (del Partito dei lavoratori) «il risultato sarebbe pessimo», insiste il giovane dirigente. Per Gebrim, la democrazia rappresentativa, borghese e quella partecipativa, spesso sembrano inconciliabili. E da qui la grande «sfida di pensare a due concetti chiave: che tipo di democrazia e che tipo di organizzazione deve darsi il movimento sociale per esprimersi politicamente». Si tratta di una riflessione che abbraccia non solo il Brasile ma tutta l’America Latina e che «richiede uno sforzo di costruzione teorica che porti a conclusioni affrettate», conclude Gebrim. Riflessione planetaria Per Françoise David, una delle attiviste principali della Marcia mondiale delle donne in Québec (Canada), tale riflessione appartiene a tutto il mondo. Nel suo paese, verso metà gennaio, si è appena creata una nuova forza di sinistra, in cui sono confluite due organizzazioni politiche. «Un nuovo partito che deve ancora chiarirsi con chi intende comunicare… Credo non soltanto con i settori più poveri ma anche con quelli medi», afferma la dirigente femminista. Per chi vive questa nuova esperienza in corso la sfida «non è soltanto essere di sinistra ma anche essere ecologisti e femmenisti». La nuova sinistra deve «lasciarsi ispirare e permettere che sia influenzata dai movimenti sociali. In un ascolto e totale rispetto reciproco», conclude. In questo essenziale processo dialettico Caracas ha fatto un passo avanti prendendo coscienza che non esistono risposte automatiche, uniche né monocolore. La stessa diversità dell’America latina – e del pianeta – non accetterebbe ricette né conclusioni chiuse. Senza dubbio, il movimento sociale nel mezzo dell’incrocio del percorso, si confronta oggi senza autocensure e con grande maturità. Le pratiche, ricche e varie, si moltiplicano. Le alternative seguiranno.

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03.02.06

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