Il riemergere, a intervalli più o meno lunghi, dell’estremismo di destra è un problema con cui la società tedesca ha imparato a fare i conti da tempo. Benché in Germania, a differenza che in altre nazioni europee, il dibattito sulle responsabilità collettive rispetto ai crimini nazisti sia stato condotto a fondo e senza sconti per nessuno, i virus dell’antisemitismo, dell’odio verso gli stranieri e del nazionalismo esasperato resistono da decenni ad ogni tentativo di estirparli definitivamente dal corpo sociale. Il problema, in realtà, non è limitato alle bande di skinheads che infestano le periferie delle città tedesche, specie nei Länder orientali, aggredendo, spesso mortalmente, stranieri e militanti dei partiti di sinistra, profanando i cimiteri ebraici e indottrinando all’odio razziale un’intera generazione di giovanissimi senza prospettive. Più difficile da riconoscere e da quantificare, e quindi ancora più insidiosa dell’estremismo dichiarato, è però la zona grigia dei fiancheggiatori ideologici del neonazismo. Si tratta di intellettuali, editori e uomini politici dei partiti di centro che amano definirsi “nazional-conservatori” e “patrioti”, ma che, in realtà, attingono a piene mani alla più becera retorica sciovinistica. Esempio significativo di questo “humus reazionario” è, il caso del deputato cristianodemocratico Martin Hohmann che, nell’autunno del 2003, davanti agli elettori del suo collegio, paragonò l’Olocausto alle purghe sovietiche e definì gli ebrei «popolo di carnefici quanto i tedeschi» per aver svolto un ruolo di primo piano nella rivoluzione d’ottobre. Che Martin Hohmann, dopo lungo tergiversare, sia stato espulso, con un sofferto voto a maggioranza, dal gruppo parlamentare della Cdu non cambia la gravità di quanto accaduto. Quanti sono, in realtà, gli Hohmann tra le fila della Cdu e della Csu, i cristianosociali bavaresi, e fino a che punto i due partiti sono disposti a coprirli? I partiti di estrema destra in Germania sono un fenomeno marginale, almeno se paragonati ai corrispettivi italiani, francesi o austriaci. Sommati fra loro i voti delle tre formazioni estremiste, i Republikaner, la Dvu e la Npd, non raggiungono nemmeno il 3 per cento a livello federale. Tolto qualche successo nelle elezioni regionali (i più recenti sono quelli dello scorso settembre in Sassonia e Brandeburgo), nessuno dei tre partiti è mai riuscito ad eleggere un proprio rappresentante al Bundestag. Questo dato, che la Cdu/Csu ha sempre presentato come un proprio successo politico, in realtà, può essere letto in più modi. Alla pretesa di aver emarginato le forze più estremiste e attirato sotto le proprie bandiere gli elettori ultraconservatori, presunto merito che Helmut Kohl e Franz Joseph Strauss si attribuivano in passato e Angela Merkel ed Edmund Stoiber ribadiscono ancor oggi, fa, infatti, da contraltare l’evidenza che questa strategia ha riportato in auge espressioni e atteggiamenti che in una democrazia non dovrebbero trovare spazio. Che cristianodemocratici e cristianosociali, pur di sfruttare il serbatoio elettorale dell’estrema destra, oggi come ieri, chiudano ben più d’un occhio sul comportamento di alcuni tra i propri esponenti, più che un sospetto, è, una realtà documentabile. Il “patriota” Hohmann, ad esempio, è stato tollerato per anni, fino a quando la sua posizione, grazie al risalto dato dai mass media alla vicenda, è risultata insostenibile per i vertici della Cdu. A scorrere la biografia politica del deputato assiano si capisce che le sue sparate antisemite non nascono dal nulla, ma sono l’apice di una carriera costruita sulle peggiori menzogne revisionistiche e sull’odio verso gli omosessuali in nome del cattolicesimo più retrivo, il tutto condito dall’immancabile teoria del complotto giudaico internazionale. Tutto ciò non ha però impedito alla dirigenza del partito, che non poteva ignorare le sue idee, di candidarlo e farne, in seguito, un membro della commissione parlamentare per i risarcimenti ai lavoratori coatti sotto il Terzo Reich. Come dire, l’uomo giusto al posto giusto. Ma perché stupirsi di Hohmann, quando lo stesso primo ministro dell’Assia, Roland Koch, nel 1999 vinse le elezioni regionali orchestrando una campagna xenofoba in grande stile contro il disegno di legge governativo sulla doppia cittadinanza per gli stranieri residenti da generazioni in Germania? In quell’occasione a dare man forte a Koch, oltre ad Edmund Stoiber, sempre in prima linea quando c’è da difendere l’”identità tedesca” (e bavarese) dal pericolo di “contaminazioni razziali”, si mobilitarono persino le teste rasate. E che dire della discussione, surreale ed inquietante al tempo stesso per un paese dove vivono oltre otto milioni di stranieri, intavolata un paio d’anni fa, e ripresa negli ultimi mesi, dai vertici della Cdu sulla “Leitkultur”, la cultura dominante tedesca, a loro avviso a rischio di estinzione per i “troppi influssi” dovuti alle altre etnie? Per completare il quadro, ma di esempi ce ne sarebbero ancora a dozzine, può risultare interessante dare uno sguardo alla galassia di pubblicazioni, riviste e case editrici tramite cui l’estrema destra diffonde le proprie idee e si autofinanzia. Così si viene a sapere che non sono pochi gli esponenti della Cdu e della Csu, tra loro anche pezzi da novanta, come il ministro degli interni del Brandeburgo, Jörg Schönbohm, che intervengono su riviste di estrema destra, quali Junge Freiheit, o prendono parte ai dibattiti organizzati dalla “Gesellschaft für freie Publizistik”, una fondazione che in passato ha dato più volte spazio a storici negazionisti dell’Olocausto. Alla luce degli evidenti problemi della Cdu con la propria ala destra, appare chiaro che la tattica della copertura e della tolleranza, adottata fino ad ora nei confronti degli estremisti, non può che portare ad altri casi Hohmann. La battaglia in atto tra i reazionari guidati da Koch e Schönbohm da una parte e i moderati capeggiati dalla signora Merkel dall’altra, oltre a decidere l’egemonia all’interno del partito, contribuirà a definire l’identità della società tedesca dei prossimi decenni. Che col fuoco sia meglio non scherzare lo fa capire un sondaggio condotto dal primo canale della televisione pubblica tedesca, Ard, nel collegio elettorale di Martin Hohmann qualche mese dopo le sue deliranti esternazioni. Oltre la metà degli intervistati ha affermato di condividere a pieno le sue tesi. Secondo molti il deputato sarebbe vittima di una “congiura ebraica”.

Pubblicato il 

04.02.05

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