Tutto da rifare nel processo Eternit bis di Torino, che vede imputato il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny in relazione alla morte per asbestosi di un ex operaio dello stabilimento Saca Eternit di Cavagnolo (Provincia di Torino), da lui controllato tra la metà degli anni Settanta e il 1982, anno di chiusura della fabbrica. Processo che si era concluso in Appello nel febbraio dell’anno scorso con una condanna a 1 anno e 8 mesi di reclusione (sospesi condizionalmente), dunque con una riduzione di pena rispetto ai 4 anni inflitti in primo grado, in cui Schmidheiny era stato riconosciuto colpevole anche per il caso di una cittadina morta di mesotelioma. E che dovrà essere rifatto in Corte d’Appello a Torino e con giudici diversi, ha stabilito la Corte suprema di Cassazione, che lo scorso 9 maggio ha annullato la sentenza del 2023 e rinviato gli atti alla giustizia piemontese. Ma il processo, verosimilmente, non si celebrerà perché incombe la prescrizione.

 

Una decisione quella della Cassazione di cui non si conoscono ancora le motivazioni (per le quali ci vorrà qualche settimana), ma che certamente è destinata a fare rumore perché potrebbe avere conseguenze anche sugli altri processi ancora in corso. In particolare su quello (che costituisce il filone più importante dell’Eternit bis) per le centinaia di morti d’amianto di Casale Monferrato (Alessandria), conclusosi in primo grado il 7 giugno 2023 con una condanna di Schmidheiny da parte della Corte d’Assise di Novara a 12 anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e aggravato e contro cui sia accusa sia difesa hanno interposto ricorso in Appello (il nuovo processo potrebbe iniziare in autunno, ma una data d’inizio non è ancora stata fissata).

 

La nuova sentenza della Cassazione fa riaffiorare alla memoria quella pronunciata dagli stessi ermellini nel 2014 con cui venne annullata, per intervenuta prescrizione dei reati, la condanna di Stephan Schmidheiny a 18 anni di reclusione per disastro ambientale che gli era stata inflitta dalla Corte d’Appello di Torino. Una decisione clamorosa, che suscitò grande sgomento tra i familiari delle vittime e che indusse i magistrati di Torino a contestare all’ex patron dell’Eternit l’omicidio intenzionale («ora suona la campana dell’omicidio», dichiarava l’allora procuratore Raffaele Guariniello, che avviò tutta l’indagine nel 2004) nel quadro di un nuovo processo, il cosiddetto “Eternit bis”.

 

Un processo iniziatosi nel capoluogo piemontese, ma che nel 2016, in seguito alla decisione del giudice dell’udienza preliminare di riqualificare il reato di omicidio volontario ipotizzato dalla Procura nel meno grave omicidio colposo, ha subito uno “spacchettamento” sulla base della competenza territoriale a seconda del luogo di residenza delle vittime. Questo ha significato la divisione del processo in quattro filoni: quello per i morti causati dallo stabilimento di  Casale Monferrato di cui abbiamo detto, quello per le vittime dell’Eternit di Bagnoli (Napoli) in cui Schmidheiny è stato condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo e di cui si sta celebrando l’Appello da un paio di settimane, quello per i morti di Rubiera nel frattempo archiviato dalla Procura di Reggio Emilia e infine quello di Torino per la fabbrica di Cavagnolo, oggetto della recente sentenza della Corte di Cassazione.

 

Bruno Pesce: «Così si mortificano le vittime»

Una sentenza che, al di là delle sue motivazioni, consentirà all’imputato di «cavarsela ancora una volta grazie alla prescrizione, che interverrà tra poco più di un mese», commenta, amareggiato, Bruno Pesce dell’AFEVA, l’associazione dei familiari delle vittime dell’amianto di Casale Monferrato. «Questa  ̶  continua Pesce  ̶  è l’ennesima dimostrazione di un diritto indirizzato esclusivamente in favore degli imputati. Imputati che devono avere tutte le garanzie di un processo equo e il diritto di difendersi, ma la giustizia dovrebbe anche avere a disposizione i mezzi per evitare che le vittime di un disastro immane come questo vengano mortificate e i loro diritti messi in mora. Questo non è giusto, non è un sistema che garantisce la giustizia, è un sistema a senso unico».

Pubblicato il 

13.05.24

Dossier

Nessun articolo correlato