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“Cambiamento necessario”

di

Generoso Chiaradonna
A favore della riforma della Banca dello Stato si è schierato Pietro Martinelli, ex Consigliere di Stato socialista e membro del Comitato interpartitico per il Sì. Nell’intervista le sue ragioni. La nuova legge sulla BdS, sostengono gli avversari che hanno promosso il referendum, porterà la verso una privatizzazione dell’istituto di credito pubblico. Lei cosa risponde? La parola “privatizzazione” dovrebbe significare il passaggio della proprietà di un’azienda, quindi della maggioranza assoluta del pacchetto azionario, da un soggetto pubblico a uno privato, oppure l’appalto di un compito pubblico ad una ditta privata. Tuttavia una parte della sinistra a volte cerca di utilizzarla come un fantasma per ostacolare riforme che non desidera. Per esempio quando si propone di trasformare un’azienda autonoma pubblica in una società anonima mantenendo in mano pubblica l’intero pacchetto azionario. Oppure quando si propone di conferire a un Istituto statale maggiore autonomia rispetto al potere politico (come nel caso del progetto di” aziendalizzazione “dell’Istituto delle assicurazioni sociali). O ancora quando si propone di passare da uno statuto di diritto pubblico a uno statuto di diritto privato (come è il caso dell’Ente ospedaliero cantonale). Nel caso specifico della riforma della legge sulla Banca dello Stato non esiste invece nessun cambiamento che possa essere in qualche modo paragonato neppure alle tre forme di privatizzazione impropria descritte. Non solo l’intera proprietà resta in mano al Cantone, ma la BdS resta un’azienda autonoma di diritto pubblico e il mandato pubblico viene rafforzato così come il suo controllo, anche grazie al buon lavoro fatto dai deputati Ps in commissione. La riforma si propone solo di fornire a BancaStato gli stessi strumenti finanziari di cui dispongono le altre banche. Parlare in questo caso di privatizzazione, se non è demagogia pura è perlomeno, come direbbe Pino Sergi, demagogia strisciante. A meno che si pensi che per conservare BancaStato in mano pubblica occorra renderla meno attrattiva privandola di strumenti moderni, utili per svolgere il proprio compito in modo più efficace. Perché ritiene demagogica e pericolosa la posizione dell’Mps? Noi stiamo attraversando un periodo di grandi cambiamenti e di grandi problemi a livello internazionale, nazionale e cantonale. Penso alla rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione, all’accresciuta concorrenza mondiale e alla difficoltà di garantire condizioni di corretta concorrenza per esempio di fronte allo strapotere dell’impero americano. Penso al fatto che sempre più spesso chi finanzia un’attività industriale e chi la gestisce ubbidiscono allo stesso padrone (il capitale finanziario), determinando conflitti di interesse e mistificazioni dei bilanci con effetti devastanti a livello della fiducia nel sistema. Penso alla crisi economica alimentata anche da questa sfiducia che colpisce tutto l’Occidente, ma più l’Unione europea degli Usa, più la Svizzera dell’Ue, più il Ticino della Svizzera. Penso al nostro costo della vita che, a livello di consumo, è del 30 per cento più caro dei paesi che ci circondano a causa soprattutto dei cartelli e della concorrenza insufficiente. Questa situazione, in Ticino come altrove, richiede lucidità e coraggio per affrontare quelle riforme strutturali che sono necessarie per mantenere quella qualità della vita che nel passato ci è stata spesso garantita da rendite di posizione che oggi sono scomparse o stanno scomparendo. Purtroppo troppo spesso la reazione è invece di paura e di chiusura, nella speranza che, se noi non cambiamo nulla, tutto resterà come prima. La posizione dell’Mps, che ha lanciato il referendum contro la nuova legge sulla BancaStato, fa leva proprio su questa paura e su questo sentimento di chiusura sollevando il fantasma della privatizzazione di fronte a una riforma che non privatizza un bel niente e che, pur non essendo centrale, è certamente utile e opportuna. In occasione di un recente incontro al Centro svizzero di Milano organizzato dal Dipartimento economia e Finanze e dalla Bsi il presidente della RiRi Sa ha ricordato come le banche svizzere, bravissime nel private banking, lo sono meno per quanto riguarda il finanziamento all’industria. Ecco un compito fondamentale per BancaStato in Ticino nell’ambito di quel mandato pubblico che con la nuova legge potrà essere controllato costantemente dall’autorità politica. Ma per poterlo fare BancaStato ha bisogno di poter disporre di quegli strumenti di controllo del rischio che attualmente non può utilizzare. Questo è il senso di “banca universale”: non diventare una banca come le altre, ma di disporre degli stessi strumenti delle altre banche. Il cittadino comune, che non è un tecnico, perché dovrebbe votare a favore della nuova legge. In fondo BancaStato ha ottenuto risultati di bilancio positivi anche con la vecchia legge? I problemi che la riforma affronta sono quelli di come si potranno mantenere e potenziare questi risultati in futuro. Si pensi non solo ai prestiti ipotecari per chi vuole costruirsi la casa, ma all’aspetto centrale cui ho accennato prima relativo al finanziamento delle piccole e medie industrie per poter cogliere quelle potenzialità di sviluppo che certamente il Ticino possiede. Si tratta quindi di ampliare l’attività della banca nell’interesse di tutto il Cantone, di avere i mezzi per poterlo fare e per poter gestire e minimizzare i relativi rischi. Poi molto dipenderà dalle persone che operano e da quelle che controllano. Certo c’è stata qualche nube sull’attività di BancaStato, ma globalmente i risultati sono stati buoni. Questo dovrebbe favorire la fiducia del cittadino ticinese per una riforma che affronta le nuove sfide, evitando di restare fermi al palo quando attorno tutto sta cambiando. ”La sua filosofia sarà snaturata“ Non è una privatizzazione ma le assomiglia molto. È questa in sintesi la posizione di Pino Sergi (Mps), la più rappresentativa voce contraria alla riforma di BancaStato. Quali sono le ragioni che spinto l’Mps a lanciare il referendum contro la riforma della Banca dello Stato? La trasformazione, da banca ipotecaria e commerciale in banca universale, ha come obiettivo di far diventare BancaStato una banca come tutte le altre. Noi crediamo che la ragione di esistere di una banca pubblica risieda proprio nelle sue “differenze” e non nella sua omologazione alle altre banche; se poi si legge bene la legge approvata dal Parlamento e comprendendo cosa c’è dietro questa trasformazione, si trovano altre due ragioni che specificano quella di fondo. La prima è che la banca vuole lanciarsi in proprio verso nuovi prodotti finanziari e in particolare nel settore dei derivati. Vorrei precisare che, contrariamente a quanto si afferma, già oggi BancaStato può offrire ai propri clienti tutti i prodotti e servizi finanziari possibili e immaginabili. Grazie alla nuova legge BancaStato potrebbe operare con questi prodotti per conto proprio – con gravi rischi –; oltre a questo la nuova legge spinge di fatto verso il private banking, cioè verso la gestione patrimoniale indirizzata, ed uso le parole stesse di BancaStato, verso i clienti più “abbienti e con alta propensione per il rischio”. Farà quello che già offrono altri istituti di credito… Questo tipo d’attività ha però senso solo se è svolta su una scala importante. Non si può fare private banking con tre clienti. Ad esempio la stessa direzione di BancaStato ipotizza di creare una struttura di private banking completamente separata da BancaStato (con una nuova sede, un proprio consiglio di amministrazione, ecc.) e di far passare a questa nuova struttura tutti i clienti che hanno averi superiori ad un milione di franchi. Questi progetti, che sono alla base della riforma in discussione, tenderanno a modificare la struttura e l'attività della banca, che dovrà riequilibrare la propria natura, l’attività e il personale verso questi nuovi settori. Sarà la filosofia stessa della banca che verrà “snaturata”. Si tratta di un processo, del quale si mettono oggi le premesse, per orientare la banca sempre più verso il mercato e sempre meno verso il rispetto del suo mandato pubblico. È per questo che sosteniamo che la riforma aprirà la strada alla privatizzazione. Chi condivide quest’impostazione sostiene che sia necessaria proprio per permetterle di rispettare il suo mandato pubblico. Con più opportunità di reddito, BancaStato avrà più possibilità d’investire sul territorio… Io non so quali siano i limiti – potenziali – degli utili che la banca può raggiungere in assoluto. Prendo però atto che negli ultimi quattro anni BancaStato ha ottenuto utili complessivi per oltre 90 milioni di franchi, ha riversato più di 70 milioni l’anno nelle casse pubbliche e che rispetto alle altre banche cantonali paragonabili, ha aumentato notevolmente il numero d’affari. E questo in un clima di mutamento dei mercati finanziari e delle abitudini dei risparmiatori. Chi ha fatto questo passo prima di BancaStato (e parlo qui di banche cantonali paragonabili che hanno scelto di diventare banche universali e si sono aperte al private banking) hanno spesso realizzato veri e propri disastri, costati caramente ai rispettivi cantoni: penso, ad esempio, ai disastri miliardari della banca cantonale vodese (ma Ginevra non è stata certo migliore...). Faccio notare che quando BancaStato si è lanciata nelle nuove attività ha conseguito risultati meno che brillanti. Basta citare i recenti scandali finanziari o anche solo la gestione della tranche di patrimonio affidatagli dalla Cassa pensione dei dipendenti dello Stato: BancaStato ha conseguito i peggiori risultati. In pratica contestate le capacità e il know how dei dirigenti della banca pubblica? Constatiamo semplicemente che le sue attuali capacità non sono appropriate per lanciarsi in grande stile sui mercati finanziari e in particolare nel settore dei derivati. Non voglio fare processi alle intenzioni, ma le premesse per fare bene non ci sono. Cito un fatto, pubblicato ieri dal nostro quindicinale Solidarietà con tanto di documenti. Già nell’agosto del 2001, due mesi dopo la pubblicazione del messaggio su BancaStato, la stessa fa due cose: acquista un immobile in pieno centro a Milano con l’intenzione di farne un ufficio di rappresentanza e, sempre in agosto, inizia pure le trattative per l’acquisto di una banca d’investimento (la Banca Akros, banca di investimenti appartenente al gruppo Banca Popolare di Milano) specializzata in fondi altamente speculativi. Il timing del Consiglio d’amministrazione è così serrato che si vuole arrivare entro la fine del 2001 ad acquisire questa struttura. E tutto questo quando il Gran consiglio non ha ancora iniziato la discussione del messaggio. Morale: se il management fa una cosa del genere vuol dire che la natura della banca cambia, eccome. Tutto ciò, ovviamente, senza dirlo ai cittadini. Se l’Mps non avesse raccolto le firme per il referendum di queste cose non si sarebbe mai parlato. Allora perché la quasi totalità del mondo politico, sindacale e associativo si è espresso a favore di questa riforma? Si accontenta solo del mandato pubblico e non ha visto i possibili pericoli? Situazioni di questo genere non sono nuove. Tutte le forze politiche, a suo tempo, avevano approvato la trasformazione delle Aziende industriali della Città di Lugano (Ail) in società anonima, compresa la sinistra. Oggi, dopo pochi anni, i nodi vengono al pettine. Basta vedere lo scontro tra Azienda elettrica ticinese e Ail sulla costruzione di un secondo elettrodotto verso l’Italia. Lo stesso schieramento c’era per la trasformazione in Sa delle Aziende municipalizzate di Bellinzona (Amb) che per la nostra opposizione e dei cittadini bellinzonesi, non è passata. Penso che su questo dibattito la sinistra sia in ritardo e che in Gran consiglio si sia accontentata delle spiegazioni della direzione di BancaStato. E poi ci sono simpatie e collegamenti vari… Non è un mistero per nessuno che il Consiglio d’amministrazione abbia raddoppiato le linee di credito a Giuliano Bignasca. Così si spiega l’appoggio alla riforma della Lega quando, solo pochi mesi fa, lo stesso Mattino della Domenica titolava in prima pagina «Barbuscia a casa!». Ed è anche per la presenza ingombrante di Bignasca nel comitato per il Sì che il Ps ne ha costituito uno suo. Bisogna però dirle queste cose non nascondersi dietro il dito della “coerenza”.

Pubblicato

Venerdì 5 Settembre 2003

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