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C'è del marcio a Lugano

di

Gianfranco Helbling
Lo scandalo della frode fiscale in atto da oltre 10 anni da parte dell'Hockey Club Lugano (Hcl) lascia aperti ancora diversi interrogativi. Intanto perché l'inchiesta penale risale per la prescrizione dei reati solo fino al 1995, pochi mesi dopo che Geo Mantegazza aveva lasciato la presidenza del club bianconero a Fabio Gaggini. E allora sarebbe interessante sapere se la prassi dei pagamenti in nero è stata inventata da Gaggini o se lui l'ha rilevata dalla gestione precedente. Poi è lecito chiedersi perché all'Hcl si rischiasse così tanto per un "risparmio" di nemmeno mezzo milione di franchi all'anno, quando i "generosi amici" dell'Hcl sembrano poter garantire senza problemi il rimborso allo Stato e il pagamento delle multe, per un importo di almeno 10 milioni. Non è che quei soldi dovevano essere versati in nero non tanto per far risparmiare l'Hcl, quanto piuttosto per non farli emergere all'attenzione del fisco, al quale erano stati sottratti (assieme forse a molti altri) da quegli stessi "generosi amici" dell'Hcl? Infine: il bubbone è clamorosamente scoppiato la scorsa primavera soltanto perché, come si vocifera, l'ex allenatore Larry Huras licenziato in tronco ha deciso di vuotare il sacco, o anche perché è sembrato che qualche importante copertura al fisco cantonale venisse meno?
In attesa che questi e altri interrogativi trovino una risposta si può almeno dire che è ingenuo meravigliarsi per questo ennesimo scandalo finanziario luganese. Ingenuo perché vuol dire ignorare da un lato la sproporzione fra seguito popolare e risultati sportivi, dall'altro il contesto ambientale e sociale entro cui l'Hcl è inserito. Sul primo elemento non è necessario dilungarsi: basti chiedersi com'era possibile che per anni una fra le squadre con la più bassa affluenza di pubblico in Svizzera si assicurava regolarmente giocatori svizzeri e stranieri fra i più ambiti e cari sul mercato. Evidentemente il tracollo delle squadre luganesi di calcio prima e di basket poi, confrontate con l'analogo problema di ambizioni sproporzionate rispetto alle capacità economiche del bacino di riferimento, non avevano insegnato nulla.
La vicenda dell'Hcl dice per contro molto dell'élite economica luganese, quella per la quale la squadra di hockey è un fiore all'occhiello, che in essa con orgoglio si rispecchia e che, più o meno palesemente, dai primi anni '90 ha preso a dominare la scena politica cantonale. Lugano è la terza piazza finanziaria svizzera, senza che a questa posizione di rilievo corrisponda un retroterra economico in grado di giustificarne il ruolo. In altri termini, la ricchezza di Lugano e delle sue élite è in gran parte dovuta a capitali di provenienza estera – molti dei quali in fuga per sottrarsi alla legittima imposizione da parte della rispettiva amministrazione fiscale. Per non pochi bancari, avvocati e fiduciari attivi sulla piazza luganese trattare con capitali non dichiarati è dunque naturale, quasi ovvio. Anzi: la ricchezza propria deriva direttamente dall'evasione del fisco altrui – operazione nei confronti della quale sulla piazza finanziaria luganese si è molto ben disposti.
D'altro canto Lugano è la città che ha prodotto sia la Lega dei Ticinesi che Marina Masoni, le vessillifere becera e populista la prima, raffinata ed élitaria la seconda, della teoria e della prassi del meno Stato in Ticino. Una teoria e una prassi che considerano lo Stato un nemico del cittadino, che nel rubargli con le tasse la ricchezza da lui prodotta impedisce a questo stesso cittadino di realizzarsi compiutamente a beneficio suo (dice la prassi) e di tutta la collettività (dice soprattutto la teoria).
A parecchi esponenti dell'élite economica e politica luganese sembra dunque fare difetto un alto senso dello Stato. E che questa sia un'attitudine diffusa lo dimostrano proprio le dichiarazioni di questi giorni delle persone direttamente o indirettamente coinvolte nello scandalo fiscale dell'Hcl, a cominciare da Fabio Gaggini e Paolo Rossi. Continuare a definire "errore" una frode al fisco e alle assicurazioni sociali che dura da oltre dieci anni e sminuire la gravità di quanto commesso sostenendo che non si tratta di un reato patrimoniale ma di un "risparmio" a spese dello Stato la dice lunga sull'etica di questi e altri ragazzi prodigio della piazza finanziaria luganese. Il ripetersi di questo genere di scandali lascia credere che siffatta mentalità è assai diffusa e radicata nella "perla del Ceresio": è giusto non rassegnarsi ad essa, ma nel contempo non sarebbe davvero più il caso di stupirsi quando tornerà a manifestarsi.

Pubblicato

Venerdì 15 Settembre 2006

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