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Casse vuote, a Zurigo si vota

di

Silvano De Pietro
È una battaglia politica di primaria importanza, quella che si sta combattendo nel canton Zurigo, che va ben oltre la votazione popolare del 26 settembre, il cui risultato ne rappresenterà soltanto un esito provvisorio, una tappa. Infatti, al di là dell’oggetto su cui i cittadini dovranno decidere, cioè il programma di risanamento finanziario 2004-2007, lo scontro verte essenzialmente su una cieca politica “delle casse vuote” che i partiti borghesi stanno attuando a spese delle fasce meno abbienti della popolazione, riducendo da un lato le prestazioni dello stato e dall’altro le tasse ai ricchi. È da oltre un decennio che il canton Zurigo cerca di tenere sotto controllo il suo bilancio che tocca i dieci miliardi di franchi (per avere un’idea delle dimensioni: i conti della Confederazione navigano intorno ai 50 miliardi e quelli del canton Ticino sue due miliardi). Le forti oscillazioni sono dovute ai cicli economici di recessione/espansione divenuti più frequenti e, soprattutto, molto più incisivi verso il basso che verso l’alto. In altre parole, non si fa in tempo a recuperare un anno o due di minori entrate a causa della crisi economica, che già si prospetta una nuova recessione che aggrava ulteriormente la situazione dei conti pubblici. L’ultimo peggioramento dell’economia, quello dell’anno scorso, praticamente imprevisto o sottovalutato fino a settembre 2002, ha impedito il conseguimento dell’equilibrio dei conti previsto per il 2006. Si è così approntato un piano correttivo di risparmi per il periodo 2004-2007, stabilendo il fabbisogno complessivo di risanamento tra il 2000 e il 2007 a 2,6 miliardi di franchi. Finora il Consiglio di Stato si è mosso con una certa libertà, e con la benedizione della maggioranza borghese nel parlamento cantonale, risparmiando duramente a destra e a manca, con conseguenze pesanti: meno insegnanti nella scuola ad occuparsi di classi più grandi, uno standard più basso nel campo della sanità, un intero ospedale soppresso, dolorosi tagli ai posti di lavoro. Contro questa politica di risparmi forsennati non c’è stato finora praticamente niente da fare. Per due ragioni: perché il governo cantonale vi è in gran parte obbligato dal meccanismo del cosiddetto “freno all’indebitamento”, che una votazione popolare ha approvato qualche anno fa; e perché i partiti borghesi, in primo luogo Prd e Udc, stanno sistematicamente perseguendo una politica d’indebolimento dello stato, sia mediante i tagli alle uscite, sia riducendo le imposte ed abbassando così il flusso delle entrate. Ma adesso, approfittando del fatto che una parte tutto sommato modesta (185 milioni di franchi) dei risparmi previsti dal piano correttivo 2004-2007 non poteva essere ottenuta se non modificando altre leggi, la sinistra ha lanciato il referendum contro tali modifiche, sul quale si voterà appunto il 26 settembre. È chiaro quindi che obiettivo dei promotori del referendum non sono i 185 milioni del pacchetto di misure di risparmio, ma un’intera politica finanziaria del cantone mirante, da un lato, a scaricare sui livelli più bassi (i comuni e la popolazione) i costi del risanamento del bilancio, negando finanziamenti e contributi, e dall’altro a costringere il governo a tagliare senza tanti scrupoli, approvando semplicemente una riduzione delle entrate fiscali. A questa politica non si sfugge finché nel parlamento cantonale domina la maggioranza borghese; perciò a chi vi si oppone non resta che sfruttare ogni occasione per cercare di far passare tra la popolazione un messaggio meno pessimistico e più costruttivo rispetto al futuro finanziario del cantone e, in definitiva, rispetto alla garanzia che lo stato continui a svolgere i suoi compiti fondamentali. Non per nulla, contro radicali, democentristi e democristiani, s’è sollevata una diga imponente del dissenso. Ci sono le organizzazioni ambientaliste, quelle per la protezione della natura e delle peculiarità locali (le “pro loco”), i sindacati, le associazioni del personale, tutti i partiti politici della sinistra (in primo luogo il Partito socialista, i Verdi, e gli Evangelici). E insomma, tutti coloro che in un modo o nell’altro sono interessati al mantenimento delle prestazioni pubbliche, sia sotto forma di contributi che d’intervento diretto, sono rappresentati nel comitato referendario. Con l’aggiunta, assolutamente significativa e forse anche decisiva, dei comuni. Un tale schieramento la dice lunga sulla reale opposizione della società civile ad una cieca politica di tagli e risparmi. Un’opposizione che non va presa sottogamba, come stanno facendo i partiti borghesi, i quali tentano di minimizzare sostenendo che tanta mobilitazione è sproporzionata e per un obiettivo sbagliato. Sproporzionata, secondo loro, perché i 185 milioni su cui si vota rappresentano una sciocchezza rispetto ai 2,6 miliardi di risparmi da fare per pareggiare i conti entro il 2007; e sbagliata, perché se anche vincesse il no, il bilancio andrebbe comunque risanato e quei tagli negati dalla votazione verrebbero recuperati rafforzando le altre misure di risparmio. Ma è un atteggiamento minimalista che, se da un lato rivela il timore dei borghesi che si ripeta il rifiuto massiccio della privatizzazione del mercato dell’elettricità, dall’altro manifesta la loro difficoltà a capire il vero obiettivo della sinistra: farla finita con questa politica antistatalista, dettata da un ottuso classismo che tende a far pagare ogni errore di gestione, di previsione e di programmazione alle fasce più deboli della popolazione. Per risanare i conti pubblici non c’è soltanto la ricetta che prescrive sacrifici ai meno abbienti; ma questo è un altro discorso che si potrà fare se la svolta auspicata dalla sinistra il 26 settembre ci sarà.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2004

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