Mentre il rendimento medio registrato dalle casse pensioni nel 2003 è stato del 9,5 per cento – primo risultato positivo dopo il tracollo della “new economy” – il tasso minimo di remunerazione sul capitale vecchiaia nel settore obbligatorio è passato dal 4 per cento del 2002, al 3,25 per cento del 2003 e sceso ulteriormente agli attuali 2,25 per cento. A fronte dei risultati positivi ottenuti in borsa parrebbe lecito chiedere un aumento del tasso d’interesse sul capitale pensionistico ma Silvano Toppi, giornalista ed economista, spiega che sebbene questa richiesta sia legittima «non rappresenta l’unico problema, ci sono altri problemi da affrontare nella gestione di questo tipo di fondi ». I risultati positivi presentati dalle casse pensioni nel 2003 non giustificano anche un aumento del tasso di remunerazione attualmente in vigore? È una richiesta che mi sembra logica: se avete abbassato il tasso di interesse sui fondi che gestite perché avete avuto delle perdite in passato ora che guadagnate sarebbe il caso di sciogliere nuovamente i cordoni, un ragionamento che non fa una piega ma che nasconde dei pericoli. Che rischio comporta la logica di una simile richiesta? Quello di entrare in un modo di pensare che sta a cuore proprio ai gestori – privati – dei fondi pensionistici. Il pericolo sta nel fatto che si legherebbe il tasso di remunerazione ai risultati della borsa, una sorta di elasticità dei fondi ai risultati dei prodotti finanziari. Se le cose vanno per il meglio si può cercare di spuntare un rialzo del tasso di interesse ma si deve essere pronti anche ad accettare la malasorte. Per i gestori , invece, sarebbe manna dal cielo e i rischi cadrebbero totalmente sulle spalle altrui. A loro resterebbe unicamente il compito di far fruttare un capitale con la solita ottica, quella di una banca o di un’assicurazione che cerca di fare dei profitti. Quale è a suo avviso il maggior problema nell’attuale gestione dei fondi della previdenza professionale che i lavoratori sono obbligati per legge a capitalizzare? Il problema principale sta nel fatto che non esistono delle regole chiare che impongono un certo tipo di comportamento a questi gestori finanziari. Essi ricevono un’enorme massa di denaro che gestiscono in modo speculativo e i pessimi risultati che hanno ottenuto negli anni passati ne sono una chiara dimostrazione. Inoltre non capisco perché se le banche sono obbligate a detenere delle riserve sui conti in avere a tutela dei clienti ciò non possa valere anche per coloro che hanno il proprio capitale vecchiaia nelle casse di questi intermediari finanziari. Finora quest’ultimi non sono stati obbligati a formare alcuna riserva, in caso di perdite i risultati si ripercuotono sugli assicurati. Ritengo paradossale il fatto che i lavoratori detentori di un capitale (secondo e terzo pilastro, ndr) non abbiano alcuna voce in capitolo su come questo debba essere investito (vedi riquadrato, ndr). Magari il gestore compra azioni di una società che sta proprio licenziando dei lavoratori per aumentare i profitti. Lavoratori che investono in imprese che cercano di ridurre i costi facendo pressione sui lavoratori stessi. Una situazione al limite del grottesco. In Inghilterra i gestori di fondi che investono in altre imprese sono obbligati per legge a presenziare alle assemblee degli azionisti. Un modo per far rilevare a questi la natura sociale che ha quel denaro che investono. In Svizzera nulla di ciò avviene. Le discussioni sulla destinazione di questi fondi dovrebbe essere di natura politica e non solo economica, purtroppo ho l’impressione che attualmente ci sia troppo “laisser-faire”. Per la prima volta dal 2000 gli investimenti in titoli delle casse pensioni svizzere sono risultati in attivo. Il rendimento medio registrato nel 2003 è stato del 9,5 per cento contro il –10,3 per cento del 2002. Il rendimento mediano – cioè metà dei titoli aveva un rendimento superiore e l’altra metà inferiore – dei titoli esteri è stato nel 2003 del 19,1 per cento e quello delle azioni svizzere del 21,7 per cento. La proporzione di azioni svizzere detenute presso le settanta casse prese in considerazione è diminuita dal 19,5 per cento del 2002 al 16,5 del 2003. La quota delle azioni estere è rimasta invariata al 22,7 per cento. Le obbligazioni in franchi svizzeri sono scese dal 33,2 per cento al 29,7 per cento e quelle in valuta straniera dal 14,2 al 13,7 per cento. La quota di altri investimenti è invece cresciuta da 13,1 a 17,4 per cento. Da notare che i risultati annunciati sono quelli che le casse avrebbero ottenuto se avessero liquidato gli investimenti a fine 2003 e non necessariamente quelli che conseguiranno una volta venduti i titoli.

Pubblicato il 

12.03.04

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