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Qualità dell'informazione

C'è un virus che fa male al giornalismo

Si moltiplicano anche in Svizzera i casi in cui la libertà e l’indipendenza della stampa vengono limitate dalle autorità politiche e di polizia. Alcune testimonianze

di

Serena Tinari

La libertà di stampa vale anche in tempo di crisi? Fino a poche settimane fa, la domanda sarebbe sembrata una provocazione e scuotendo le spalle avremmo risposto in coro “Certo che vale”. Fiere e consapevoli del rispetto dei diritti fondamentali nella nostra avanzata democrazia. E invece, si moltiplicano i segnali preoccupanti sulle condizioni di salute del giornalismo in tempo di crisi. Anche in Svizzera.

 

Nel Vaud, un gruppo di giornalisti si è visto garantire l’accesso a strutture ospedaliere e personalità da intervistare grazie a un accordo con lo Stato maggiore di crisi. L’accordo ha coinvolto diversi media della regione che hanno acconsentito a pubblicare i loro lavori in libero accesso, perché altri potessero riprenderli. A guidare le danze, la polizia cantonale. Ne ha parlato in un corsivo il direttore di Heidi.news Serge Michel, secondo il quale una persona intervistata fuori dall’accordo sarebbe stata interpellata dalla polizia, ma «siamo poi arrivati a normalizzare i rapporti con la cantonale, che ci ha integrati in un ‘pool’ di giornalisti autorizzati ad effettuare reportage a precise condizioni» (https://tinyurl.com/y8lu5jxd). Il responsabile comunicazione dello Stato maggiore,
Jean-Christophe Sauterel, al telefono ci dice che tutto è andato bene, anzi benissimo. «Nessuno si è lamentato, i giornalisti sono stati contenti per l’opportunità che abbiamo dato loro». Sauterel contesta che la polizia abbia rivestito un ruolo centrale in questa forma pandemica di “giornalismo embedded”, che sarebbe piuttosto normale gestione della comunicazione istituzionale in tempo di emergenza. Sauterel è un poliziotto, da 19 anni ufficio stampa della cantonale vodese, ma insiste che lui vada visto qui come responsabile della comunicazione del Cantone in tempo di crisi. Ma come si fa a distinguere fra i due ruoli e chi è a decidere quale cappello debba io, giornalista, prendere per buono?

 

Si fa, ma non si dice
Un cronista che del pool vodese fa parte ha accettato di parlarne con area a condizione di conservare l’anonimato. «Ho fatto proposte che non sono passate, mentre ci sono state offerte che non mi sembravano pertinenti ma ho dovuto accettare, l’alternativa era non poter fare il mio mestiere. Spesso un poliziotto in borghese ha assistito alle interviste». Il giornalista sottolinea che non ci sarebbe stata censura, ma «non può essere lo Stato maggiore, e tanto meno la polizia, a decidere se un tema o un personaggio siano interessanti per la popolazione». Il silenzio sulle modalità cui i giornalisti si sono dovuti adattare è un ulteriore problema. Perché se è da rispettare la richiesta di testimoniare in forma anonima, il fatto che un professionista ritenga di aver bisogno di proteggersi la dice lunga sull’atmosfera che si respira. E va reso onore ad Heidi.news per aver informato il lettorato delle condizioni in cui si svolge il lavoro della redazione, perché il pubblico potrebbe pensare che del solito giornalismo si tratti, mentre un reporter in genere non deve mica adattarsi a quanto le autorità offrano. Si tratta di casi isolati? Sembrerebbe di no. Impressum ha avviato un sondaggio fra gli addetti ai lavori e in aprile lanciato un grido d’allarme: «Hanno risposto 118 persone, alcune hanno riferito del divieto di prendere immagini su suolo pubblico, e vari limiti imposti dalla polizia. Un terzo, ha indicato di essere stato ostacolato nel proprio lavoro. Sembrerebbe che alcune autorità cantonali di crisi cerchino di controllare quale informazione verrà pubblicata».

 

Da Berna è tutto
Non è andata meglio nella capitale, per ragioni diverse eppure altrettanto inquietanti. Proclamato lo stato d’emergenza, Palazzo federale ha deciso di sospendere i badge dei giornalisti, tutti tranne quelli dei corrispondenti. Normalmente è possibile invece ottenere un accredito giornaliero. Risultato: le conferenze stampa hanno visto la presenza fisica di un piccolo manipolo di cronisti politici. Dal 2006 i corrispondenti sono di casa al “Centro Media”, ad un tiro di schioppo da Palazzo, che ospita anche le conferenze stampa. Colleghi e colleghe raggiungono la fonte delle notizie con pochi minuti di ascensore. Per queste sue caratteristiche, il Centro Media è da sempre gioia e dolore del giornalismo nostrano. È infatti parte di quello che alcuni chiamano “biotopo”, altri “microcosmo”, una latente simbiosi che unisce controllati e controllori. Da quando è scoppiata la pandemia, i cronisti parlamentari sono diventati gli unici a porre domande, ma soprattutto a poter rilanciare se la risposta è poco chiara, o evasiva. Grave, allora, che fra loro nessuno sia specializzato in salute pubblica: i nostri colleghi si sono ritrovati soli di fronte ad una comunicazione governativa il cui perno è l’adesione della popolazione a provvedimenti inediti e assai delicati per le libertà fondamentali. Alcuni hanno talvolta posto domande «che ci ha inviato la redazione scientifica». Ma se non conosci la materia, come fai a capire se il governo ha risposto oppure no?

 

Mal comune, mezzo gaudio
In piena emergenza, all’aeroporto di Zurigo un fotografo è stato arrestato perché scattava immagini del re di Thailandia, che trascorre il suo tempo facendo la spola fra località amene in Europa. Eppure è d’interesse pubblico, se un re anziché rispettare il lockdown attraversa frontiere chiuse ai comuni mortali. La Woz ha raccontato la frustrazione del fotografo Fabian Biasio, che più volte non ha potuto fare il suo lavoro. L’autrice dell’articolo chiosa: «Abbiamo lo stesso immagini di ospedali e aerei della Swiss. Foto scattate da addetti alle pubbliche relazioni, che non hanno nulla a che vedere con un giornalismo indipendente» (https://www.woz.ch/-a83a). Il 3 maggio era la giornata mondiale della libertà di stampa e la Federazione internazionale dei giornalisti ha reso pubblici i risultati del suo sondaggio su 1.308 colleghi di 77 paesi – Svizzera e Italia comprese. Due terzi degli intervistati raccontano restrizioni, ostruzione e intimidazione. Secondo il segretario generale Bellanger: «Questi risultati confermano che la libertà di stampa è in declino e che il giornalismo sta subendo colpi pericolosi proprio in un momento in cui l’accesso all’informazione e ad un giornalismo di qualità sono cruciali». Il Consiglio d’Europa, autorità morale del vecchio continente, ricorda che «la crisi non deve essere utilizzata come pretesto per restringere l’accesso del pubblico all’informazione». Al cuore del nostro mestiere c’è infatti fare tante domande, molte scomode, anche e soprattutto in tempo di emergenza, per chiedere conto all’esecutivo delle sue decisioni. E se è legittimo che i governi abbiano una linea di comunicazione, il ruolo dei media è di fare le pulci alla narrazione istituzionale. È un nostro fondamentale dovere in nome dell’interesse pubblico.

 

La distanza che ci manca
Il giornalismo elvetico al tempo della pandemia ha avuto finora piuttosto il sapore del megafono. Cronaca a reti unificate che ha celebrato il dirigente Ufsp Daniel Koch come “Mister Corona”, in una guerra di numeri che non ha messo la popolazione in condizione di comprendere cosa stia succedendo. Un’analisi impietosa l’ha fatta il professore di giornalismo Vinzenz Wyss, che a quattro mani con il collega Klaus Meier ha messo in fila “Cinque deficit del giornalismo al tempo di Corona” (https://tinyurl.com/yb9naq98). I due si rammaricano di un racconto «privo di distanza, in totale armonia con la comunicazione istituzionale, acritico, povero di inchieste originali». Il 5 maggio CH Media ha riportato i risultati di un sondaggio, secondo il quale Alain Berset avrebbe raggiunto un consenso pari all’82 per cento in un campione rappresentativo della popolazione. Ci sarà forse un legame con il giornalismo pandemico?

Pubblicato

Venerdì 8 Maggio 2020

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