È assordante la cappa di consenso sulle operazioni “Indoor” che la polizia e la magistratura ticinesi compiono contro i coltivatori e i rivenditori di canapa. Un consenso, alimentato dalla retorica dell’“emergenza canapa”, che è in realtà inquietante, perché ampiezza e modalità di conduzione delle inchieste imporrebbero più di una riflessione. Riflessione che soltanto area sta conducendo, in un Ticino in cui il rischio del pensiero unico è sempre dietro l’angolo. Intanto va chiarito che le questioni sono due e nettamente distinte: da un lato c’è il dibattito sulla depenalizzazione controllata (e non sulla liberalizzazione) del consumo di canapa a livello federale, dall’altro ci sono le inchieste “Indoor” in Ticino. È in malafede chi invece, pur sapendo come stanno le cose, usa gli eclatanti risultati di queste inchieste per argomentare contro la depenalizzazione. Perché il proliferare di coltivazioni è il risultato di una situazione che le autorità ticinesi hanno lasciato degenerare almeno dal 1999, senza alcun intervento per arginare il fenomeno. Anarchia pura, appunto, e non chiare misure di controllo come il progetto di revisione della Legge federale sugli stupefacenti prevede con la depenalizzazione del consumo. Gli stessi Antonio Perugini, Luigi Pedrazzini e Romano Piazzini (tutti democristiani, guarda caso) che oggi cavalcano la “tolleranza zero” per anni si sono dimostrati molto tolleranti. E, nell’orgia di comunicati e conferenze stampa sulle operazioni “Indoor”, ancora non hanno spiegato perché di colpo hanno cambiato strategia. Se la cosa è così degenerata come dicono, è perché a lungo se ne sono infischiati dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ora reagiscono, con una crociata che toglie mezzi alle forze dell’ordine su ben altri fronti (la polizia ha ammesso che per le operazioni “Indoor” non può più seguire come dovrebbe il settore della prostituzione: con buona pace delle ragazze ucraine o dominicane sfruttate nei nostri bordelli). E reagiscono tra l’altro con carcerazioni preventive troppo lunghe (non è colpa degli inquisiti se Perugini è sommerso di lavoro!) e dai drammatici risvolti umani (cfr. pag. 7). Il tutto in spregio del principio di proporzionalità, che vale anche per la detenzione preventiva. L’ideologia della “tolleranza zero” imposta con fare quasi terroristico e assecondata da media troppo acritici e supini impedisce ogni dibattito. Eppure i punti su cui interrogarsi nell’ottica di uno Stato di diritto sono più di uno (si può ricordare anche la giravolta del Consiglio di Stato sulla depenalizzazione, commentata da Pietro Martinelli nell’ultimo numero di area). Viene quindi naturale chiedersi se la situazione sia stata lasciata degenerare apposta per poi scatenare una grande offensiva che provasse gli effetti nefasti della tolleranza in vista del dibattito al Consiglio nazionale sulla depenalizzazione del consumo di canapa. È eccessivo? Forse sì, ma come dice un grande democristiano, Giulio Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma si sbaglia di rado.

Pubblicato il 

04.07.03

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