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Bush vuole un'Avs privata

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Per 60 giorni il presidente americano, George Bush, se ne è andato in giro per gli Stati Uniti a predicare la privatizzazione dell’Avs americana. Il suo discorso non ha attecchito, anche perché molti lavoratori sanno che molte casse pensione, che dovrebbero garantire il secondo pilastro, hanno problemi di solvibilità. Se queste casse si vuotano, significa che gli anziani riceveranno rendite meno consistenti e non è escluso che a pagarle debba essere lo stato. In questi ultimi anni sempre più imprese hanno scaricato sullo stato i costi delle casse pensioni. Al punto che il Fondo di garanzia delle pensioni, l’ente pubblico competente, già adesso nuota in un rosso profondo: ha un deficit di oltre 23 miliardi di dollari. In America circa 44 milioni di lavoratori hanno il secondo pilastro. Sempre più spesso, le imprese lo sostituiscono con soluzioni individuali, che non garantiscono al lavoratore una rendita, ma solo una somma di denaro quando va in pensione. I fondi pensionistici aziendali non sono sempre stati adeguatamente alimentati. In passato, speculando sulla continua crescita della borsa, molti imprenditori non hanno versato tutti i contributi, convinti che gli investimenti in titoli avrebbero colmato le lacune. In realtà da alcuni anni l’indice della borsa continua ad oscillare sui 10 mila punti, il che significa che sono finiti i tempi dei rapidi e cospicui guadagni in borsa. Adesso i nodi vengono al pettine. Secondo un recente studio sempre più fondi hanno in cassa meno soldi di quanto dovrebbero. Nelle casse pensioni americane mancherebbero 354 miliardi di dollari, stimava Bradley Belt direttore del Fondo di garanzia delle pensioni. Per il momento la situazione non è drammatica, ma potrebbe diventarlo tra alcuni anni quando cominceranno ad andare in pensioni le persone nate nel baby boomer. Inoltre, il secondo pilastro viene garantito soprattutto da imprese industriali e molte di loro versano in difficoltà. Basti pensare al settore automobilistico. General Motor e Ford vendono sempre meno auto. Le grandi fabbriche di automobili americane producono modelli che incontrano meno interesse da parte dei consumatori, molti dei quali preferiscono acquistare auto giapponesi o tedesche, che consumano di meno e durano di più. Queste imprese hanno molti dipendenti anziani e in pensione cui devono pagare la rendita di vecchiaia. Per uscire dalla crisi, la Gm ha annunciato in questi giorni il taglio di 25 mila posti di lavoro nei prossimi 3 anni e mezzo. La crisi di questi colossi industriali pesa anche sui fornitori. Negli ultimi anni, una decina di fabbriche dell’indotto hanno chiuso i battenti e trasferito i costi della pensione sullo stato che ha l’obbligo di accollarsi la spesa. Lo stesso avevano fatto in passato imprese dell’acciaio, un settore che negli ultimi anni ha subìto una drastica ristrutturazione. C’è persino chi scarica sullo stato i costi delle pensioni per evitare la bancarotta. Lo ha fatto per esempio la United Airlines per i suoi 120 mila dipendenti e pensionati. Dopo l’11 settembre le compagnie aeree americane hanno subìto forti perdite e, malgrado i cospicui aiuti pubblici, continuano a navigare nelle cifre rosse. La guerra dei prezzi non ha risolto il problema. Negli ultimi anni, le compagnie aeree americane hanno offerto biglietti sempre più convenienti per convincere la gente a ritornare a spostarsi in aereo. Grosse compagnie aeree versano adesso in difficoltà. I fondi delle loro casse pensione sono insufficienti. La Delta ha dichiarato recentemente che la copertura è del 75 per cento e alla Nordwest Airlines è meno del 60 per cento. Non è escluso che in futuro anche Delta e altre importanti compagnie aeree americane saranno tentate di fare la stessa mossa della United: cioè di cercare di scaricare sullo stato i costi della loro cassa pensione. Di fatto le perdite verrebbero socializzate. I lavoratori guardano sconcertati. Hanno capito che le loro rendite sono diventate o rischiano di diventare più leggere. Lo stato, infatti, garantisce ai lavoratori di queste imprese una pensione con un tetto massimo di 45 mila dollari all’anno, che è molto meno di quanto per esempio sperava di ricevere un pilota della United. Il tema è così attuale che negli ultimi giorni è arrivato davanti ad una commissione parlamentare, che sta valutando cosa fare per evitare che la situazione diventi troppo pericolosa e troppo onerosa per lo stato. Questo dibattito sui fondi delle casse pensioni non ha certo aiutato i progetti di riforma della social security, tanto cari al presidente. Bush in questi mesi non ha fatto passi avanti e solo un americano su tre appoggia la sua riforma, come risulta da un recente sondaggio. Gli americani si rendono conto che ci sono tanti altri problemi, forse più urgenti che devono essere risolti e tra di loro vi è sicuramente la necessità di rendere più solidi i fondi delle casse pensioni.

Pubblicato

Venerdì 10 Giugno 2005

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