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Elezioni italiane

C'era una volta la sinistra

di

Loris Campetti

Il Movimento 5 stelle è diventato il primo partito italiano, davanti al Pd di Bersani e al Pdl di Berlusconi, in un’Italia divisa quasi perfettamente in tre parti. Anzi in quattro: il quarto spicchio della mela è dei cittadini e delle cittadine che neanche Grillo è riuscito a portare alle urne.


Lo schieramento del centrosinistra “vince” per una manciata di voti su quello di destra con meno del 30% e grazie alla legge elettorale più indecente del mondo ottiene il 54% dei deputati ma non ha in Senato una maggioranza per governare. Il secondo effetto del vento grillino è proprio la sconfitta di Bersani, troppo sicuro di una vittoria data così per certa da spingerlo a rinunciare persino a prenotare piazza San Giovanni a Roma per il comizio finale, lasciandola a Beppe Grillo, l’uomo della politica in rete che l’ha riempita di donne e uomini in carne ed ossa. Bersani ha condotto la campagna elettorale facendo l’occhiolino alla destra tecnocratica di Monti, senza accorgersi che il vento stava finalmente portandosi via uno dei peggiori esperimenti prodotti dalla crisi politica italiana, per lasciar posto a un nuovo soggetto sconosciuto, rimosso, sbeffeggiato, definito antipolitica, comico guitto e buffone, causa di ogni male, quando non era che l’effetto di una grave malattia di sistema: corruzione, distruzione di risorse coscienze e culture, complicità, privilegi di casta, ingiustizie sociali, pensiero unico plasmato dal liberismo.


Il terzo aspetto della “rivoluzione” italiana, il più inquietante, è la permanenza di Berlusconi e del berlusconismo che hanno perduto metà dei consensi accumulati nel ventennio ma non sono stati spazzati via: in Italia la destra c’è ed è forte, radicata negli affari sbrindellati e corrotti di un nord dominato da una borghesia priva di principi e in quelli criminali del sud dove il voto di scambio è tornato a farla da padrone più che ai tempi di Lauro e della peggiore Dc.


Come leggere questo voto? Una chiave di interpretazione ci porta in Grecia, dove la rabbia dei ceti popolari e medi gettati sul lastrico dalle ricette neoliberiste della Troika europea e della speculazione finanziaria ha provato a dare un colpo di scopa al quadro politico, premiando una forza come Siryza. Con almeno una differenza sostanziale: in Grecia a guidare la rivolta popolare è stata la sinistra, mentre in Italia, dove la sinistra è tutta da ricostruire, nella veste di Eolo si è proposto Grillo convincendo un italiano su quattro.
La sinistra, quel che si muove oltre la palude del Pd non è riuscita ad assumere e dare una sponda politica alle esperienze più avanzate dei movimenti: dai lavoratori impegnati a difendere i diritti smantellati dall’impasto velenoso del modello Marchionne con la politica dominante, alle pratiche di difesa del territorio, dell’ambiente, dei beni comuni, contro i megaprogetti speculativi, contro lo sperpero bellicista che distrugge risorse pubbliche per comprare 90 bombardieri dalla Lockheed.


In Val di Susa il M5S si avvicina alla maggioranza assoluta. Sel ha scelto di turarsi il naso e salire sul taxi di Bersani (reduce dal sostegno a Monti che ha cancellato l’art. 18, i contratti nazionali e distrutto il sistema pensionistico) per portare in Parlamento una manciata di parlamentari; Rifondazione, Di Pietro, Diliberto e Verdi, pur dentro un progetto coerentemente antiliberista, si sono assemblati con il partito dei giudici capitanato da Ingroia con esiti devastanti. Mettendo insieme gli uni e gli altri, Sel e Ingroia, la sinistra italiana (più l’Idv di Di Pietro, che chiamare sinistra è azzardato) ha toccato il suo minimo storico attestandosi al 5 per cento e svenandosi a tutto vantaggio di Grillo.

 

Unico segnale positivo, con Sel sono stati eletti Giovanni Barozzino ­– uno dei tre operai licenziati da Marchionne a Melfi – e Giorgio Airaudo, ex numero due della Fiom.


Infine, le elezioni regionali (anticipate in seguito alle inchieste giudiziarie che hanno mostrato il volto più impresentabile della casta) in Lombardia, Lazio e Abruzzo. Mentre il Lazio e l’Abruzzo sono state sottratte alle grinfie della destra che le avevano spolpate come kiwi, la Lombardia resiste a ogni tentazione democratica.
Tra lo scherzo e la disperazione delle vittime del “celeste” Formigoni c’è chi propone di regalare la regione più ricca e corrotta d’Italia al Canton Ticino. Un altro paradosso del Belpaese è che la Lega, ridotta a un terzo dei consensi raggiunti ai tempi d’oro di Bossi, con la vittoria in Lombardia di Maroni governa le tre principali regioni del nord. Anche il Piemonte, dove il centrosinistra ha vinto le elezioni politiche, e il Veneto, dove il “leon che magna il teron” è a rischio estinzione.

 

Pubblicato

Giovedì 28 Febbraio 2013

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