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"C'è bisogno di nuove proposte politiche"

di

Generoso Chiaradonna
Tra i relatori del Forum sociale europeo di Firenze troviamo il professor Christian Marazzi, docente presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana e studioso della crisi del neo-liberismo e del post-fordismo. Autore, tra gli altri, di saggi sulla nuova povertà (Il posto dei calzini), sulla finanziarizzazione dell’economia (E il denaro va) e l’ultimissimo sulla crisi della new economy (Capitale e linguaggio). Marazzi interverrà il 7 novembre. Gli altri oratori della giornata sono Emiliano Brancaccio (Attac Italia), Christian Boulais (Groupe 10 solidaire, Francia) e Denise Cormann (Cadtm, Belgio). Questa conferenza rientra in un ciclo di proposte racchiuse sotto il titolo di “Globalizzazione e liberismo”. I temi trattati andranno dalle relazione tra l’Europa e le istituzioni globali (Wto, G8, Fmi, ecc.), al controllo dei mercati finanziari e il blocco del capitale speculativo. Abbiamo incontrato Christian Marazzi a cui abbiamo posto alcune domande su queste tematiche. Il tema di cui parlerà al Forum sociale di Firenze è “Dall’Europa del neo-liberismo a quella delle alternative”. Un tema di ampia portata. Su cosa incentrerà il suo intervento? Ciò che voglio fare è una riflessione di quello che è stato il neo-liberismo come risposta politica economica altamente perversa a quella che è stata la crisi della società industriale e la crisi del fordismo nel corso degli anni ’70. A me, come studioso di questi fenomeni, interessa vedere dove il modello liberista ha tradito le aspettative che aveva ingenerato. E ha tradito, secondo me, in quella domanda di democrazia diretta che era il dato forte dei cambiamenti politici-sociali degli anni ’70 e che questo modello economico ha cercato di metabolizzare, ad esempio con l’azionariato popolare e con le tecnologie di comunicazione. La crisi del liberismo, propone quindi, il problema dell’uscita da questo sistema. Come fare? Il ceto politico liberista, classe al governo nei vari paesi, è tentato di non affrontare questa crisi. Anzi, assistiamo a una reiterazione, a un tentativo di rafforzare questo modello economico. E nelle forme più autoritarie e drammatiche. Discutere della crisi del modello liberista e discutere delle alternative, significa discutere di forme nuove d’organizzazione politica. Non vedo altra via. Sennò è inutile dibattere di modelli alternativi quando abbiamo di fronte la violenza dello Stato – penso alla Russia di Putin –, la repressione, e scenari di guerre mondiali. Un esempio potrebbe essere incominciare a capire cosa significa il pacifismo oggi in tutte le sue forme. Non solo in termini di rifiuto della guerra ma di costruzione di un fronte politico organizzato, creando delle alleanze tra i movimenti pacifisti, ambientalisti e sindacali. Quali sono le forme dell’organizzazione, della resistenza e dell’attacco che sono in grado di mettere in crisi tale modello? La classe dirigente liberista non se ne va solo con le crisi economiche. In questo senso mi sembra utile incontrarsi e discutere per trovare delle soluzioni. Già questo è un passo nella giusta direzione. Forme di discussione e incontro come i forum sociali, possono essere una risposta politica valida? Non mi riferisco solo a quello europeo di Firenze ma alla creazione di forum permanenti nei singoli paesi. Si parla insistentemente della creazione di un forum svizzero? Sono piuttosto scettico. Mi spiego: è vero, il forum sociale è stato una formula di assestamento del movimento anti-globalizzazione; un tentativo di risposta politica-organizzativa a tutte queste cose ma non mi sembra, per il momento, che da tali forum emerga un’indicazione tale da poter fare dei forum sociali un modello della costruzione dell’alternativa. Rimangono comunque dei momenti molto importanti di discussione, dibattito e di circolazione delle idee. A Firenze, credo, si toccherà con mano questa fase. Secondo me l’incontro di settimana prossima rappresenta più una fase d’arrivo che di partenza del movimento. La scorsa settimana un ex operaio, Lula Da Silva, è diventato presidente del Brasile, uno dei paesi del sub-continente americano che maggiormente hanno vissuto, e vivono, le politiche iper-liberiste. Non sono i primi segni che qualcosa sta cambiando? Sì. L’importante è non lasciarlo solo. Se non si costruisce su questa vittoria una rete di resistenza capace di far reggere e di far vivere questo nuovo corso, siamo di nuovo al punto di partenza. È questo che voglio dire quando parlo di muoversi in termini di nuove forme d’organizzazione.

Pubblicato

Venerdì 1 Novembre 2002

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