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C'è da scuotere un manager

di

Silvano De Pietro
«Mi chiamo Kottmann. Sono scosso ma non commosso». Questo cartello era appeso al collo di un manichino in giacca cravatta e cappello alla protesta attuata il 13 marzo a Muttenz da una cinquantina di impiegati della Clariant. Davanti alla sede centrale di questa industria chimica, i manifestanti hanno inteso protestare contro l'insensibile politica di soppressione di posti di lavoro annunciata con freddezza dal Ceo (presidente della direzione generale), Hariolf Kottmann.
In un'intervista Kottmann aveva annunciato che, nell'ambito del suo programma di ristrutturazione "Clariant Excellence", vi sarebbero stati nei prossimi mesi 140 licenziamenti ed ulteriori soppressioni per «scuotere e svegliare il personale». Niente male, come dimostrazione di cinismo da parte di un manager che guadagna 353 mila franchi all'anno, di cui 250 mila di salario e 103 mila di bonus, senza contare i compensi (sotto forma di opzioni) a lungo termine per oltre 600 mila franchi.
Cittadino tedesco, 53 anni, Kottmann è dottore in chimica organica. Ha lavorato alla Hoechst di Francoforte, dove ha cominciato la carriera nel 1985, divenendo nel 1998 membro della direzione di una filiale della Hoechst, la Celanese, nel New Jersey (Usa). Nel 2001 è entrato nella direzione della tedesca Sgl Carbon, un gruppo di dimensioni mondiali che fabbrica prodotti di alta tecnologia a base di carbonio, assumendo la responsabilità dell'area dell'Est europeo e dell'Asia, nonché dei settori tecnologia, innovazione e nuovi materiali. Dal primo ottobre 2008 è passato al gruppo Clariant per sostituire lo svedese Jan Secher quale presidente della direzione generale.
Nel comunicarne la nomina,in settembre, il consiglio d'amministrazione del gruppo chimico di Muttenz ha detto che portava con sé «una straordinaria proposta di prestazioni di successo per l'ulteriore sviluppo» di Clariant. Egli aveva «un'ampia esperienza di direzione nelle specialità chimiche, come pure nella ristrutturazione di imprese e nel lancio di nuove attività». Obiettivo comune – del consiglio d'amministrazione e di Kottmann – sarebbe stato «il miglioramento della performance operativa di Clariant» ed il conseguente sviluppo a tutti i livelli del potenziale della ditta sulle basi di un «omogeneo e globale portafoglio d'affari e di un team di direzione professionale».
Già a inizio novembre, nonostante le condizioni quadro economiche stessero peggiorando visibilmente, Kottmann prometteva l'accelerazione delle misure di ristrutturazione e l'aumento della produttività, la diminuzione dei costi e l'aumento dei prezzi, puntando sul miglioramento del margine operativo e su un ingente cash flow. Ma poi le cose sono andate storte, e il nuovo Ceo ha annunciato la soppressione di mille impieghi in seno all'intero gruppo ed i 140 licenziamenti in Svizzera per «dare la scossa» al personale. Con una certa indifferenza e «di comune accordo con i nostri investitori».
Con la loro protesta i dipendenti della Clariant volevano invece dire a Kottmann di tener conto non soltanto degli interessi degli investitori, ma anche delle esigenze del personale che contribuisce ampiamente al conseguimento dei risultati dell'azienda. E in particolare gli volevano ricordare di prender parte all'incontro con i propri rappresentanti e con il sindacato Unia, in programma per il 24 marzo.
In quella sede il personale e Unia avrebbero posto sul tavolo due richieste: introdurre il lavoro ridotto per evitare i licenziamenti e compiere uno sforzo a favore della formazione continua (riqualificazione professionale). Inoltre, avrebbero preteso il ritiro del licenziamento di un rappresentante eletto del personale e la ripresa dei negoziati salariali interrotti unilateralmente dalla direzione.
La decisione del personale è stata pagante. Dopo l'incontro del 24 marzo un comunicato di Unia assicura che è stata raggiunta l'intesa sui seguenti punti: Clariant introdurrà il lavoro ridotto dal primo maggio, per evitare ulteriori licenziamenti; vengono ripresi i negoziati per un piano sociale; il licenziamento del rappresentante eletto del personale viene ritirato; in un altro caso di licenziamento viene data a Unia la possibilità di verificare se si tratta di licenziamento abusivo (nel qual caso il provvedimento verrà ritirato); i partner sociali discuteranno in autunno in una "tavola rotonda" lo sviluppo dell'impresa, con l'obiettivo di rafforzare la sede Clariant di Muttenz.

La discesa nelle cifre rosse

Le traversie del gruppo Clariant nascono nel 1997, quando, facendo il passo più lungo della gamba, l'impresa assimila una parte della tedesca Hoechst, e poi nel 2000 acquista la britannica Btp (chimica farmaceutica e agraria).

Un boccone troppo grosso, costato 2,6 miliardi di franchi, che il gruppo basilese non è mai riuscito a digerire. Da lì cominciano una serie di alti e bassi e di dolorosi programmi di ristrutturazione.
Nella prima metà del 2008 Clariant vede crescere il proprio utile, ma il fatturato cala del 2 per cento. Insoddisfatto, il management cancella 750 impieghi. In tal modo, dal 2006 la società renana ha soppresso 1800 dei 2200 posti di lavoro che è previsto debbano essere cancellati entro il 2009. In novembre il fatturato cala ancora, ma Clariant rimane in zona utili. Il gruppo realizza nel terzo trimestre un giro d'affari di 2,1 miliardi di franchi, il 6 per cento in meno dello stesso periodo del 2007. Nei primi nove mesi dell'anno è riuscito a compensare parzialmente l'aumento del 15 per cento dei costi delle materie prime, con ritocchi di prezzo del 6 per cento. La domanda si è tuttavia indebolita.
Il 27 gennaio arriva la botta: saranno soppressi altri mille posti di lavoro, soprattutto nel settore amministrativo, oltre ai 2200 già tagliati. Obiettivo della compressione dei costi è generare nuova liquidità, per cui quest'anno il gruppo rinuncia a versare il dividendo agli azionisti. L'associazione Impiegati svizzeri e la commissione del personale di Clariant sottopongono ai vertici del gruppo un pacchetto di misure per evitare il taglio degli impieghi e la riduzione dei salari. Fra le proposte figurano il prolungamento del piano sociale, la sospensione delle assunzioni, una borsa degli impieghi e il lavoro ridotto.
In febbraio il quadro si fa più preciso. Il primo incontro del sindacato Unia con la direzione di Clariant si conclude con un nulla di fatto. Anzi, il sindacato fa sapere che per il 2009 non ci sarà alcun aumento di salario dei dipendenti del gruppo: la commissione del personale e Unia rivendicavano un aumento del 2,5 per cento in busta paga, di cui l'1,5 per cento a titolo di rincaro, e l'1 per cento quale incremento reale. Ma la direzione ha risposto picche, decidendo di congelare le remunerazioni dei suoi circa 1600 dipendenti in Svizzera.
Poi arrivano le cifre. L'esercizio 2008 si è concluso con una perdita di 37 milioni di franchi. C'è stata una forte contrazione degli ordini nel quarto trimestre dell'anno e il fatturato ha subito una flessione del 5 per cento a 8,1 miliardi di franchi. Il cash flow operativo è sceso dai 540 milioni del 2007 a 391 milioni. Hariolf Kottmann dice che Clariant (20 mila dipendenti) dovrà dimagrire e ridurre i costi. La ristrutturazione comporterà costi calcolati in 200-300 milioni di franchi. Il Ceo esclude categoricamente la cessione a terzi di segmenti aziendali, ma ha definito possibile l'acquisizione di nuove imprese. E cinicamente precisa: «La crisi finanziaria provocherà altre vittime. Vogliamo sfruttare questa occasione».  

Pubblicato

Venerdì 27 Marzo 2009

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