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C'è nessuno? Sono tutti al telefono

di

Cristina Foglia
Trovatemi qualcuno che non sia al telefono! Siamo nel massimo momento dell’espansione comunicativa e non riesco più a guardare in faccia nessuno. Hanno tutti lo sguardo in quell’“altrove” che può essere a tre metri (“Dove sei?” “Ti sto venendo incontro”... “ah, bene, ciao”) o dall’altra parte del continente. Oppure ti guardano ma non ti vedono. Non mi ha vista la cassiera cui pagavo un paio di scarpe in un negozio di Roma, (“Aho, mamma, che se magna oggi?”), non mi ha visto il bigliettaio della stazione che ha fatto una serie incredibile di operazioni parlando contemporaneamente con qualcun’altro, non mi vede Wanda con cui credevo di star bevendo un aperitivo, ma lei chissà dov’è. Sono al telefono medici e infermiere in corsia – su speciali telefonini interni – sono al telefonino perfino le cassiere dei supermercati. “Signorina Rossi alla cassa tre per favore”, gracchia la voce nell’altoparlante. Ma non perché qualcuno da qualche locale sopraelevato ha visto la coda alle casse ma perché la cassiera ha chiamato qualcuno perché dica nell’altoparlante che serve una mano. Cioè: con una mano fa passare i prodotti sopra il lettore del codice a barre, e con l’altra telefona…. Peggio quando “non vedono” tout court, per via del dannato aggeggio. Biennale di Venezia: il vaporetto fa la spola tra i giardini e l’arsenale. Vaporetto sponsorizzato dalla ditta X. Il conducente tiene una mano sulla ruota del timone, l’altra appoggiata all’orecchio. Ahi, mi dico, ci risiamo. Lo vediamo di spalle: polo bianchissima col colletto rialzato, capelli al gel, braccialettino d’oro al polso. Più che seduto al suo posto è stravaccato, un piede su un appoggio che non vediamo. Insomma, molto cool il ragazzo. Tutti chiacchierano amabilmente nella giornata di sole, mentre il vaporetto si infila nel traffico della laguna. Il nostro marinaio, imperterrito telefona. Sulla sinistra appare la sagoma, enorme, di una nave da trasporto. Lenta e pesante traina un’altra navicella. Noi lì, a pochi metri, e il nostro conducente sempre in contatto con l’altrove, finché la nave non spara un colpo di sirena che lo fa trasalire. E noi con lui. Ops, scusate, non è successo niente. Risolini nervosi. Poi il belloccio si dispone, seduto composto sul suo seggiolino, e finalmente fa l’unica cosa che tutti noi ci aspettiamo: ci porta alla meta sani e salvi. Rapido flash-back di quando i battellieri avevano le saloppette blu che odoravano di grasso di macchine e sudore, ma che, come lupi di mare, guardavano dritti davanti a sé. Ma la nostalgia non paga. Tutti scendono, il nostro cava il telefonino di tasca e riprende quel contatto con la realtà che ormai è più importante di quella che ha davanti. Ma perché ci prende così tanto questo affare che ha il potere di distrarci da ogni cosa, che chiede la priorità su tutto? Avete già visto qualcuno spegnere il telefonino mentre squilla perché sta mangiando, leggendo, o parlando con qualcuno? Se lo trovate me lo presentate?

Pubblicato

Venerdì 1 Luglio 2005

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