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"Cari radicali, è ora di parlarci"

di

Gianfranco Helbling
Tutto è nato da un'intervista di Franco Cavalli all'indomani della sconfitta all'elezione di ballottaggio per il Consiglio degli Stati. Ora il dibattito è lanciato: il Partito socialista (Ps) è in crisi, questa la diagnosi. La cura? Molti, partendo proprio da un'affermazione di Cavalli, la vedono nella costituzione anche in Ticino di un Partito democratico (Pd) d'ispirazione veltroniana che sappia coagulare oltre alla sinistra tradizionale anche i radicali e l'ala socialmente più impegnata del Ppd. Convinto che si debba imboccare questa strada s'è detto da subito Adriano Agustoni, vicepresidente del Ps, secondo cui il Pd è un'esigenza anche per superare la crisi identitaria dei socialisti. Decisamente più scettico è il presidente del Ps Manuele Bertoli, secondo cui in Ticino non ci sono le condizioni per un Pd: piuttosto, dice Bertoli, si pensi ad un circolo democratico come luogo di dibattito allargato oltre i confini della sinistra. E contrario al Pd s'è detto pure Werner Carobbio, secondo cui si tratta di un'ipotesi senza prospettive. Sul fronte radicale, molto dubbioso è Franco Celio già soltanto per accordi che vadano oltre le votazioni referendarie. In casa socialista questo dibattito s'intreccia con gli strascichi della candidatura Lurà per l'elezione del governo cantonale e con le discussioni sulla presidenza del partito, oggetto questo all'ordine del giorno per il Congresso del 15 marzo. Bertoli s'è detto disponibile ad un nuovo mandato, ma non tutti gradiscono che la sua sia l'unica candidatura (cfr. articolo a pag. 9). A questo punto conviene allora fare un po' d'ordine e tornare all'origine: Franco Cavalli, davvero lei vuole che il Ps si trasformi in un partito veltroniano?

Franco Cavalli, da una sua affermazione molto generica in un'intervista pubblicata sulla Regione del 5 dicembre («è perlomeno immaginabile provare a lanciare una discussione sull'ipotesi di creare qualcosa che assomigli vagamente al partito democratico in Italia») è nato un nuovo dibattito sul futuro del Partito socialista (Ps). Già si ipotizza la nascita di un Partito democratico sul modello italiano. Lei cos'ha in mente in realtà?
Non ho assolutamente in mente un Partito democratico. Come faccio spesso ho lanciato la discussione in modo un po' provocatorio. Il politologo Oscar Mazzoleni ha dato l'interpretazione giusta: sulla base delle esperienze fatte nella campagna elettorale volevo lanciare un confronto politico tra la sinistra e l'ala radicale del Plr. Detta solo così non avrebbe interessato nessuno, detta come l'ho detta ha fatto partire una discussione.
Ma che bisogno ha il Ps dei radicali?
Siamo politicamente in una situazione di stallo, nulla si muove da vent'anni. Si può cercare di smuovere la situazione in vari modi. Per la sinistra il modo più giusto sarebbe di ricorrere ai movimenti sociali, alle rivendicazioni di base ecc... Oggi però di movimenti non ne vedo né in Ticino né in Svizzera: a breve scadenza questa strada si rivela dunque solo un pio desiderio. L'altra strada che si può percorrere è quella del dibattito politico. E questa strada la si deve percorrere perché dal punto di vista della circolazione delle idee viviamo in una realtà molto conservatrice e retrograda. Del resto è la lezione gramsciana: si può avanzare politicamente solo se c'è una certa egemonia delle idee che si muovono. In questo momento è la destra ad avere l'egemonia delle idee. Faccio qualche esempio concernente la giustizia, che è il potere dello Stato che meglio riflette il sentire comune: la politica della droga è dominata dalla linea Perugini; con un tratto di penna di un giudice del Tram sul caso della clinica Moncucco è possibile buttare all'aria l'intera pianificazione ospedaliera cantonale; nel corteo del Rabadan è lecito un cartellone che dà dei ladri agli ebrei.
Tuttavia la destra ticinese sembra perdente, o almeno sulla difensiva: Masoni è stata estromessa dal governo. Oppure ritiene che la vittoria di Sadis sia il frutto di un confronto tutto interno alla destra?
Il confronto Masoni-Sadis è stato in parte fatto diventare un confronto destra-sinistra. Sicuramente Sadis è una personalità molto più aperta di Masoni, ma la sua vittoria è innanzitutto una sconfitta personale di Masoni, che era diventata insopportabile per gran parte del Ticino. Interpretare la sconfitta di Masoni come una sconfitta della destra significa confondere i propri desideri con la realtà: la riprova l'abbiamo avuta con il ballottaggio per il Consiglio degli Stati, dove la scelta è stata politica.
Di nuovo: perché allora i radicali?
Perché hanno due tratti distintivi che li accomunano alla sinistra. Il primo è il loro statalismo, che è ancora più marcato del nostro. Per noi socialisti in fondo lo Stato è quasi un male necessario per difendere i più deboli, ma solo fino a quando si sarà davvero realizzato il socialismo. I radicali invece lo Stato moderno l'hanno creato, esso è quasi la loro ragion d'essere. Il secondo tratto che ci accomuna è l'attenzione ai diritti civili: basti pensare a questioni come il suicidio assistito, l'aborto, la scuola pubblica ecc… Io propongo dieci punti per una possibile discussione con i radicali (cfr. riquadrato): credo che con essi ci sia la possibilità per il Ps di uscire dalla sua attuale politica di piccolo cabotaggio per aprire dei nuovi spazi politici, o per acuire le contraddizioni degli avversari e farli "esplodere" politicamente – se un giorno ci fosse la scissione fra liberali e radicali, per la sinistra sarebbe un fatto estremamente positivo.
Ma che interesse avrebbero i radicali ad uscire dal Plr, che è il partito che occupa le più importanti posizioni di potere del Cantone e distribuisce lauti dividendi anche ai radicali? Asfaltopoli è stato uno scandalo assai più radicale che liberale…
È un interesse da riconoscere in prospettiva storica. In quasi tutta la Svizzera il Plr si è ridotto ad essere di fatto un partito soltanto liberale: è sprofondato al 15 per cento perché il dominio dell'ala economica ha cancellato la sua componente interclassista. La Svizzera ha vissuto i suoi anni d'oro fra il '45 e gli anni '90, poi l'intesa interclassista che ne ha retto le sorti è stata spazzata via dall'offensiva neoliberale: oggi i padroni del vapore non hanno più bisogno né dei sindacati, né dei radicali. Non c'è ragione che questo processo non si manifesti anche in Ticino, la vittoria di Sadis su Masoni è un incidente della storia. In un Plr sempre più dominato dalle forze economiche e massoniche luganocentriche per i radicali in prospettiva futura non c'è più spazio. E se l'ala radicale vuole continuare ad avere un ruolo importante in questo paese, l'unica possibilità per lei è quella di aprire un discorso serio con la sinistra.
È quel che diceva 15 anni fa Pietro Martinelli e che lei contestava. Cos'è cambiato da allora perché lei si ritrovi ora sulle posizioni di Martinelli?
15 anni fa Martinelli lo diceva in riferimento al problema della governabilità, non proclamando la necessità di far saltare gli equilibri politici del paese. E lo diceva nella fase iniziale dell'ondata neoliberale, quando la sconfitta delle idee della sinistra non era ancora avvenuta nella realtà. Era quindi una situazione diversa, poco leggibile. Martinelli non aveva anticipato il futuro, ma da uomo di governo responsabile parlava per una sua intima preoccupazione per la governabilità di questo cantone. A me, francamente, la questione della governabilità non interessa: è un problema di cinque persone.
Ma in questa fase se c'è un elettorato in movimento è quello leghista: con questo discorso non sarà facile riconquistarlo.
È vero. Noi abbiamo due elettorati da catturare: da un lato la piccola borghesia illuminata, che comprende i radicali, interessata a temi quali i diritti civili o l'ambiente; dall'altro l'elettorato popolare, che vota Lega o Udc, che possiamo riconquistare con delle azioni di tipo sociale e di movimento. Sono contento che il futuro presidente del Pss Christian Levrat abbia detto che i socialisti potranno vincere le elezioni solo se saranno sia partito di governo che partito di opposizione: è il primo a dirlo dai tempi di Peter Bodenmann, che è stato l'ultimo presidente socialista vincente. Ed è come partito di opposizione su temi quali l'Avs e le casse malati che potremo riconquistare l'elettorato leghista. Purtroppo questo Manuele Bertoli quando ha dato la disponibilità per un nuovo mandato di presidente non lo ha per niente considerato, dicendo che non possiamo essere strabici. È una posizione sbagliata. La stessa Ségolène Royal ha detto che se i socialisti vogliono vincere devono occupare uno spazio che va da Besancenot (trotzkista) a Bayrou (che corrisponde ai nostri radicali).
Questo suo ragionamento non fa astrazione dai sistemi elettorali? Il sistema proporzionale che abbiamo noi richiede profili chiari ai partiti, mentre è tipico del maggioritario la diluizione delle proprie identità per la conquista del centro.
Questo sarebbe un argomento molto forte se noi non avessimo la democrazia diretta. Da noi un partito che fa il 25 per cento alle elezioni e riesce a vincere iniziative e referendum è più forte di un partito che ha il 30 per cento alle elezioni ma non vince mai le votazioni popolari. Inoltre già la scheda senza intestazione introduce elementi maggioritari nel nostro sistema.
Se il peso delle elezioni è relativo, allora non è su quelle che bisogna giudicare lo stato di salute del Ps.
Sì, ma i risultati dei socialisti alle elezioni sia a livello federale che cantonale sono lo specchio di una debolezza politica, propositiva, nel tendere all'egemonia gramsciana nella società. In questo senso gli argomenti con cui Bertoli dà la sua disponibilità mi sembrano deboli, perché sono una riformulazione del vecchio dibattito sulla governabilità: secondo queste tesi, occorre la simmetria dei sacrifici perché altrimenti il Ticino non è governabile. Ma questo non interessa all'elettorato e non fa avanzare il dibattito politico: il deficit dello Stato preoccupa soltanto i politici. Per questo è necessario avviare una serie di iniziative di più ampio respiro. Faccio l'esempio della scuola pubblica, che ha bisogno di essere rilanciata di fronte all'incalzare delle scuole private: si potrà per esempio dire che alle medie dev'essere istituito il doposcuola, è un problema che i cittadini sentono, e allora capiranno anche che per risolverlo lo Stato ha bisogno di più mezzi.
Lei auspica che questo dibattito sia fatto in primo luogo al Congresso del Ps del 15 marzo: il modo per farlo è avere una candidatura alla presidenza alternativa a quella di Bertoli?
Potrebbe essere una possibilità, anche se in questo momento non ho in mente nessuno che possa assumere questo ruolo.
E lei?

Non ho più l'età.
L'altra possibilità?
Si può dibattere e votare su mozioni contrapposte, come spesso si faceva in passato. È forse la soluzione migliore, perché personalizzare il confronto ha il vantaggio di semplificare il dibattito, ma ha lo svantaggio di falsificarlo. Io spero che da questi miei stimoli e da altri interventi possa davvero nascere un dibattito serio, in modo da arrivare al Congresso con due o più mozioni con contenuti diversi.
Lei ha pure detto che un'altra debolezza del Ps è che non è più capace di fare il lavoro di base, compreso il porta a porta.
Il Ps tende ad essere sempre più un partito di funzionari. Il porta a porta sembra una cosa vecchia, ma non lo è: se Barack Obama ha vinto le primarie nell'Iowa è perché ha preso con sé 500 giovani che sono andati casa per casa a raccogliere voti. Oggi più ancora che una volta, in questa società saturata di informazioni nella quale non si riesce più a distinguere quel che è giusto da quel che è sbagliato, ci vogliono gli attivisti che facciano un lavoro di prossimità.
Condivide quindi l'analisi di Vasco Pedrina (area n. 49 del 7 dicembre) secondo cui alla sinistra manca una patria, un luogo in cui i suoi militanti stanno bene e per il quale hanno voglia di lavorare?
Sì, perché tutto si lega: ricostruire la patria, quindi saper fare il lavoro di base, presuppone dei grandi progetti, delle visioni. Si deve essere spinti dal fuoco sacro: se si deve votare socialista per diminuire del 5 per cento il deficit dello Stato, questo lavoro di base non lo si fa.
Come fare per rilanciare il lavoro alla base?
Non ho ricette. Faccio però una riflessione. Nel 2007 con i due appuntamenti elettorali il Ps avrà investito una cifra prossima ai 300 mila franchi. Si potrebbe investire meno nelle campagne elettorali per avere invece un segretario a tempo pieno o per avere più mezzi a disposizione per il lavoro nelle sezioni. Ma si potrebbe anche tornare ad organizzare incontri e serate con personalità importanti.
Intanto i sindacati sembrano oggi l'unica forza di sinistra davvero capace di mobilitare…
Proprio la persona di Christian Levrat ne è un ottimo esempio: con il suo sindacato è riuscito a costruire un movimento di massa contro la Posta, costringendola a cedere, ma nel contempo è qualcuno capace di trattare. Levrat non è un massimalista, ma sa che prima bisogna costruire i rapporti di forza con l'azione, poi si può andare a trattare. E allora si possono lanciare anche dibattiti offensivi come quello sulla flex security, che presuppone un rapporto di forza favorevole per ottenere più sicurezza sociale in cambio di un po' di flessibilità.
Lei ha anche detto che il Ps deve riaprire un dialogo con la società civile. Ma esiste davvero questa società civile che avrebbe voglia di tornare ad occuparsi di politica? Dov'è finita?
S'è creata una frattura fra la società civile e gli intellettuali da un lato e il partito dall'altro. In parte perché l'egemonia dei temi della destra rende difficile anche alla società civile riconoscere un progetto alternativo. In parte per l'incapacità del partito di presentare ai cittadini una visione che sappia andare oltre i conti dello Stato. Sabato sera a Monte Carasso abbiamo organizzato una serata per coprire il deficit della mia campagna elettorale. C'era un tempo da lupi, pensavo che non sarebbe venuto nessuno: e invece c'erano quasi 100 persone, poche del partito, ed abbiamo raccolto 25 mila franchi. A queste persone ho chiesto perché non intervengano più spesso nei dibattiti politici: mi hanno risposto che più nessuno si interessa a quel che pensano.
La candidatura di Franco Lurà al Consiglio di Stato è stata espressione della società civile o piuttosto il frutto di un evento episodico?
Conosco poco Lurà per dire se davvero esprime pienamente le istanze della società civile. Penso però che in parte per la società civile la sua candidatura è stata un modo per esprimere un certo malcontento verso l'ufficialità del partito.


10 temi per i radicali

Franco Cavalli propone una lista di dieci temi sui quali aprire un confronto fra il Ps e l'ala radicale del Plr. Eccola:
•    cassa malati unica *
•    premi di cassa malati proporzionali al reddito *
•    pensionamento flessibile, garanzie pensionistiche per lavoratori autonomi ed indipendenti *
•    piano di sviluppo del Cantone, equilibrato e non solo Lugano-centrico
•    potenziamento delle scuole pubbliche
•    pianificazione ospedaliera (fattura prevista di 80 mio. per cliniche private)
•    dare finalmente un contenuto concreto alla Regione insubrica
•    controllo accordi bilaterali, inclusi salari minimi
•    potenziamento trasporti pubblici
•    apertura ospedali al suicidio assistito

*) temi federali rispetto ai quali il governo cantonale e i partiti possono avere una grossa influenza su Berna

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2008

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