Mentre polizia e magistratura continuano a mietere fermi e a sequestrare canapa e derivati, l’operazione “Indoor” dà qualche segno di stanchezza sul piano giudiziario. Se il fronte operativo tiene in modo egregio (la scorsa settimana c’è stato un sequestro record di oltre una tonnellata di canapa fra Sementina e Fusio), nelle retrovie il fiato sembra farsi corto. Nelle ultime settimane si sono levate le prime voci critiche sulle modalità e i tempi di carcerazione preventiva e sulle procedure di inchiesta seguite dalla Procura nell’ambito della maxi-operazione anti-canapa scattata a metà marzo con l’obiettivo primo di stroncare sul nascere le semine all’aperto. Avvocati difensori e presunti rei rimasti dentro per settimane e poi rilasciati senza essere confrontati con i fatti per i quali sono accusati hanno denunciato la latitanza della magistratura, sollevando nel contempo seri dubbi su carcerazioni preventive i cui tempi e modi sembrano non essere proporzionali – in alcuni casi – all’oggettiva gravità dei reati imputati. A lanciare il primo segnale di insofferenza era stato a inizio maggio l’avvocato di Lugano John Rossi. Gli ha fatto eco la scorsa settimana l’ex consigliere di Stato Rossano Bervini, difensore del dottor Werner Nussbaumer in carcere da una quindicina di giorni. Un’altra accusa è formulata ora su queste colonne da Carlo Stinca, avvocato e vicepresidente della sezione Ticino del Coordinamento svizzero della canapa (Csc), rimasto dentro per sette settimane: «Queste lunghe incarcerazioni con ampi intervalli di tempo fra un interrogatorio e l’altro intendono far soffrire le persone per indurle a confessare», denuncia Stinca che ha vissuto un’esperienza simile a quella di un altro esponente del Csc Ticino finito in manette a metà marzo, rinchiuso per un mese alle pretoriali e sentito per la prima volta dal procuratore Antonio Perugini – che da noi sollecitato non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione – solo dopo tre settimane di carcere preventivo. Cinquantun giorni di carcere senza mai aver visto il procuratore pubblico, né un suo assistente. Senza sapere perciò quali sono i fatti che gli sono contestati. Venerdì 2 maggio il vicepresidente del Coordinamento svizzero della canapa (Csc) sezione Ticino Carlo Stinca è uscito dal penitenziario della Stampa all’oscuro dei fatti per i quali il procuratore generale aggiunto Antonio Perugini ha promosso nei suoi confronti l’accusa di infrazione aggravata (in subordine semplice) alla Legge federale sugli stupefacenti (Lstup). A detta del titolare del canapaio Green Moon di via Balestra 9 a Lugano – finito in manette il 14 marzo scorso a seguito della seconda operazione anti-canapa “Indoor” – la sua detenzione preventiva si è rivelata oltremodo lunga e priva delle garanzie del caso: «non sono mai stato confrontato con il procuratore pubblico e non potevo nemmeno chiamare direttamente il mio avvocato. Lui mi poteva telefonare, ma io dovevo inoltrare una richiesta scritta attraverso l’assistente sociale del carcere», dice Carlo Stinca. Il vicepresidente del Csc Ticino si trovava a Berna il giorno dell’operazione con cui polizia e magistratura hanno messo i sigilli al suo negozio. Rientrato l’indomani in Ticino, si costituisce in polizia. Il procuratore generale aggiunto Antonio Perugini titolare dell’inchiesta lo deferisce al Giar che sabato 15 marzo ne conferma l’arresto. Carlo Stinca rimane tre settimane alle pretoriali di Lugano, poi viene trasferito al penitenziario della Stampa dove trascorre altre tre settimane in regime di isolamento. L’ultima settimana di carcere preventivo la passa invece in regime ordinario. «In tutto questo tempo non ho mai visto Perugini – ribadisce Carlo Stinca –. Sono stato interrogato quattro o cinque volte dagli agenti del Servizio antidroga che mi facevano sempre le stesse domande. Non potevo vedere né chiamare nessuno, nemmeno il mio avvocato». Dopo giorni di detenzione alla Stampa, il vicepresidente del Csc Ticino comincia uno sciopero della fame rivendicando il diritto a telefonare al suo avvocato, il trasferimento in regime ordinario e «per chiedere di poter vedere mia moglie, anche solo da lontano». La moglie di Carlo Stinca, al termine dell’ottavo mese di gravidanza, è fermata lunedì 17 marzo in un letto della clinica Sant’Anna di Lugano «senza che il medico lo sappia», sottolinea il titolare del Green Moon. Rinchiusa anch’essa alla Stampa dove trascorrerà poco più di una settimana, «è stata trasportata tre o quattro volte alla sede della polizia e in Procura con il furgoncino del carcere che la sballottava di qua e di là». A detta del vicepresidente del Csc Ticino, è dovuto intervenire il direttore del penitenziario a ordinare che i trasferimenti si facessero con un’auto della polizia provvista di cinture di sicurezza. Ora, poco più di un mese dopo essere stato rilasciato, Carlo Stinca dice di essere «arrabbiato» anche perché gli esponenti del Coordinamento canapa «che non si sono nascosti dietro una foglia» sono subito stati messi a tacere dalle autorità «che hanno voluto fare di tutta l’erba un fascio» ordinando incarcerazioni che ledono a suo dire la dignità umana. Procura oberata di lavoro? Come Carlo Stinca, anche il dottor Werner Nussbaumer è una vittima eccellente dell’inchiesta anti-canapa “Indoor”. L’ex deputato dei Verdi in Gran consiglio e attuale coordinatore della Federazione degli indipendenti viene arrestato giovedì 22 maggio con l’accusa di infrazione aggravata (in subordine semplice) alla Lstup. L’indomani il Giudice dell’istruzione e dell’arresto (Giar) Franco Lardelli sente Werner Nussbaumer decidendo di mantenerne l’arresto. A difendere il medico – che da anni prescriveva medicamenti a base di canapa vantandone le virtù terapeutiche – è da una decina di giorni l’avvocato ed ex consigliere di Stato Rossano Bervini. Ancora martedì Bervini non sapeva quali fossero i fatti per i quali il suo cliente è ancora rinchiuso al penitenziario cantonale della Stampa: «Già martedì 27 maggio io ho sollecitato un chiarimento dei fatti ma fino ad oggi (martedì 3 giugno, ndr) non ho ricevuto dal procuratore nessun documento che mi informi su cosa si basano i reati ipotizzati». Secondo il difensore di Werner Nussbaumer, una persona arrestata e incarcerata per i bisogni dell’istruzione deve «almeno sapere esattamente per quali motivi è dentro: non i reati, ma i fatti». «Certo – concede Bervini andando oltre il caso specifico – il procuratore ha il diritto di non dire ciò che sa, però non può nemmeno usare la carcerazione preventiva come un mezzo di pressione». «Colpire una persona che aveva sempre agito alla luce del sole e rinchiuderla senza chiarire a lei, né al suo difensore né all’opinione pubblica i fatti e senza stabilire da subito la durata della detenzione preventiva, mi lascia perplesso», dice Bervini che questa settimana ha inoltrato ricorso contro l’ordine di conferma dell’arresto emesso dal Giar. Il difensore di Werner Nussbaumer avanza tre ipotesi per spiegare la lentezza nel chiarimento dei fatti sulla base dei quali sono state mosse le accuse al suo cliente: «Primo, il procuratore titolare dell’inchiesta è oberato di lavoro: conduce operazioni a raffica e non ha il tempo materiale per portare avanti da subito le inchieste. In questo caso dovrebbe ammetterlo. Secondo, si decide di procedere sulla base di qualche indizio che se poi si rivelerà infondato farà decadere l’accusa. In sostanza il ragionamento potrebbe essere: “io comincio a pensar male, poi qualcosa salterà fuori”. La terza ipotesi è più ad ampio raggio e riguarda una procedura penale che dal punto di vista della tutela dei diritti di chi è sottoposto a detenzione preventiva è ancora da perfezionare». «Stampa e tv per farli reagire» John Rossi sembrerebbe propendere per la prima delle tre ipotesi avanzate da Rossano Bervini. L’avvocato di Lugano ha assunto la difesa di un 40enne straniero domiciliato nel Luganese che prima di finire dietro le sbarre si occupava essenzialmente della contabilità di una società proprietaria di un canapaio. Arrestato a inizio aprile con l’accusa di infrazione alla Lstup, l’uomo rimane in carcere «quasi tutto il mese» ed è interrogato «diverse volte» dalla polizia, ma «mai dal procuratore pubblico», spiega John Rossi che così non può partecipare agli interrogatori. L’avvocato luganese in un primo tempo reclama (invano) per il protrarsi della detenzione preventiva alle pretoriali («un mese alle pretoriali è troppo: lo dice persino la Corte europea dei diritti dell’uomo») che impedisce fra le altre cose al suo assistito – in condizioni di salute non ottimali – di vedere un medico. Di fronte al silenzio della Procura, John Rossi scrive al procuratore generale Bruno Balestra chiedendo – oltre al trasferimento alla Stampa e all’assistenza medica per il suo cliente – di far intervenire il magistrato responsabile dell’incarto (il procuratore generale aggiunto Antonio Perugini) «oppure di nominare un altro magistrato» che abbia più tempo. Le tre richieste sono soddisfatte in tempi brevi: il 6 maggio, due o tre giorni dopo il trasferimento alla Stampa, il 40enne è interrogato dal procuratore pubblico che lo rimette provvisoriamente in libertà. «Ma ci sono voluti diversi interventi da parte mia – non da ultimo il ricorso a stampa e televisione – per ottenere ciò che dovrebbe essere automatico», rileva Rossi. Inchieste, anche il virtuosismo ha un prezzo «L’inchiesta “Indoor” arrischia di andicappare fortemente il sistema giudiziario». Profondo conoscitore del mondo della canapa in Ticino, il criminologo Michel Venturelli aveva intravisto un pericolo di «collasso» del sistema di amministrazione della giustizia già nelle prime fasi della maxi-inchiesta “Indoor” (cfr. area, n. 8, 21 marzo 2003). Nel frattempo, i segnali di stanchezza si sono moltiplicati (vedasi articolo sopra) e Venturelli – finito nel sacco di “Indoor 15” e ora accusato di infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti – si chiede a maggior ragione «come fa la Procura a gestite tanti incarti, a sentire tutti?» tanto più che “Indoor” alimenta (ma a che prezzo?) un circolo virtuoso: «Se prendono una persona salta fuori un altro nome, poi ancora un altro e così via», sostiene Venturelli. Il contrasto fra la solerzia nel condurre le operazioni sul terreno e il trascinarsi delle detenzioni preventive (finora sulle 48 persone fermate da metà marzo oltre 30 sono state rinviate a giudizio e 7 sono in questo momento dietro le sbarre) non lasciano presagire nulla di buono: «questi problemi arrischiano di ripercuotersi più tardi in sede di giudizio e di esecuzione delle pene. Quanto tempo ci vorrà per processare tutti quelli finiti dentro? E poi non dimentichiamoci che se si applica la legge attuale, tutti gli indagati saranno giudicati colpevoli», rileva Michel Venturelli che ampliando la prospettiva parla di «un problema di applicazione della giustizia»: «Ci si concentra sulla canapa mentre ho l’impressione che si fatica a tenere sotto controllo prostituzione e cocaina», afferma. Intanto, filoni minori dell’inchiesta “Indoor” sono passati nelle mani di alcuni sostituti procuratori. I numerosi dossier aperti da quando magistratura, polizia e autorità cantonali – dopo anni di permissivismo – hanno cominciato a muovere la guerra alla canapa e ai suoi derivati non occupano più solo le scrivanie del procuratore generale aggiunto Antonio Perugini e delle procuratrici pubbliche Maria Galliani (reati finanziari) e Rosa Item (strutture societarie del commercio di derivati della canapa). E come conferma ad area una fonte vicina alla magistratura, chi ora deve pure sobbarcarsi incombenze legate agli sviluppi di “Indoor” non vedrebbe di buon occhio il peso che l’inchiesta ha ormai acquisito: altri fronti (quelli di cui parla Venturelli?) reclamano un’attenzione e dei mezzi perlomeno uguali a quelli destinati alla crociata anti-canapa.

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06.06.03

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