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Cellule staminali, per un sì autocritico

di

Alberto Bondolfi
Fra poco saremo chiamati a prendere posizione su un testo di legge che all’inizio si chiamava “sulla ricerca embrionale” e che dopo aver passato la discussione parlamentare è diventato “sulle cellule staminali”. Che cosa è capitato? Verso la fine del secolo scorso (sembra già di essere in altri tempi) il Fondo nazionale per la ricerca scientifica aveva definito un programma quadro di ricerche attorno alla medicina dei trapianti. In occasione di un incontro organizzato dalla medesima istituzione si ritrovarono a Berna tutti coloro che avevano l’intenzione di proporre un progetto di ricerca in questo ambito. Tra di loro anche una giovane ticinese, Marisa Jaconi, che propose di poter continuare le sue ricerche sull’effetto delle cellule staminali provenienti da embrioni di topi introdotti su organi malati sempre di topi, per poter poi in una fase ulteriore passare ad un impianto su organi umani, prendendo cellule staminali provenienti da embrioni umani, cellule che intendeva importare dagli Stati Uniti. Dopo il suo breve intervento ci furono domande ed apprezzamenti da parte di specialisti, tutti positivi e tendenti ad incoraggiare la giovane ricercatrice. Timidamente mi permisi di chiedere alla signora Jaconi se avesse avuto dei dubbi a carattere etico sulla sua ricerca e mi rispose che aveva sottoposto il suo progetto al comitato locale di etica ricevendone risposta positiva. I dirigenti del Fondo nazionale non si accontentarono di questa risposta e sottoposero il progetto alla propria commissione di etica che arrivò comunque alla medesima posizione. Nel frattempo però questo progetto divenne di pubblico dominio e Ruth Dreifuss pensò bene di reagire pubblicamente. Con un colpo di bravura politica affermò che per una volta ci si poteva permettere di risolvere il problema della legittimità della ricerca embrionale attraverso un permesso puntuale, ma che bisognasse velocemente trovare una base legale stabile. Incaricò dunque un piccolo gruppo di lavoro di redigere in sei mesi un progetto di legge che regolasse le varie forme di ricerca che si possono fare su embrioni umani. A tappe forzate il disegno di legge fu redatto e presentato al parlamento. I parlamentari, in ordine sparso e non seguendo automaticamente la logica dei partiti, presero paura di fronte ad un testo severo sì ma fondamentalmente a favore di questo tipo di ricerca. Si accorserò però che il testo voleva evitare qualsiasi ipocrisia: se si ammette la legittimità dell’importazione di cellule provenienti da embrioni umani dall’estero si deve ammettere che un tale tipo di cellule si possano ottenere a partire anche da embrioni presenti in Svizzera. Ma il testo continuava a far paura e si voleva evitare un referendum. Così invece di regolamentare la ricerca sugli embrioni supranumerari in generale, si è preferito prendere in esame solo un tipo di ricerca, quello legato alle cellule staminali. Le promesse di questo tipo di ricerca erano tali che la popolazione, così si sperava, non l’avrebbe rifiutata. Ma il parlamento fece in conti senza l’oste: le firme congiunte (che non hanno colore) di verdi radicali e di conservatori hanno comunque portato alla necessità di un voto popolare. Eccoci dunque davanti alle urne. La sinistra è ancora relativamente divisa anche se le voci a favore di questa legge aumentano. Quando avevo potuto parlare davanti alla frazione parlamentare, il Ps era davvero spaccato in due ed alcuni amici mi avevano persino dato gentilmente del “traditore”... A questi amici vorrei proporre un breve argomentario. Innanzitutto riconosco che siamo di fronte a scelte le cui cause risalgono agli anni ’90. Se avessimo messo assolutamente “fuori legge” le tecniche di procreazione medicalmente assistita non avremmo nel paese alcun embrione soprannumerario e non dovremmo prevedere nulla, nè la loro distruzione nè il loro uso. Vista in questa prospettiva la posizione di Giovanni Paolo II è del tutto coerente e non manca di fascino: non si sarebbe mai dovuto avere embrioni fuori del corpo della donna e con ciò questi problemi non si sarebbero mai posti. Abbiamo deciso di permettere la fertilizzazione in vitro, anche se a condizioni estremamente severe nei confronti degli altri paesi europei e così ci siamo trovati di fronte al problema degli embrioni in esubero. Evidentemente la maggior parte di essi risale agli anni ’90, anni che hanno preceduto l’entrata in vigore della legge sulla medicina di procreazione medicalmente assistita. Il Consiglio federale di quel tempo, per nascondere meglio la mano dopo aver lanciato il sasso, aveva regolato il problema degli embrioni in esubero nell’angolino di un’ordinanza, affermando che entro la fine del 2003 si sarebbero dovuti distruggere tutti gli embrioni in esubero. Come se la distruzione di embrioni non dovesse essere legittimata eticamente! Si pensava e si continua a pensare che tale distruzione sia del tutto naturale (in un testo del governo si dice persino che «essi verranno lasciati al loro destino», come se uscissero di loro spontanea volontà dai frigoriferi dei reparti di ginecologia....). Se ci si prende la briga di legittimare la distruzione degli embrioni si vedrà come, una volta ammessa la legittimità della distruzione, sia molto difficile dire che un uso regolato dalla legge degli embrioni sopranumerari sia del tutto peggiore della loro distruzione obbligatoria. Le voci più conservatrici rivendicano un diritto alla vita assoluta per ogni embrione e quindi chiedono che essi possano essere adottati: la posizione potrà apparire grottesca ma è del tutto coerente. Ma nella sinistra dominano altri argomenti. In genere ci si chiede se tali ricerche non facciano gli interessi della grande industria farmaceutica. Qui purtroppo molti militanti (sulle cui buone intenzioni non ho alcun dubbio) prendono un abbaglio. La ricerca embrionale è una ricerca fondamentale e non ha al momento alcun interesse commerciale. E qualora domani lo avesse, ogni forma di commercio è vietata dalla legge in votazione. Rifiutare questa legge semplicemente per dare una lezione alle grandi sorelle di Basilea mi sembra miope, poichè in diritto tutto ciò che non è vietato è permesso. Bisognerebbe, in caso di rifiuto, ricominciare tutto da capo lasciando un pericoloso vuoto giuridico davanti a noi.

Pubblicato

Venerdì 19 Novembre 2004

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