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Capitalismo

di

Giuseppe Dunghi
I ciellini hanno aggiunto una sillaba, «intrapresa», per nobilitare un po’ la parola. Ce n’era bisogno, perché «impresario» si identifica immediatamente con i personaggi negativi di Brecht e ricorda il burattinaio Mangiafoco di Collodi oppure, più vicino a noi, fa pensare agli autori dei disastri del Pian Scairolo e della Piana di San Martino. Max Weber si rivolterebbe nella tomba vedendo utilizzare il suo termine per designare impresucole il cui apporto all’economia consiste nel produrre a costi italiani e vendere a prezzi svizzeri. Nel gennaio del 1813 il ricchissimo conte Pierre Bezúchov – narra Tolstoj in Guerra e pace – si era appena ristabilito da una malattia che l’aveva costretto a letto per tre mesi dopo essere stato prigioniero dei francesi. Il suo capo-amministratore venne a trovarlo per parlare dello stato delle sue rendite: l’incendio di Mosca durante l’occupazione napoleonica era costato a Pierre circa due milioni di rubli. Nonostante questa perdita, l’amministratore era convinto che se rinunciava a pagare i debiti della ex moglie, cosa a cui non poteva essere costretto, e non ricostruiva la casa e la villa di Mosca, le rendite non sarebbero diminuite. Il conte si rallegrò per quella fortuna inaspettata, ma poi, dopo aver ricevuto delle lettere dal suocero e aver visto il preventivo dell’architetto, «…Pierre concluse che il progetto dell’amministratore, che gli era piaciuto tanto, non era giusto e che doveva andare a Pietroburgo per definire gli affari della moglie e rifabbricare a Mosca. Perché bisognasse fare così non lo sapeva, ma sapeva senza dubbio che si doveva far così. Le sue rendite in seguito a questa decisione diminuivano di tre quarti, ma bisognava fare così: lo sentiva.» Quello che oggi verrebbe definito «la corretta logica del mercato» e che nel XIX secolo era semplicemente il ragionamento di un amministratore, non aveva persuaso Pierre. Questo è il capitalismo come lo intendeva Weber, il quale ci teneva a distinguerlo nettamente dalla generica brama di denaro che egli chiama «tradizionalismo»: «La “auri sacra fames” è antica come la storia dell’umanità a noi conosciuta; ma noi vedremo che coloro che si abbandonarono senza ritegno al suo impulso – come quel capitano olandese che per guadagno avrebbe navigato attraverso l’inferno, anche se avesse dovuto abbruciacchiare la vela – non furono affatto i rappresentanti di quella coscienza da cui uscì il moderno spirito capitalistico… Guadagno senza scrupoli, non frenato da alcuna norma interiore, ce n’è stato in tutti i tempi, dove e quando ce ne fu la possibilità. Come la guerra e la pirateria, così anche il commercio, non legato da norme, nelle relazioni con gli stranieri era libero da ogni vincolo… E come, esteriormente considerato, fu abituale il guadagno capitalistico in quanto “avventura” in tutte le costituzioni economiche che avevano tali oggetti patrimoniali ed offrivano possibilità di valorizzarli col guadagno – la commenda, l’appalto di imposte, prestiti di Stato, finanziamento di guerre, di corti principesche, di impieghi – così si ebbe dappertutto quella coscienza di avventurieri che irride ai limiti dell’etica. L’assoluta e cosciente mancanza di scrupoli nella bramosia di guadagno coesistette spesso col più stretto e rigoroso attaccamento alla tradizione.» Per assolvere la maledetta fame dell’oro non bastano le acrobazie linguistiche di don Giussani.

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Venerdì 20 Gennaio 2006

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