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Canzoni come “Racconti brevi"

di

Maria Pirisi
In Italia lo stanno scoprendo di recente ma Pippo Pollina, sulla scena del cantautorato, esiste da quasi vent’anni. Per una strana anomalia, quest’artista siciliano ha raggiunto un grande successo in Svizzera (dove si è trasferito nel 1985) e in Germania ma ha sempre trovato una pregiudizievole reticenza ad essere ascoltato e accolto dal mercato discografico. Da qualche anno però è sopraggiunta la svolta: il suo ultimo cd “Racconti Brevi” ha contribuito in modo determinante ad allargare il pubblico dei suoi estimatori nel Belpaese. Ma dov’è stato finora? Si chiedono i nuovi fan italiani con sorpresa che riconoscono in Pollina un cantautore di grande spessore, colto e dotato di una voce dal timbro inconfondibile. Numerose le sue collaborazioni con artisti e gruppi: gli Agricantus con cui ha iniziato ad esibirsi (noto gruppo siciliano di musica popolare), Linard Bardill, il cantautore svizzero tedesco che lo ha presentato al grande pubblico, il cantautore tedesco Konstantin Wecker, Georges Moustaki, il sassofonista jazz Charlie Mariano, José Feliciano, Angelo Branduardi, Jovanotti, gli Inti Illimani, Nada, Franco Battiato (con cui ha un rapporto d’amicizia di lunga data), Matt Clifford (Rolling Stones). Pippo Pollina ritorna in Ticino per un unico concerto organizzato da area e il quindicinale satirico “Il Diavolo!”. Si esibirà al Mercato coperto di Mendrisio il 31 gennaio 2004, ore 20.30 insieme a due compontenti della Palermo Acoustic Quartet (con cui si è esibito nella recente tournée fittissima di date): Antonello Messina alla fisarmonica ed Enzo Sutera alle chitarre. Ospiti, quale gruppo di supporto, ci saranno i Pizzicamore con la travolgente energia delle loro tarantelle. Pippo Pollina ha sempre rinnovato continuamente il suo rapporto con la terra natìa e l’Italia, segue tutto quanto succede laggiù: non conserva un’immagine cristallizzata della Sicilia, rarefatta nel tempo. Il suo è un legame rinsaldato da piccoli gesti giornalieri, come l’acquisto del quotidiano, l’essere in costante contatto telefonico con amici e parenti. Pippo segue costantemente gli avvenimenti politici della sua regione d’origine e dell’Italia tutta. Con lui abbiamo parlato di questo, del suo ultimo cd “Racconti Brevi” e di un film a cui presto lavorerà. In “Racconti Brevi” sembra un bilancio autobiografico con tutto quello che ciò comporta: le proprie storie, passioni, interessi, la cultura di cui si è nutrito. È così? Sì, per certi versi sì. Ma Volevo ribadire la dimensione letteraria che le canzoni possono avere e usando il parallelo che può esistere fra musica e letteratura, ho fatto capo al racconto breve. O se si vuole ho prodotto dei microfilm di pochi minuti, dei cortometraggi dove con poche sequenze si può descrivere un mondo. Questa è la tecnica che ho usato. Racconti Brevi è un album attraversato da mille stimoli, flash e ricordi. È un po’ come se da questo suo cesto della memoria, traboccante, lei avesse voluto attingere senza tralasciare niente… I ricordi sono la nostra più intima patria, il luogo dove in fondo ci si sente veramente a casa. Si fa riferimento alla memoria per cose che sono relative al presente e si usano i personaggi, gli elementi, che ci hanno attraversato come metafora per descrivere, non soltanto considerazioni relative ai fatti che furono, ma anche sensazioni, rabbie e felicità del presente. Ma qualche critico in Italia, ha trovato che questa ricchezza di storie, stimoli, citazioni, sia a tratti ridondante… Su questo la critica si è un po’ divisa. Qualcuno, è vero, in Italia – dove peraltro il mio album ha ricevuto una buona accoglienza – mi ha rimproverato di aver prodotto un disco molto denso mentre qui in Svizzera i critici sono stati generosi. Che cosa posso dire? Io mi occupo poco d’interpretare quello che è il giudizio degli altri. È normale che chi si esprime pubblicamente – come nel mio caso – debba mettere in conto e accettare tutte le risposte che arrivano e lo deve fare con animo tranquillo. Non crede che le critiche possano aiutare anche a focalizzare quanto andiamo facendo? Ho una personale apposizione nei confronti della critica: sono eco interessanti nella misura in cui ti danno o ti tolgono un po’ di coraggio. Per il resto credo non cambino di una virgola ciò che è il tuo lavoro. E francamente ritengo che chi propone delle cose non se ne debba proprio curare! Il tema delle radici è imprescindibile dal suo lavoro. Lei che ha lasciato la Sicilia da adulto, come molti emigrati, sembra coltivarle e nutrirle costantemente le sue radici, man mano passa il tempo. Anche la stessa collaborazione con la Palermo acoustic band è un modo per rafforzare questo suo legame con la terra? Con la band nel 2003 ho fatto 170 concerti in giro per sei paesi diversi. Stare con loro per così tanto tempo ha significato per me un modo per confrontarmi musicalmente con musicisti italiani, addirittura palermitani. Uno dei miei desideri era proprio quello di esprimermi in un concerto in cui i musicisti che mi accompagnavano potessero condividere appieno con me ciò che stavo cantando, che avessero il mio stesso background culturale. È stata un’esperienza diversa dalle solite: qui non condividi solo una percorso musicale ma tutto un bagaglio di esperienze, di riferimenti storico-politici e sociali. Quando invece suoni con musicisti francesi, tedeschi per quanto cerchi di compenetrare il tuo mondo, non possono mai arrivare a farlo fino in fondo. E come si è evoluto il rapporto con le sue radici nel tempo? In modo fluttuante. A volte avvicinandomi, a volte allontanandomi, nel senso che mi ritrovo ad essere contento quando vado giù in Sicilia e mi ritrovo altrettanto contento quando la lascio. Per lei la sua terra è madre o matrigna? Credo che il tuo rapporto dipenda dalla tua appartenenza. Per me comunque non è né l’una né l’altra. La Sicilia è una terra con tanti figli e quando si hanno tanti figli inevitabilmente ci si disperde nei sentimenti. È evidente che questo legame forte lo si sente al di là della “fisicità” ma allo stesso tempo si avverte che a volte anche questa sensazione si disperde nei meandri della distanza e del tempo. Da sempre a Pippo Pollina viene riconosciuto il suo impegno politico e civile. In “Racconti Brevi” questo impegno risuona forte, pensiamo a “Cento passi” (ispirato alla vita di Peppino Impastato) e “Bella ciao”. A proposito di quest’ultimo brano, perché ha scelto il rifacimento della canzone simbolo della resistenza, già riproposta dai Modena City Ramblers e Les Anarchistes e che qualcuno vede, maliziosamente, come un comodo cavalcare l’onda? Chi mi segue da tempo sa che già vent’anni fa io cantavo “Bella ciao” nei concerti, ben prima che i Modena nascessero. In Italia mi si conosce poco, cominciano solo da qualche anno ad ascoltare le mie canzoni, perciò quasi nessuno ha un’idea di ciò che facevo musicalmente nel passato, un passato di quasi vent’anni trascorso qui in Svizzera. Perciò, in considerazione di tutto questo, è lecito che qualcuno possa malignare. Perché la ripropongo nel disco? La registrazione è frutto di una circostanza del tutto fortuita. Mi trovavo negli studi di Londra con l’Orchestra filarmonica di Kiev quando, durante una pausa, il direttore mi chiese di fargli sentire un brano di musica popolare italiana. Quindi afferrai la chitarra e gli feci ascoltare “Bella ciao” raccontandogli la storia di questa canzone. Così lì per lì il direttore fece un arrangiamento e ci mettemmo a suonarla insieme: è stata una cosa spontanea. Poi abbiamo avuto l’idea di coinvolgere tutti quelli che avevano partecipato alla produzione e gli stessi miei figli, che in quei giorni si trovavano a gironzolare per gli studi di registrazione. Dopo una lunghissima carriera, finalmente comincia ad essere conosciuto anche in Italia. Nel bene e nel male la critica s’interessa alle tue canzoni. Come vive questo successo così tardivo? Da un punto di vista della presenza, del mio “esistere” in Italia, constato che da qualche parte si è rotto il ghiaccio nel senso che anche nella penisola cominciano ad uscire i miei dischi e faccio i miei concerti. Come vivo il successo? Mah, per me il successo è il participio passato del verbo succedere... Certo che cantare in italiano e avere successo all’estero rappresenta un’anomalia… Diciamo che ciò che mi dispiaceva e mi dispiace tutt’ora in quest’anomalia italiana, che non riguarda solo me ma anche tanti musicisti italiani, è il fatto che ci sia un’oggettiva difficoltà ad esistere, soprattutto in un momento come questo in cui il mercato discografico sta crollando e, di conseguenza, molti interessi vengono meno. Ci sono tanti artisti, anche famosi, che non vendono quasi più niente. Le cose non torneranno più come prima e sarà lavoro dei discografici interpretare le nuove tendenze e trovare per il futuro quali vie percorrere. Il fatto di essere riconosciuto in un momento difficile la scoraggia? No, la cosa importante per me è avere la sensazione forte e bella – suffragata da ciò che mi sta succedendo – che ora c’è un canale aperto, un colloquio intenso con l’Italia. Ora c’è molta gente che mi scrive, più che dall’estero. Ed è piacevole essere scoperti nel proprio paese: in tanti mi chiedono dove sono stato finora e come mai non hanno avuto modo di conoscermi. Questo mi conferma che era giusto rivendicare uno spazio laddove mi capiscono. Qui avevo la consapevolezza che l’elemento dell’esotismo aveva il suo peso ma c’era dell’altro che desideravo venisse valorizzato. Com’è successo. E con Battiato è sempre in contatto, parlate anche dei vostri percorsi musicali oltre che di filosofia interesse a voi comune? C’è fra noi un rapporto collegiale in cui subentra – credo per pudore da parte sua – la reticenza ad avere un confronto aperto su questi temi. Ci si vede quelle due/tre volte l’anno e in quelle occasioni parliamo di tutt’altre cose. Come ha fatto a mettere insieme una band con quasi tutti pezzi da novanta per incidere “Racconti Brevi”? Dal percussionista Hossam Ramzy (ha suonato per Peter Gabriel), il chitarrista Robbie McIntosh (Paul McCartney e Dire Straits), Jonhn Themis (arrangiatore di canzoni di Boy George) e la International Symphony Orchestra di Kiev, per ricordarne alcuni… Non è stato facile. Molti musicisti li abbiamo trovati là “sul campo”, a Londra; tramite alcuni artisti che collaboravano con noi siamo poi arrivati ad altri. E così, di musicista in musicista siamo arrivati a comporre una band-mosaico. A qualcuno potrà sembrare un’operazione forzata quando in realtà il tutto è nato così senza disegni preparatori… Dopo Mendriso, Pollina sarà impegnato in una lunga sequela di concerti e presto parteciperà al Controfestival di Mantova (il festival “alternativo” a Sanremo). Se guarda davanti a sé cosa vede? (Pippo fa un attimo di pausa e poi comincia a ridere...) Sono alla finestra e vedo un palazzetto di colore arancione, un paio di macchine parcheggiate, banalità… Che dire? Dopo un anno di durissima tournée, di espressione live, mi aspetta un periodo dedicato alla preparazione per altri impegni. A partire dalla metà di marzo, farò un film con il regista svizzero tedesco Walter Deuber, sarò impegnato a comporre le musiche e reciterò. E di cosa parla questo film? Sarà una produzione con attori italiani, anche noti, e racconterà la storia di un artista italiano… Beh, è complicato da spiegare: ci sono troppe sfaccettature. Magari ne parliamo un’altra volta… che ne dice?

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2004

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