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Ticino

Cave, un padronato ottocentesco

L'ostilità padronale e la tenacia operaia. Cronaca di un conflitto

di

Francesco Bonsaver

Cave presidiate da agenzie di sicurezza private, operai presi per mano quasi fossero dei bambini da accompagnare all’interno dei cancelli per sfuggire alle tentazioni dei cattivi sindacalisti. Scalpellini fatti entrare furtivamente a notte fonda dai sentieri nei boschi per  iniziare a lavorare alle quattro del mattino. È parte del bollettino da “guerra di classe” della giornata di sciopero di lunedì 16 giugno, voluto per rivendicare il ripristino di un contratto collettivo di lavoro nel granito disdetto dall’associazione padronale (Aitg)  due anni e mezzo or sono.

È ancora notte fonda in valle Riviera quando sindacalisti e militanti si ritrovano per prepararsi alla giornata. Inizia dunque presto questa giornata di lotta per i sindacalisti e lavoratori che l'hanno sostenuta votando a netta maggioranza in favore dello sciopero nel granito. Al mattino presto perché le voci di radio cava davano insistenti strategie padronali di ogni genere per contrastare la riuscita dello sciopero. Voci che in parte si riveleranno fondate. In una cava gli operai saranno introdotti in azienda notte tempo attraverso i sentieri sul lato della montagna per iniziare a lavorare alle quattro. In un'altra agenti di sicurezza privata presidiano l’entrata della cava, mentre in una terza cava gli scalpellini saranno presi per mano, accompagnati all'interno dell'azienda. «Umiliante» lo definiranno i sindacati.


Eppure, a conti fatti, la mobilitazione può dirsi riuscita. Verificate il numero d’indennità di sciopero versate, poco meno di un centinaio di operai vi ha aderito. Uno su tre degli attivi nel settore. Un’adesione più che significativa, visto il contesto. A titolo di paragone, negli scioperi edili più riusciti si contavano un paio di migliaia di partecipanti su settemila muratori cantonali.


Il momento è storico per il movimento operaio cantonale. A cento anni di distanza, si lotta per raggiungere il medesimo obiettivo: regolare  i rapporti di lavoro in un contratto collettivo. Cento anni fa dopo un duro sciopero durato mesi in condizioni estreme, gli scalpellini ottennero il primo ccl cantonale.
Nel presente invece, da un paio d'anni il granito è privo di ccl per volontà padronale. E senza contratto, nessuna certezza per i lavoratori.

 

Le aziende promettono di rispettare le norme contrattuali malgrado niente le obblighi legalmente. I sindacati confermano che finora hanno, chi più e chi meno, mantenuto l’impegno. Ma qui sta il punto: fino a quando?

 

Secondo João*, scalpellino in Ticino da una quindicina di anni, non è questione di padroni buoni o cattivi. «Lo scopo del titolare è il profitto, quello dell’operaio di avere un salario e condizioni dignitose. In assenza di regole contrattuali valide per tutte le aziende, ogni titolare punterà a guadagnare di più togliendo qualcosa all’operaio. C’è chi lo farà in maniera brutale subito e chi invece più lentamente. Ma è un processo inevitabile, tutti i titolari mirano a ingrassare il profitto». In due parole ha riassunto il conflitto capitale-lavoro.


Senza contratto, le promesse dell’associazione padronale di mantenere le medesime condizioni  godono di scarso credito tra gli scalpellini. L’assoggettamento alla convenzione nazionale edile, l’uno per cento per la paritetica, l’aumento automatico dei salari, sono le diverse versioni con cui l’associazione padronale ha motivato il vuoto contrattuale nel corso di questi due anni. «Non ci prendano in giro. Se hanno disdetto il contratto è perché lo vogliono peggiorare. Abbiano il coraggio di dire la verità, qual è il vero motivo per cui lo hanno disdetto» dice Roberto*, scalpellino di lunga esperienza.


Sebbene il padronato lo smentisca, il timore maggiore è che mirino ad abolire, il prepensionamento a 60 anni. Cinque anni di lavoro logorante risparmiati in un settore dove statisticamente un operaio su due arrivava ai 65 anni o morto o invalido. Una conquista sociale strettamente legata alla convenzione edile nazionale. Senza la forza numerica dei muratori, non avrebbe mai visto la luce nel granito.
E il solo pensiero di poter perdere il prepensionamento fa infuriare gli scalpellini. Questo spiega perché nonostante l’aperta ostilità padronale alle sciopero e il pesante clima di minacce denunciato dai sindacati, un terzo degli scalpellini cantonali  abbia scioperato per riconquistare i loro diritti.


Al coraggio degli scalpellini riuniti in assemblea a Quartino ha reso omaggio in un appassionato intervento Igor Cima, segretario e responsabile di settore di Unia. «Avete sconfitto paure e minacce mai viste in quindici anni di professione, offensive per la dignità di tutti i lavoratori del granito nel cantone. Da oggi è chiaro a tutti che i salari minimi, gli orari di lavoro, le vacanze e il prepensionamento nel granito, in una parola, i vostri diritti, non si toccano!» ha detto Cima fra gli applausi dei presenti. E se per raggiungere l’obiettivo di un contratto collettivo di lavoro o in via subordinata del rispetto della convenzione nazionale mantello dell’edilizia «la giornata di oggi non sarà stata sufficiente, altre mobilitazioni seguiranno» ha assicurato il sindacalista.


Un centinaio di scalpellini non si sono dunque fatti intimorire dalle “strategie della tensione” adottate da gran parte delle aziende per contrastare lo sciopero. In altre ditte invece, (poche secondo le testimonianze raccolte), i datori di lavoro hanno rispettato il diritto dei dipendenti a esercitare un principio sancito dalla costituzione elvetica. «Al mio datore ho spiegato che la mia adesione allo sciopero non era diretta contro di lui – racconta José* – È uno sciopero per promuovere i diritti di tutti gli scalpellini, quelli di oggi e quelli di domani. Non ha fatto salti di gioia, ma rispetta le mie scelte». Un rispetto dell’uomo, da pari a pari, non scontato nei rapporti tra dipendente e titolare. «Ci sono ditte in cui i titolari hanno dimostrato di avere una concezione della proprietà privata “estesa”. Per loro essere proprietari della cava coincide con l’essere padroni degli operai che vi lavorano» ha sintetizzato Paolo Locatelli dell’Ocst.


Il giorno successivo all’agitazione sindacale, gli operai dell’azienda Pollini Edgardo e Figli di Cavigliano (Valle Maggia) hanno potuto constatare il rispetto del titolare nei confronti della libera scelta di difendere i propri diritti. «Ieri avete scioperato voi... Oggi e domani sciopera il datore!» si poteva leggere in uno striscione affisso martedì all’entrata della ditta. «Una scena che ricorda gli albori del conflitto capitale-lavoro dell’Ottocento» ha risposto Unia, riferendosi all’inizio della rivoluzione industriale quando il padronato rispondeva alle richieste operaie di diritti collettivi con la serrata, ossia il licenziamento di tutti i dipendenti. La provocazione costerà due giorni retribuiti ai suoi dipendenti per aver impedito loro di lavorare benché disponibili.


In un’altra azienda invece, una delle maggiori a livello cantonale e vincitrice di numerosi appalti pubblici, la Maurino Graniti, il giorno dopo lo sciopero gli operai sono stati interrogati individualmente. Difficilmente saranno stati espressi loro dei complimenti per l’adesione allo sciopero. Fonti sindacali assicura di monitorare l’evolversi della situazione, e se del caso, sono pronti a intervenire.


Tornando alla giornata di lunedì, la mobilitazione si è conclusa al con la consegna a Manuele Bertoli, il presidente del Consiglio di stato,  di una petizione sottoscritta da un centinaio di operai. in cui si chiede l’intervento del governo quale mediatore per convincere l’associazione padronale alla trattativa. «Il contratto – si sottolinea – è nell’interesse delle stesse aziende del granito, tutelandole dalla concorrenza estera negli appalti pubblici».

 

Meercoledì 18 giugno, l'annuncio che il governo, nella persona di Manuele Bertoli, si è assunto il ruolo di mediatore nella difficile vertenza. In vista della convocazione della prima riunione congiunta, il mediatore chiederà alle parti un memorandum in cui vengano esplicitati i punti di criticità e le rispettive posizioni.

 


*nomi di fantasia

Pubblicato

Mercoledì 18 Giugno 2014

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Reportage dalle cave ticinesi
05.06.2014

di 

Francesco Bonsaver

Reportage dalle cave ticinesi in vista del 16 giugno. Quel lunedì ci sarà una mobilitazione degli scalpellini per rivendicare un contratto di collettivo di lavoro, cancellato due anni or sono dall’associazione padronale del granito. «Lunedì fate quello che volete. Martedì lo farò io» parole di un padrone di cava. «Chi andrà allo sciopero, non lo licenzio. Lo farò penare per mesi, finché non se ne andrà lui dal posto di lavoro», altre parole di un altro proprietario di cava. Le abbiamo sentite accompagnando il sindacalista Igor Cima nei suoi giri informativi ai lavoratori in vista della giornata di mobilitazione del 16 giugno.

Contratto collettivo
14.03.2013

di 

Francesco Bonsaver

«Lavorazione della pietra, attività di cava e imprese di selciatura». È il terzo ambito professionale per il quale il Consiglio federale ha decretato lo scorso 15 gennaio l’obbligatorietà generale al contratto nazionale mantello (Cnm) dell’edilizia e del genio civile. Dal 1° febbraio il decreto equivale a dunque a legge, regolamentando nuovamente il settore. L’associazione padronale è convinta che quel testo non li riguarda e annuncia battaglia giuridica.

 

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