Arriva al Teatro di Locarno (dal 19 al 21 febbraio) Il giardino dei ciliegi, un testo famoso e frequentato la cui messa in scena è sempre una sfida, soprattutto per gli inevitabili confronti con edizioni memorabili come quella, abbagliante, di Giorgio Strehler e quella realistica di Peter Stein. Il dramma/commedia, che Anton Cechov scrisse nel 1903 a 44 anni, pochi mesi prima di morire di tisi, è uno dei più grandi capolavori della drammaturgia del ’900. È un testo di grande poesia, di struggente simpatia per gli esseri umani, per le loro quotidiane debolezze come per i loro più nobili slanci utopici. È la storia di una società, quella russa, a cavallo tra Ottocento e Novecento, colta in una fase di profonda trasformazione e raccontata da un testimone sensibile, con una saggezza rafforzata dalla coscienza di avere pochi mesi di vita davanti a sé. Ma è soprattutto l’analisi di un conflitto universale: quello tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità, nostalgia e speranza, giovani e vecchi, vita e morte. Cechov è forse uno dei pochi autori capaci di raccontare la vita con grande profondità e sottigliezza, con grande amore e pietà per gli esseri umani, facendo sempre un passo indietro rispetto al giudizio. Il regista, Marco Bernardi, ha colto con grande stimolo la sfida e fedele alla sua concezione del teatro come luogo privilegiato della parola, ha incentrato su di essa lo spettacolo, scarnificando la scenografia e riducendola a pochi elementi caratterizzanti. L’azione si svolge su una pedana inclinata, priva di fondale, che cambia connotazione a seconda delle esigenze: da stanza dei bambini, a sala da ballo o addirittura ad aperta campagna. Bernardi ha cercato un’astrazione lirica, ben assecondato dalle scene «povere» e dominate dal bianco. Attorno al palcoscenico ha messo dei divani sui quali gli attori stanno in attesa della loro entrata: sulla pedana si sale allora come se si fosse costretti a recitare faticosamente, sotto gli occhi di tutti, la ridicola tragedia di una vita senza domani, fatta solo di ricordi e di passato. Il cast di attori è sicuramente molto nutrito e fa affidamento soprattutto sui primattori Patrizia Milani – una Ranevskaja un po’ frivola e mutevole – e Carlo Simoni, un Gaev esteta, abulico e indifferente. A completare questa lettura di Cechov ci sono poi le struggenti musiche composte da Dante Borsetto che l’autore esegue in scena con una soluzione spettacolare che ricorda certe proposte di Moni Ovadia. Questo Giardino dei ciliegi parte lentamente e cresce poi nel bellissimo finale nel quale, dopo che la casa e il giardino sono stati venduti, si arriva al momento del congedo e degli addii che è anche soprattutto distacco dalle cose e dagli oggetti con tutto il loro carico di sensi e di affetti. Prenotazione dei biglietti allo 091/7566151.

Pubblicato il 

15.02.02..

Edizione cartacea

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