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C'erano una volta i rustici

di

Tita Carloni
Nel luglio di quest’anno il Consiglio di Stato ha inviato ai Comuni ticinesi la scheda No. 8.5 del Piano direttore riguardante i rustici e la Normativa per la loro trasformazione. Il sugo è questo: il cambiamento di destinazione è una misura che permette ... uno, la conservazione dei rustici ... due, la cura delle aree circostanti e quindi del paesaggio, a sua volta definito come “rustico”. Penso che si tratti di una mistificazione; volonterosa fin che si vuole, ma pur sempre mistificazione. Sarebbe più corretto prendere atto della radicale trasformazione in termini di uso e di forma dei manufatti della defunta civiltà rustica e, senza moralismi e nostalgie, darne un giudizio di merito per formulare poi qualche ipotesi sincera sulle modalità e sulle forme da dare al cambiamento. Vediamo in effetti come stanno le cose. Tutti dovrebbero sapere com’era un tempo la vita sui monti. In sintesi: fam, füm e frecc. Il mangiare era poco e sempre quello. Non v’era luce nè acqua in casa. Col maltempo sgocciolava dal tetto perché nessun coperto di piode è mai stato stagno. Dentro: promiscuità, angustia ed odori. Con qualsiasi tempo ed a qualsiasi ora cacare ed orinare fuori, accosciati sull’orlo del pendio, e pulirsi con una foglia. Le costruzioni nella loro arcaica, necessaria bellezza erano frutto della penuria e della fatica. Pietre, pietre, pietre e un po’ di legno. Donne e uomini, instancabili camminatori e portatori di pesi, lavoravano da stelle a stelle consolandosi con infiniti pater-ave-gloria (le donne) e morigerate bestemmie (gli uomini). E adesso? I monti si raggiungono il venerdì con il fuori-strada carico di scatolame, casse di birra, bottiglie di bianco, pezze di costine, pacchi di carta igienica e pampers, detersivi, deodoranti ... tutto quello che vacanzieri previdenti muniti di carta di credito possono ammucchiare nel carrellone del supermercato più vicino. Lassù li attendono cucine lustre ed attrezzate, pannelli solari, televisori, letti di legno svedesi, soffici trapunte. Le case (le fu-cascine) mostrano ancora pietre e legni ma sono arricchite da lamieroni di rame sovrabbondanti, finestre civettuole con vetri doppi o tripli, vasi di gerani, corna di cervo sopra la porta. L’interno è un nido un po’ triste, non molto dissimile da quello della villetta lasciata in pianura. Fuori si taglia quel tanto d’erba che basta per “tener pulito” e, se si può, si cinta per tener lontani i cinghiali. Essendo l’architettura ed il territorio lo specchio della società che li produce è evidente che v’era una grande coerenza tra i rustici dell’antica civiltà contadina ed i loro operosi proprietari, così come v’è una grande coerenza tra gli ex-rustici di vacanza e l’attuale società di accaniti consumatori, cui tutti apparteniamo, nessuno escluso. Ma allora come si fa a sostenere che il cambiamento di destinazione dei rustici è una misura favorevole alla loro conservazione ed alla cura del paesaggio circostante, fatto un tempo di pascoli, prode e selve? Non sarebbe meglio prendere atto lucidamente della realtà, descriverla senza pregiudizi, smetterla di parlare di conservazione e pensare a due possibili alternative culturalmente decenti? Prima: la caduta in rovina pura e semplice dei rustici, che costituirebbe di fatto una morte dignitosa, con elevata valenza poetica, e la restituzione al legittimo proprietario, cioè la natura, di ampie zone del territorio sfruttate a lungo dagli uomini per necessità. Seconda: la trasformazione in modeste case attrezzate per il tempo libero, con interventi sobri, qualificati e manifesti; che rivelino onestamente la circostanza che lì non soggiornano più poveri pastori, donne pie e qualche vaccherella, ma bancari più o meno miscredenti, in regolare stato di ozio. Ah, dimenticavo. Ci sarebbe il Ballenberg. Ma per ospitale che sia non potrà di certo accogliere migliaia di rustici cisalpini. E poi vogliamo proprio mandarli al ricovero nella Svizzera interna i nostri vecchi?

Pubblicato

Venerdì 11 Ottobre 2002

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