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Edilizia

Cantieri ticinesi paralizzati, lavoratori in sciopero

Lunedì 9 novembre sarà mobilitazione per difendere il prepensionamento a 60 anni e il rispetto del contratto

di

Francesco Bonsaver

In gioco vi sono i diritti di 80.000 lavoratori contenuti nel contratto nazionale e il prepensionamento a 60 anni. Sono le due preoccupazioni principali che faranno da carburante alla giornata di sciopero del 9 novembre in Ticino, a cui ne seguiranno altre nei giorni immediati nel resto del paese. Reportage dai cantieri per respirare il clima di lotta.

«Non ti preoccupare, noi ci siamo» è la risposta più gettonata. E di gran lunga. area ha accompagnato un funzionario sindacale di Unia nel suo tour de force sui cantieri in vista della mobilitazione di lunedì 9 novembre nell’edilizia cantonale. Nei giorni seguenti azioni simili sono previste nel resto del paese, regione per regione.
Il libro dei diritti e doveri del settore, la Convenzione nazionale mantello dell’edilizia principale (Cnm) alla fine dell’anno giungerà alla scadenza dei suoi consueti quattro anni di validità. Senza una nuova edizione, il settore oggi obbligatoriamente sottomesso alle regole dal decreto del consiglio federale, sarà in balia degli eventi. Già oggi il settore tra i casi di malaedilizia, i subappalti selvaggi, i fallimenti annunciati, l’aumento vertiginoso della produttività con ritmi di lavoro forzati, non se la passa proprio bene.
La prospettiva di assenze di regole non può che inquietare, e molto, i muratori. Per questi motivi son ben disposti a mobilitarsi organizzati collettivamente coi sindacati. Tanto più che in gioco vi è il diritto a cui gli edili in Svizzera tengono di più e non sono assolutamente disposti a vederselo soffiare sotto il naso. Il prepensionamento a 60 anni conquistato a colpi di scioperi nel 2002 sanciva il diritto a un ritiro dignitoso da una professione usurante. A suo tempo, fu illuminante una ricerca dell’Università di Ginevra nella quale fu dimostrato che un muratore su due arrivava alla pensione a 65 anni o invalido o deceduto. La conquista del prepensionamento migliorò significativamente questa ingiustizia sociale.
Nei suoi dieci anni d’esistenza il modello di autofinanziamento del prepensionamento ha funzionato egregiamente, consentendo a svariate migliaia di edili di trascorrere cinque anni di vita serenamente in attesa della pensione vera e propria. Le stesse imprese, dopo averlo aspramente combattuto, oggi ammettono che il prepensionamento ha avuto impatti positivi, anche economici, per le aziende.
Ora però sta per giungere al meritato riposo la generazione detta del baby boom, ossia i nati a cavallo tra la fine della seconda guerra e la metà degli anni Sessanta. Un picco di pensionati che inciderà sulle casse del prepensionamento se non s’interverrà per tempo. I sindacati hanno suonato l’allarme, chiedendo al padronato di aprire delle trattative serie finalizzate ad anticipare il problema. «Picche» ha risposto la Società svizzera degli impresari di costruzione (Ssic), sostenendo che la più importante conquista sociale dell’edilizia non sia materia di discussione nel rinnovo contrattuale. E per quanto riguarda il Cnm, si sono limitati a “offrire” un prolungamento dello status quo per un solo anno.
Stando ai sindacati, la strategia padronale mira a trascinare il problema del finanziamento del prepensionamento nel tempo, per arrivare a una situazione di casse vuote. Così, nel panico dell’emergenza, sarà più semplice per il padronato imporre delle misure drastiche.
Misure che l’associazione padronale avrebbe già in mente. La prima, spostare di qualche anno (61 o 62) la possibilità di beneficiare del prepensionamento. In alternativa, i vertici Ssic propongono una decurtazione salariale del 18% sull’attuale rendita. Ciò significa decine di migliaia di franchi in meno per i prepensionati nei cinque anni. Proposte inaccettabili per operai e sindacati.
A conferma del desiderio padronale sul futuro del prepensionamento, sono apparsi in questi giorni dei messaggi subliminali affissi da alcune imprese (poche) nei cantieri cantonali.
«Pensione dai 60 anni! Noi ci stiamo! I vostri impresari-costruttori» recitano i cartelloni coniati dalla Ssic per contrastare la mobilitazione operaia a difesa del Contratto nazionale mantello. Dei muratori hanno segnalato al sindacato la differenza tra il sogno padronale e la volontà operaia contenuta nello striscione. Una differenza racchiusa in due lettere. Andare in pensione «a sessanta anni» invece che «dai sessanta anni». «Potevano dire a 61 o 62 già che c’erano» commenta un edile. «O direttamente 65 anni» aggiunge un secondo.
A giudicare dal giro sui cantieri, l’impatto del messaggio padronale è pari a zero. Lunedì 9 novembre l’adesione alla giornata di mobilitazione sul piano cantonale dovrebbe essere alta. Un’adesione per nulla scontata.
A differenza del contesto degli scioperi per l’ottenimento del prepensionamento di inizio secolo, la composizione sui cantieri si è fortemente modificata. La percentuale di muratori assunti tramite agenzie interinali si è decisamente elevata in questi ultimi anni. Lavoratori per natura contrattuale ben più ricattabili e soggetti a minacce del padronato. Oppure si pensi alla miriade di piccole ditte subappaltanti, i cui operai vivono condizioni altrettanto ricattabili quanto gli interinali. Ma l’impressione è che queste deliberate scelte di dividere il personale con forme contrattuali precarie per meglio imperare, non riusciranno a scalfire la mobilitazione del prossimo lunedì. «Siete una squadra sola e tutti insieme si gioca la partita» incitava il funzionario sindacale nelle sue visite sui cantieri. Un vero tour de force, visto l’alto numero di cantieri nel cantone. Unia ne stima un migliaio nel territorio. Coprirli tutti implica uno sforzo notevole per la cinquantina di sindacalisti. Per inciso, anche i capicantiere non devono avere vita facile nel gestirli. A fronte dei mille cantieri, le statistiche della commissione paritetica indicano in 474 i capicantiere impiegati dalle imprese cantonali. Due cantieri a testa da seguire nel medesimo tempo. Decisamente dotati del dono dell’ubiquità invece sono i 76 assistenti di cantiere presenti nel cantone, a cui spettano mediamente una dozzina di cantieri a testa.
Tornando alle impressioni sulla giornata di agitazione, radio-cantiere (il passaparola tra i muratori) dava tra buona e ottima l’adesione allo sciopero del 9. Radio cantiere aggiungeva che la pressione dal basso aveva convinto alcune ditte importanti a ragionevolmente evitare di esacerbare inutilmente il conflitto, dando disposizione di chiudere direttamente i cantieri nella giornata di lunedì.
Le voci raccolte informano anche di qualche ditta le cui direzioni si presumono furbe, adottando stratagemmi finalizzati a ingannare i sindacalisti nella giornata di sciopero. «Mezzucci che gli si ritorceranno contro, perché sottovalutano gli operai, la dignità di chi lavora e non vuole sentirsi uno schiavo» commenta il sindacalista.
Su un cantiere un operaio avvicina il sindacalista e lo informa della sua situazione personale. «L’anno scorso ho avuto un infortunio in cantiere. Suva e casse malati si sono rimpallate la responsabilità se fosse una malattia o un infortunio. Una volta guarito sono tornato a lavorare. Tutto bene per dei mesi, poi ho di nuovo avuto dei dolori al medesimo punto. Vado dal medico e lui prescrive due mesi di riposo assoluto. Oggi (2 novembre, ndr.) torno a lavorare. Arriva l’assistente in cantiere e mi licenzia. Dice di fare il bravo per i mesi di disdetta, che magari ci ripensano. Aggiunge pure che mi hanno regalato un mese di disdetta (non è vero, avendolo licenziato a mese iniziato ed essendo per legge nel suo caso due i mesi disdetta, non c’è stato nessun regalo, ndr.). Ho tre figli a casa. Con la misera disoccupazione italiana che ci faccio ? E dovrei essere motivato a lavorare per questa ditta ? Dovrei fare il bravo?». Non ci sono risposte semplici per lui. La legge svizzera permette di licenziare con estrema facilità. La tanto decantata «libertà d’impresa di una società liberale» di cui l’operaio paga il prezzo. Uno stato di cose ancor peggiore se dovessero sparire quei diritti contenuti nel contratto nazionale mantello nei prossimi quattro anni. Questa è la cruda realtà che le mobilitazioni organizzate vogliono scongiurare.

Pubblicato

Giovedì 5 Novembre 2015

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